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Gori scrive a Repubblica: “Accogliamo solo chi vuole davvero integrarsi”

Dopo il sindaco di Milano Giuseppe Sala, anche il sindaco di Bergamo Giorgio Gori ha scritto una lettera, pubblicata dal quotidiano La Repubblica, che ha come oggetto una proposta per cambiare prospettive e regole dell'accoglienza dei migranti

Dopo il sindaco di Milano Giuseppe Sala, anche il sindaco di Bergamo Giorgio Gori ha scritto una lettera, pubblicata dal quotidiano La Repubblica, che ha come oggetto una proposta per cambiare prospettive e regole dell’accoglienza dei migranti.

Ecco il testo integrale della lettera:

Caro Direttore,
ha fatto bene il sindaco di Milano a indicare la necessità di un piano nazionale di accoglienza e integrazione dei migranti. Matteo Renzi conduce una giusta battaglia per un maggiore coinvolgimento dell’Europa e per una politica di investimenti che riduca i flussi dall’Africa. Il fronte interno mostra però molte criticità.
Fino ad oggi abbiamo affrontato la questione come un’emergenza: non lo è. Siamo di fronte ad un fenomeno di lunga durata, mosso da variabili che non smetteranno esercitare la loro spinta. Per parecchio tempo siamo stati un luogo di transito. Con la chiusura delle frontiere siamo diventati una destinazione finale. Qui arrivano e qui rimangono. Ecco perché l’emergenza sta esplodendo. In particolare, in quei pochi Comuni – 500 su 8.000 – che portano sulle spalle tutto il carico dell’ospitalità.
Sia Sala che Piero Fassino hanno sottolineato questo aspetto. La base dell’accoglienza va assolutamente ampliata e l’unica strada è una seria incentivazione dei Comuni centrata sullo sbocco delle assunzioni.
Non basta, però. Fin qui ci siamo prodigati a tappare i buchi. Ora ci serve un piano nazionale. Che tenga conto di due evidenze:
1) La gran parte dei richiedenti asilo è destinata a vedere respinta la propria istanza. A Bergamo, dall’inizio dell’anno, i “no” della Commissione territoriale sono stati il 93%. Qualcuno verrà riammesso dai Tribunali, ma il 75-80% resterà fuori (la gran parte dei migranti arriva da Paesi in cui non sono riconosciuti conflitti o persecuzioni).
2) Per questi “diniegati” la legge prevede il rimpatrio, ma i rimpatri eseguiti sono un’eccezione. Mancano gli accordi bilaterali con i Paesi d’origine (tutt’altro che facili da fare) e ci sono grossi problemi burocratici ed economici. Per rimpatriare 10.000 migranti servono 116 voli e 20.000 poliziotti. Ogni rimpatrio assistito costa tra i 3.000 e i 5.000 euro. Non è quindi realistico (almeno nel breve) che se ne possano fare molti di più.
I “diniegati” restano dunque qui, espulsi dai luoghi di accoglienza, senza documenti, senza soldi, senza un luogo dove stare, irregolari consegnati ad una vita di espedienti e di attività illegali, in attesa di trasformarsi in un problema di sicurezza e di ordine pubblico. E’ chiaro che così non possiamo andare avanti.
La domanda cui dobbiamo rispondere riguarda il destino di queste persone. Quale vogliamo che sia? Oggi la gran parte è destinata alla marginalità e all’illegalità. Io penso che chi tra loro ha voglia di fare, di imparare e di rispettare le nostre leggi – da qualunque Paese arrivi – debba poter fare un percorso di integrazione.
Ciò che serve è un iter strutturato, standardizzato, obbligatorio, che preveda l’apprendimento dell’italiano e di elementi culturali di base, accompagnato da attività lavorative (centrate sulla manutenzione del territorio) e da moduli di formazione professionale.
Oggi questo accade (in parte) solo nelle strutture SPRAR, e riguarda unicamente i (pochi) profughi cui è stato riconosciuto il diritto di protezione. Non basta: lo schema va esteso a tutti i richiedenti e attuato sin dalla fase di seconda accoglienza, ben prima che le commissioni si pronuncino, moltiplicando le strutture SPRAR e i luoghi di accoglienza diffusa. Chi non accetta le regole di ingaggio dev’essere rimpatriato in via prioritaria.
Soprattutto, impegno e livelli di apprendimento dei migranti devono essere misurati e diventare decisivi ai fini della concessione del permesso umanitario. Che non può essere concesso a tutti, ma solo a chi accetta un patto fondato su formazione, lavoro e concreta volontà di integrazione.
Solo così – cambiando radicalmente le regole d’ingaggio – possiamo evitare di dissipare totalmente lo sforzo prodotto durante la fase di prima/seconda accoglienza dei migranti. Solo così possiamo evitare di “diseducarli” lasciandoli per quasi due anni senza far nulla, e insegnare loro che l’accoglienza ricevuta richiede una “restituzione”. Solo così possiamo ridurre il numero dei rimpatri da eseguire ed evitare di generare una massa crescente di irregolari indirizzati verso attività illegali. Solo così – io credo – possiamo iniziare a collegare accoglienza e percorsi di integrazione, immigrazione spontanea e governo dei fabbisogni demografici.

Giorgio Gori

Commenti

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  1. Scritto da giacomo_bertacchi

    La premessa e’ quella tipica e tutta nostrana: abbiamo una legge, ma non possiamo rispettarla perche’ non sappiamo/vogliamo farlo.
    Questa stessa premessa viene di volta in volta applicata per giustificare la mancata soluzione di altri problemi: per il controllo del territorio in molte regioni d’Italia, o delle procedure negli appalti pubblici, o ancora delle norme di edilizia antisismica.
    L’argomentazione fa sempre appello a considerazioni pratiche, economiche, e spesso come in questo caso accarezza i buoni valori, il senso comune e il comune sentire.
    Efficace ma sbagliata.

    Capisco l’idea di ottenere fondi aggiuntivi e condivido la necessita’ di rilassare i flussi finanziari verso i comuni, ma il rischio qui e’ di mascherare obiettivi legittimi di gestione amministrativa grazie a una sapiente strumentalizzazione del problema.
    Quello che mi aspetto da un’amministrazione non e’ il remare contro leggi nazionali non condivise dal proprio elettorato, ne’ il caricare di ulteriori spese la macchina pubblica con soluzioni tampone.
    Mi aspetto invece la richiesta energica del rispetto delle leggi vigenti, l’adozione di politiche e comportamenti di inequivocabile supporto e la critica messa in discussione di quelle condizioni che ne limitano l’applicabilita’.

    Tuttavia, anche dando per buona la proposta e l’innegabile necessita’ di nuovi giovani per ovvii motivi di fiscalita’ e previdenza, quanto la proposta si concilia con il bisogno di immigrazione altamente qualificata, che sia capace di fare impresa o di migliorare la qualita’ dell’impresa presente?
    Quanto costerebbe formare queste persone perche’ raggiungano competenze adeguate e non solo sufficienti a mantenere decoro e sussistenza?
    Trattandosi di istruzione coatta, sotto minaccia di espulsione, quale grado di istruzione si desidererebbe ottenere? Per analogia, quella media inferiore?
    Quali e quante risorse educative e formative sarebbero necessarie e per quanti?
    Chi garantirebbe che la spesa abbia un ritorno a lungo termine, limitando l’emigrazione o il ritorno in patria ad istruzione avvenuta?
    Chi garantirebbe che il progetto, se mai dovesse avere un seguito, possa avere una sua continuita’ e non venga lasciato alla naturale caducita’ e alternanza politica?
    Se non e’ possibile, si sostiene, espellere i clandestini in base alle norme vigenti, in virtu’ di quale magico artificio si potrebbe agire diversamente con chi si sottraesse a questa sorta di percorso rieducativo obbligatorio?

    Credo che, finche’ non si sia data una risposta in un quadro normativo coerente e integrato tra centro e periferia ad almeno alcune di queste domande, la proposta cosi’ com’e’ e nonostante l’apparente buon senso, rischi di non risolvere il problema a fronte di certe, aggiuntive e in ogni caso discutibili, voci di spesa.