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Padre Engelmar Unzeitig, l’angelo di Dachau dalla deportazione alla beatificazione

La Chiesa ha un nuovo beato: è il sacerdote tedesco Engelmar (Hubert) Unzeitig, dei Missionari di Mariannhill, morto nel 1945 nel campo di concentramento nazista di Dachau a soli 34 anni. Ha presieduto il rito, sabato 24 settembre 2016, a Würzburg in Baviera, il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi. Domenica 25 settembre Francesco lo ricorda all’Angelus: “Ucciso in odio alla fede nel campo di sterminio di Dachau, egli all’odio contrappose l’amore, alla ferocia rispose con la mitezza. Il suo esempio ci aiuti a essere testimoni di carità e di speranza anche in mezzo alle tribolazioni”.

Nato il 1° marzo 1911 a Greifendorf, nell’odierna Repubblica Ceca, Hubert Unzeitig – diventa Engelmar da religioso – vuole partire missionario. Vocazione adulta, entra in Seminario a 18 anni. Ordinato sacerdote il 15 agosto 1939 a 28 anni, sceglie come motto “Se nessun altro vuole andare, andrò io”. Svolge il ministero in Austria. Appena due anni ed è rinchiuso nel lager. Incurante dei rischi, denuncia dal pulpito il regime nazista e invita i cattolici a restare fedeli a Dio e a resistere alle menzogne del Terzo Reich.

È così arrestato e deportato nel 1941 a Dachau, “il più grande monastero del mondo”: tra il 1938 e il 1945 vi sono deportati 2.720 tra vescovi, preti, religiosi e seminaristi insieme a pastori protestanti e pope ortodossi. Tra essi, 1.034 sono morti nel campo, diventato così anche il «più grande cimitero di sacerdoti cattolici del mondo». Tra queste vittime della barbarie nazista il domenicano albese Giuseppe Girotti. “Motivo dell’arresto: aiutava gli ebrei” è l’accusa scritta sul registro del campo. È uno dei 18 sacerdoti italiani, 9 diocesani e 9 religiosi, morti nei lager. Sabato 26 aprile 2014 è proclamato beato ad Alba.

Su 2.720 ministri del culto registrati come prigionieri a Dachau, la stragrande maggioranza, 2.579 (94.88 per cento), sono cattolici. Tra le altre confessioni cristiane ci sono stati 109 evangelici, 22 greco-ortodossi, 8 Old cattolici e 2 musulmani.

Nel campo padre Engelmar Unzeitig si prende cura dei prigionieri, in particolare dei russi: impara la loro lingua e li assiste. Si guadagna la fama di «santo» e di «angelo di Dachau» per come cura i prigionieri ammalati. Nel terribile inverno 1944-45 scoppia il tifo, i prigionieri sono divo­rati dai pidocchi e gli internati vengono decimati dall’epidemia. Mentre le SS e i “kapò” non si presentano nelle baracche dove i malati sono ammassati, parecchi sacerdoti fanno a gara per entrarvi e così curare, lavare e consolare gli agonizzanti e pregare con e per loro, pur sapendo i rischi mortali ai quali vanno incontro.

Anche Unzeitig va in quelle baracche contaminate, aiuta come può, è contagiato e muore: è il 2 marzo 1945, ha appena compiuto 34 anni. In una lettera scrive: “Qualunque cosa facciamo, qualunque cosa vogliamo, è sempre e solo la grazia che ci guida e ci porta. La grazia di Dio onnipotente ci aiuta a superare ogni ostacolo. L’amore duplica le nostre forze, ci rende fantasiosi, contenti e liberi. Se solo la gente sapesse che cosa Dio ha in serbo per quelli che lo amano”. E ancora: “Anche dietro i più grandi sacrifici e le peggiori sofferenze c’è Dio con il suo amore paterno, che è soddisfatto dalla buona volontà dei suoi figli ai quali dona la felicità”.

Padre Girotti, invece è ricoverato in infermeria – dove si andava a morire – con una diagnosi infausta: carcinoma. Il suo olocausto si compie il giorno di Pasqua, 1° aprile 1945: è ucciso con una iniezione di benzina. Probabilmente la morte così repentina è da attribuire – caso non infrequente – al medico tedesco a cui era affidato. Sulla sua cuccetta i compagni di prigionia scrivono “Qui dormiva san Giuseppe Girotti”. In un battibaleno si sparge la voce della morte del domenicano “caro a tutti per la sua umiltà e modestia”.

Il 29 aprile 1945 le 42ª e 45ª divisione Fanteria americana liberano Dachau: le poche SS rimaste oppongono una scarsa resistenza. Ben 57 martiri di Dachau sono stati proclamati beati dalla Chiesa. Secondo il cardinale Antonio Amato, padre Unzeitig appare “come una scintilla di autentica umanità nella notte buia del terrore nazista e mostra che nessuno può estirpare la bontà dal cuore dell’uomo. Alcuni lo chiamano ‘Massimiliano Kolbe dei tedeschi’. Apre uno spiraglio di luce sull’identità di quella porzione del popolo tedesco che, per rimanere fedele al Vangelo, subì persecuzione e morte”.

Nell’Angelus di domenica 25 il Pontefice si è associato “ben volentieri ai vescovi del Messico nel sostenere l’impegno della Chiesa e della società in favore della famiglia e della vita, che in questo tempo richiedono speciale attenzione pastorale e culturale in tutto il mondo. Assicuro la mia preghiera per il caro popolo messicano, perché cessi la violenza che ha colpito anche alcuni sacerdoti”. Lunedì 19 settembre sono stati sequestrati e uccisi altri due preti: Alejo Naborì e José Alfredo Jimenez. Il crimine è avvenuto a Poza Rica, nello Stato messicano di Veracruz, dove uomini armati hanno fatto irruzione nella chiesa di Nostra Signora di Fatima. Papa Francesco, in un telegramma a firma del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, condanna fermamente tutti gli attacchi alla vita e alla dignità delle persone, esortando “i consacrati, nonostante gli ostacoli, a proseguire nella loro missione seguendo l’esempio di Gesù Buon Pastore”.

In Messico un altro prete, José Alfredo Lopez Guillen, è stato rapito. A denunciarne la scomparsa il cardinale Alberto Suárez Inda, arcivescovo di Morelia. Guillen è parroco della Santissima Trinità di Janamuato, nel comune di Puruándiro, nello Stato di Michoacan. Afferma il porporato: “Imploriamo il rispetto della sua integrità e della sua vita e chiediamo che possa tornare presto all’esercizio del suo ministero”.

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