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Grande Guerra, Pillola 93: la seconda spallata, a un passo da Trieste fotogallery

La difesa di Jamiano permise alla linea austroungarica di non essere travolta ed impedì, probabilmente, agli italiani di dilagare verso Trieste, a riprova di come, a volte, piccoli scampoli di battaglia siano decisivi per l’esito di un’intera campagna: la tattica delle “spallate” fece solo aumentare esponenzialmente il numero dei caduti.

Quando, il 10 ottobre 1916, la 3a armata del Duca d’Aosta andò all’attacco delle linee austroungariche, tra Doberdò e Kostanjevica, negli alti comandi si pensava a quell’ennesima azione offensiva sul Carso come ad un episodio interlocutorio, che logorasse le difese avversarie e permettesse alle fanterie italiane di effettuare un ulteriore piccolo progresso verso Trieste.

Il recente fallimento della settima offensiva isontina aveva lasciato uno strascico di pessimismo, esattamente come, precedentemente, la presa di Gorizia aveva influenzato ottimisticamente le decisioni di Cadorna. Pertanto, l’ottava battaglia dell’Isonzo non si prefisse obbiettivi strategici risolutivi, ma venne pensata come un’operazione di sbalzo intermedio, in vista della stasi invernale, prima dello sforzo decisivo verso la città, che appariva come un miraggio, nell’azzurro del suo golfo.

Invece, paradossalmente, la 5a armata austroungarica di Boroevič si trovava in una fase critica, ed era sul punto di crollare: in difetto di organico dall’inizio del conflitto, i valorosi reparti che difendevano il settore del medio e basso Isonzo erano quasi allo stremo e il loro comandante aveva sollecitato incessantemente il generale Conrad per l’invio di rinforzi, ormai irrinunciabili.

In effetti, esisteva già un abbozzo di piano difensivo che prevedeva una ritirata tattica di qualche chilometro, per permettere il rischieramento delle truppe sulla linea fortificata dell’Hermada, tuttavia, le fortificazioni, che avrebbero reso la collina carsica un baluardo inespugnabile per tutto il resto della guerra, non erano ancora state ultimate e, perciò, almeno per qualche tempo ancora, la difesa di Trieste avrebbe dovuto contare sulla capacità di resistenza dei soldati schierati in prima linea. Quindi, quando le artiglierie italiane iniziarono il consueto tiro di distruzione, il 9 ottobre, i difensori del Carso si trovavano in una situazione molto delicata, che, per loro fortuna, non era stata percepita dai loro avversari.

Il primo giorno, gli italiani ottennero qualche successo locale, occupando alcune trincee e il villaggio di Jamiano, che dovettero, però, in seguito abbandonare, bersagliati dai fucilieri boemi, che li colpivano dalla vicina quota 144 (lago di Pietrarossa). Lo scontro proseguì violentissimo il giorno 11, con le opposte artiglierie che tiravano contemporaneamente sul campo di battaglia, in cui le fanterie si affrontarono in feroci corpo a corpo: gli austroungarici tentarono una serie disperati contrattacchi il giorno 12, che fecero salire esponenzialmente il numero delle loro perdite, finchè, al termine della giornata, gli italiani si consolidarono sulle proprie modeste acquisizioni, mentre Boroevič dovette sospendere la battaglia perché le sue file, già deboli, si erano assottigliate in maniera preoccupante.

Di fatto, la difesa di Jamiano, ossia un episodio tutto sommato marginale, tanto nel contesto dell’ottava battaglia dell’Isonzo, quanto, a maggior ragione, nell’economia del conflitto, permise alla linea austroungarica di non essere travolta ed impedì, probabilmente, agli italiani di dilagare verso Trieste, a riprova di come, a volte, piccoli scampoli di battaglia siano decisivi per l’esito di un’intera campagna.

Contemporaneamente, sul fronte della 2a armata, i difensori di Gorizia effettuarono a loro volta un rischieramento, abbandonando in mano italiana, in pratica, tutto il Vallone ed imperniando le proprie difese sul Monte Santo, esattamente come, verso est, si era scelto il massiccio dell’Hermada come caposaldo di massima resistenza.

Resta da fare una considerazione sulla nuova tattica cadorniana delle “spallate”, inaugurata con la settima battaglia dell’Isonzo e proseguita con l’ottava: le brevi e violente offensive, lungi dall’ottenere quell’effetto sorpresa che si prefiggevano i comandi italiani, fecero solo aumentare esponenzialmente il numero dei caduti, rispetto ai giorni di battaglia, aumentando la già sinistra fama dell’inferno del Carso. Nei tre giorni dell’ottava battaglia dell’Isonzo, le perdite italiane superarono le 24.000 unità e quelle austroungariche raggiunsero la cifra iperbolica di oltre 40.000 uomini fuori combattimento.

Trieste era sempre più vicina, ma, allo stesso tempo, si stava allontanando, dopo l’occasione perduta: l’Hermada, una volta ultimati i lavori di fortificazione, si sarebbe rivelata una fortezza inespugnabile, nonostante gli sforzi sanguinosi delle truppe della 3a armata.

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