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“Lettera di Gori sui migranti? Per accoglierli non dobbiamo pensare di essere meglio di loro”

Dopo la lettera del sindaco di Bergamo Giorgio Gori, pubblicata da Repubblica, in merito al tema dell'accoglienza dei migranti, riceviamo e pubblichiamo l'intervento del docente di scuola superiore e già candidato alle elezioni amministrative cittadine con il Patto Civico, Gianluca Spitalieri

Dopo la lettera del sindaco di Bergamo Giorgio Gori, pubblicata da Repubblica, in merito al tema dell’accoglienza dei migranti (leggi), riceviamo e pubblichiamo l’intervento del docente di scuola superiore e già candidato alle elezioni amministrative cittadine con il Patto Civico, Gianluca Spitalieri.

Gentile Direttore,

Di questi tempi è abitudine oramai consolidata occuparsi dell’imminente in una logica solo a tratti progettuale e di non proficua efficacia. Mi riferisco al dibattito epistolare in materia di formazione e di accoglienza, forse un po’ autoreferenziale, a cui da un paio di giorni assistiamo attraverso alcune testate nazionali e non solo. Si tratta di un tema che da decenni viene rimbalzato a diversi livelli, dal Governo ai comuni, dai comuni ai centri di prima accoglienza, dall’Italia all’Europa. Non vorrei però cadere anch’io nella trappola dell’opinione a tutti i costi, nel gioco spesso malsano della retorica parolaia sull’accoglienza, sull’ospitalità, né scriverle di responsabilità mancate o dismesse da partiti e governi. Vorrei invece dire la mia in merito alle proposte avanzate dal sindaco Gori in materia di formazione per stranieri e di richiedenti asilo politico.

In un’ottica di apprendimento è indispensabile tenere conto di due elementi: identità e alterità. Nelle proposte avanzate mi pare di cogliere solo un dato: un gruppo dominante che educa, istruisce e forma un soggetto atto solo ad assimilare. A quale modello pedagogico si fa riferimento quando si ritiene necessario “far fare qualcosa”? (come se l’obiettivo fosse il dover tenere occupati gli immigrati altrimenti delinquono), quale pedagogia dell’accoglienza suggerirebbe di intrappolare uomini e donne in percorsi obbligatori, in valutazioni periodiche? Quale progetto interculturale scriverebbe di regole e di ingaggi e parlerebbe di immigrati come risorsa demografica o manutentori del territorio? Iniziamo invece a parlare di culture differenti che si incontrano.

Io credo che non si dovrebbe mai arrivare alla richiesta di adeguamento al nostro sistema culturale e sociale, proprio perché l’altro non va filtrato. Credo che sia necessario innanzitutto superare la visione puramente etnocentrica e aprirsi all’altro con atteggiamenti di stima, di dialogo e di comprensione reciproca. La persona non comunica solo attraverso la parola: c’è tutto un linguaggio non verbale che ci mette in relazione con gli altri. Ogni cultura possiede una precisa peculiarità di concepire lo spazio del corpo, lo spazio dei gesti, le frontiere dell’intimità, la gestione dello sguardo.
Ciò che l’attuale società ci offre è una pluralità di mondi che sentono la necessità dell’interazione per la sopravvivenza reciproca. E per favorire tale interazione occorre che l’azione educativa sia indirizzata non solo alla presenza straniera, ma coinvolga direttamente anche l’autoctono, le istituzioni locali, i centri di formazione, la scuola, perché questo è l’unico percorso che rende realizzabile l’unità nella diversità, la convivenza e l’integrazione senza che vengano annullate le specificità identificanti di ciascuno.

Occorre gestire i conflitti che il nostro tempo produce, non eliminarli, imparare a vivere le differenze, superando il concetto di accoglienza ormai viziato dalla forma antropologica dell’ospitalità, spesso declinata in una inevitabile provvisorietà esistenziale. Avvicinarsi alle numerose culture che le nostre città già di fatto mescolano come alchimie di futuri possibili, alla loro lingua attraverso un confronto paritetico. Purtroppo l’immagine dello straniero che sembra prendere forma dalle parole lette in questi giorni è quella di un soggetto privo di identità e di storia, obbligato ad una integrazione coatta, perché soltanto così godrebbe della gentile concessione del tanto agognato permesso di soggiorno. Come a dire: “o stai alle mie regole o sei fuori”. Io non credo che parole come formazione, istruzione, abbiano a che fare con i diktat o con fantomatiche regole di ingaggio. E’ la prospettiva orizzontale che permette l’integrazione, la cooperazione e tutto ciò deve avvenire senza la costrizione per i soggetti coinvolti di dover rinunciare alla propria identità culturale”.

Gianluca Spitalieri

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