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Frutta esotica sulle tavole degli italiani, ma Dong e Ly devono chiudere il negozio di via Maj

Il negozio è quello di Dong Thu Ha e Ly Chi Minh, marito e moglie, vietnamiti di nascita, italiani d'adozione. Adesso all'interno spicca un cartello: "Cedesi attività".

Offrono frutta e verdura “esotiche”, che forse fino a qualche anno fa erano poco usate e conosciute, ma oggi fanno parte della “dieta” di tutti, non solo gli stranieri: zenzero, papaya, platano… In città li conoscono in tanti perché il loro negozietto di via Angelo Maj, che da poco si è trasferito di fronte alla “sede storica”, è lì da decenni ormai.

Il negozio è quello di Dong Thu Ha e Ly Chi Minh, moglie e marito, vietnamiti di nascita, italiani d’adozione. Adesso all’interno spicca un cartello: “Cedesi attività”. Ma come, chiediamo stupiti, proprio adesso che la vostra merce non è più considerata stravagante? Ci rispondono un po’ sconsolati: “Sì, il negozio è in vendita: non guadagniamo abbastanza per mantenerci e pagare anche le tasse”.

La signora Dong è riluttante a parlarne, non vuole essere fraintesa: “Non voglio che le persone pensino che mi lamento di Bergamo, delle istituzioni”. Lei è lì, dietro al bancone, il marito appoggiato a uno scaffale. Parlano a voce bassa.

“Abbiamo preso questo locale in affitto dopo che non ci potevamo più permettere le spese di quello dalla parte opposta della strada, che era molto più grande. Durante questi due anni non abbiamo mai smesso di risistemare il nostro negozio. Ci vuole molto, troppo tempo per allestire. Al contrario, per smantellare bastano pochi minuti”.

“Quale è il nostro problema? E’ la concorrenza, non solo quella sleale, che non è regolata. Purtroppo non si osservano le regole: ad esempio mantenere spazio tra un negozio e l’altro”.

“Siamo arrivati in Italia trent’anni fa – spiegano – e da allora abbiamo sempre versato tutti i contributi. E’ parte della nostra etica: non vogliamo nessun ‘punto nero’ sul nome della nostra famiglia. Abbiamo accettato con riconoscenza le leggi di questo paese che ci ha accolti. Quando sei invitato a casa altrui e ti dicono di toglierti le scarpe, lo fai. Rispettiamo queste leggi come se fossero le nostre e le troviamo giuste. Per questo chiudiamo il locale: perché non vogliamo trovarci nelle condizioni di infrangerle”.

Chiediamo di raccontarci la loro storia. E’ il marito che stavolta vuole prendere parola. Rispondere all’inizio è difficile, ma le parole si fanno strada. “Fuggivamo dalla guerra e dal regime comunista. Il viaggio in nave è durato settimane, eravamo in molti. Più della metà è morta durante il tragitto. Se la nave viene fermata, ti lasciano in mare con poche cose, che sono comunque insufficienti. Abbandonano le persone in mare a  morire”.

“Quando siamo arrivati siamo stati subito accolti – prosegue la moglie, accennando un sorriso – io e mio marito ci siamo conosciuti qui e ci siamo sposati. Abbiamo vissuto a Torino, poi a Vicenza, infine siamo arrivati a Bergamo e abbiamo deciso che sarebbe stata la nostra città. Siamo stati accolti anche qui: i cittadini ci hanno sempre rispettati e noi abbiamo fatto lo stesso. Non so se vale lo stesso per le altre etnie, ma non ci sono mai stati problemi con noi vietnamiti. Ci conoscevamo tutti e ben presto siamo diventati una comunità che si raccoglieva ogni mese e alle feste più importanti, come Capodanno, ma abbiamo sempre accolto le tradizioni italiane. Siamo buddhisti, ma abbiamo sempre rispettato la cultura cattolica”.

Cinque anni dopo il nostro arrivo le autorità ci hanno chiesto se volessimo la cittadinanza. Da quel momento siamo diventati ufficialmente italiani, abbiamo avuto un figlio. Ci hanno cercati, cosa che oggi non succede più, perché bisogna fare richiesta del permesso”.

Nostro figlio ha sempre dato una mano e si è subito integrato. Si è laureato in ingegneria ambientale a Bergamo e quel giorno abbiamo fatto festa: abbiamo appeso un cartello sulla vetrina del negozio che diceva ‘Siamo alla cerimonia di Laurea di nostro figlio’. Siamo molto orgogliosi di lui, ma è molto difficile anche per lui trovare lavoro” aggiunge, indicandoci una sua foto appesa al muro. Il ragazzo è ritratto nel momento in cui espone la tesi ai suoi professori, elegante e serio.

“Abbiamo anche un altro figlio, che ha appena finito la maturità. Lui non è come il fratello, ma ha ricevuto moltissimi complimenti all’esame. Ha presentato una tesina su un libro che è stato realizzato qualche anno fa dalla comunità vietnamita che racconta la storia di noi emigrati del Vietnam”.

La donna sospira, poi si illumina in viso: “Lo porterò qui in negozio, così che possiate prenderlo e leggerlo anche voi. Tenetelo una, due settimane, ma per favore ricordatevi di restituirlo: è l’unico ricordo della nostra casa”.

Si ferma un istante e poi si aggrappa al bancone: “Là, in Vietnam non abbiamo niente, per noi non è come le famiglie che lavorano qui e riportano i soldi in patria. Non abbiamo una casa: il regime si è preso tutto, ci restano solo le tombe dei nostri cari”.

Non vediamo la nostra patria da più di vent’anni. Il nostro secondo figlio non l’ha mai conosciuta, ma sa tutta la storia. La nostra casa è diventata Bergamo, dal primo momento che siamo stati accolti. In cambio, abbiamo osservato tutte le leggi. Quando chiuderemo non sapremo più che fare: pagare l’affitto, le bollette… E’ difficile già per nostro figlio trovare un lavoro, per noi sarà proprio impossibile: io ho 52 anni, mio marito 56. A noi piace Bergamo e non vogliamo muoverci: che senso ha emigrare, andare in America o altrove in Europa, in Inghilterra o in Germania? Conosciamo la lingua, l’Italia è diventata parte di noi”.

La conversazione si conclude così, nel silenzio e un po’ nello sconforto. La piccola signora scende dal bancone per venirci incontro: “Grazie per aver ascoltato la nostra storia” dice. E finalmente sorride. A turno ci stringono le mani, salutando con un piccolo inchino.

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