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Il bergamasco Oney Tapia argento paralimpico: “Sono testardo, tra 4 anni voglio l’oro” foto

Secondo nel lancio del disco categoria non vedenti, l'italo cubano residente a Sotto il Monte ha già fissato il suo obiettivo e ricorda: "Il primo lancio, quello che mi ha dato la medaglia, mi avevano consigliato di farlo da fermo".

Il suo canto al termine della gara di lancio del disco per non vedenti è stato uno dei momenti simbolo della spedizione italiana alle Paralimpiadi di Rio de Janeiro: Oney Tapia, 40enne italo-cubano residente a Sotto il Monte, è entrato nel cuore degli italiani con la gioia spontanea di quel momento, con la tenerezza della dedica alle sue tre bambine che gli avevano personalizzato la mascherina con la quale ha gareggiato.

Genuino e solare, con un marcato accento bergamasco che quasi va a coprire quello spagnolo: stringe tra le mani una medaglia d’argento pesantissima che lo riempie d’orgoglio.

“Amore ascolta bene, non smetter di sognare, perchè i sogni sono le ali per volare”: recita così la canzone dei Modà che ha cantato, incontenibile di fronte alle telecamere così come in pedana, e che sente intimamente sua, forse perchè, tutto sommato, parla un po’ anche di lui.

Oney, partiamo proprio da qui: ti hanno fatto riascoltare quell’intervista?

Certo e ogni volta mi tappo le orecchie (ride ndr): è una canzone che sento davvero mia e che mi serve per trasmettere qualcosa alle altre persone. “Amore fai tesoro di ogni tuo respiro e difendi la bellezza del perdono. Ricorda che un sorriso è il gesto più prezioso per piacere e farsi ricordare. Ricorda che l’amore a volte può far male ma del mio tu non ti devi preoccupare”: sono parole che hanno un senso, frasi che io metto in pratica su me stesso.

Sembravi felicissimo per quella medaglia: ma è vero che eri convinto di vincere l’oro?

Sì perchè prima di gareggiare mi sentivo bene, l’ambiente non mi sembrava così agitato: i primi due lanci di prova erano lunghissimi, uno ha toccato anche il record paralimpico. Con il primo lancio ho fatto subito una misura importante mentre di solito lo si fa per entrare in gara: a quel punto il pubblico ha iniziato ad alzare il volume e faticavo a concentrarmi. Mi sono detto: Oney, devi tranquillizzarti e trasformare tutto questo in qualcosa di positivo. Ma erano troppo rumorosi, non mi ero mai trovato a gareggiare in un ambiente così.

La gara come è andata?

Prima di iniziare mi avevano consigliato, per sicurezza, di fare il primo lancio da fermo: io, però, ero sicuro di essermi preparato a dovere e mi sono rifiutato. Con quel lancio ho vinto la medaglia d’argento. Gli altri tre lanci poi non mi sono usciti come avrei voluto ma sempre meglio che non farli nemmeno uscire dalla pedana.

Qual è stata la tua prima reazione quando hai vinto l’argento?

Sul momento non realizzavo, ero frastornato: mi sono messo a urlare, a cantare. Mi sentivo come dentro una campana e mi sono serviti due giorni per riprendermi.

oney tapia

Il primo pensiero a chi è andato?

La prima dedica l’ho fatta al mio allenatore Guido Sgherzi: i maggiori sacrifici li sta facendo lui che deve trovare tempi e modi per insegnarmi a lanciare. Poi alla mia compagna e alle mie tre bambine alle quali, prima di partire, avevo chiesto di personalizzarmi la mascherina con un disegno: volevo qualcosa di semplice e loro lo hanno fatto con il cuore e con tutto l’amore del mondo.

Quella mascherina è stata un po’ il tuo portafortuna?

Non sono un tipo superstizioso ma un po’ mi ha aiutato. Prima delle gare non ho particolari rituali ma, essendo cristiano, faccio solo una piccola richiesta: di divertirmi e far divertire i miei tifosi.

Dopo la gara immaginiamo che il tuo telefono sia impazzito: di chi è stata la prima chiamata?

Della mia compagna che ha guardato la gara dall’Italia, poi quella di mia sorella che mi ha seguito da Cuba. Avevo tremila messaggi ai quali sto ancora cercando di rispondere.

La tua carriera da atleta paralimpico è iniziata con un brutto infortunio sul lavoro: cosa ricordi di quegli attimi?

Era il 2011 e stavo facendo l’abbattimento di una pianta alta 50 metri: all’improvviso quando l’ho tagliata il tronco si è spezzato e mi è arrivato dritto in faccia, provocandomi diverse fratture e l’esplosione dei bulbi oculari. Ero sicuro che mi fosse successo qualcosa di grave ma non l’ho mai sofferto: in ospedale i medici mi prendevano per pazzo, pensavano mi avesse causato danni al cervello perchè ridevo e scherzavo con loro.

Poi cosa hai fatto?

Due settimane dopo l’operazione ero già dall’associazione dei ciechi di Bergamo per capire quali fossero i servizi: quando mi hanno detto che potevo fare sport mi sono illuminato. Ho iniziato con il Goldball e all’inizio mi veniva da ridere: non capivo come facessero a giocare con quella palla sonora. Poi sono passato al judo, una pratica che si è interrotta molto presto quando ho incontrato il mondo dei lanci.

Un incontro che ti ha cambiato la vita.

In quel periodo mi allenavo per il judo e la società mi ha chiesto di partecipare alla Coppa Italia di lanci a Siracusa: quasi per caso con il mio amico Augusto Ravasio ho conosciuto Guido. Per me peso e disco erano una cosa totalmente nuova, prima di allora non avevo mai pensato di fare il discobolo: era troppo difficile tenere il disco in mano con la paura di perderlo facendo tutti quei giri.

Come ti ha aiutato Guido?

Con Guido abbiamo fatto un grande allenamento e la cosa più difficile era orientarsi e trovare l’angolo di uscita: mi ha dovuto insegnare tutto e ha dovuto trovare il modo per farmi capire come comportarmi in pedana.

Il primo banco di prova è stata proprio quella gara di lanci a Siracusa.

Dopo aver lanciato si è avvicinata a me un’allenatrice della nazionale e mi ha chiesto: “Scusa Oney ma tu da quanto lanci?”. Io le ho risposto che avevo appena iniziato e lei quasi incredula ha ribattuto: “Hai appena battuto il record italiano che resisteva da 14 anni”. Lì è partito tutto: ho alzato il telefono, ho chiamato il mio maestro di judo e gli ho detto che sarei passato all’atletica.

Quando hai capito che il lancio del disco era la tua disciplina?

Mi sono convinto dei miei mezzo solo agli Europei di Grosseto a giugno, quando ho vinto la medaglia d’oro: facendo alcune gare con i normodotati mi sono sentito forte ma quel successo mi ha dato una spinta in più.

oney tapia

Prima di quell’appuntamento, però, ai Mondiali di Doha le cose non erano andate benissimo.

Ero consapevole che fosse ancora troppo presto per una gara internazionale ma ci sono rimasto malissimo per quel risultato: avevo tanta pressione addosso e per la prima volta mi sono accorto di essere una persona emotiva. Purtroppo la delusione è arrivata anche dal fatto che molte persone si sono allontanate da me: solo Guido è sempre rimasto al mio fianco credendo sempre nellemie potenzialità. Alla fine però quella gara mi è servita da insegnamento, ho imparato dai miei errori a gestire le emozioni.

Quando sei tornato da Rio chi è venuto a salutarti?

C’erano un sacco di persone ad aspettarmi a Linate, da Guido alla mia compagna, alle mie bambine e un amico che considero al pari di un fratello. I miei primi abbracci sono stati con loro.

Al Villaggio Olimpico hai avuto modo di conoscere gli altri bergamaschi della spedizione?

Sì, in particolare Martina Caironi: mi sono legato tanto con i ragazzi della squadra ma lei è un mito, la numero uno. È molto solare e il fatto che fosse portabandiera la dice lunga su di lei.

Il tuo prossimo obiettivo adesso qual è? Ti senti ancora in grado di migliorare?

Io seguo innanzitutto il mio istinto e faccio quello che mi piace: fisicamente mi sento ancora benissimo e non posso vivere senza lo sport che è sempre stato un punto fermo della mia vita e che dopo l’incidente ho affrontato con ancora più forza. Il prossimo obiettivo sono le paralimpiadi del 2020: sono un gran testardo, voglio prendermi l’oro che mi è scappato questa volta.

Prima di rimetterti in pedana, però, ti meriti un po’ di riposo.

Appena posso mi prenderò un periodo di ferie e andrò a Cuba a trovare mia madre e mio fratello che da quando ho vinto la medaglia non fa altro che ripetere che è orgoglioso di me.

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