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Dolore cronico nell’anziano con demenza: da Ponte San Pietro una nuova cura

Il dolore cronico è una condizione molto comune fra la popolazione anziana. Secondo alcune stime, oltre il 70% degli over 65 lamenta una sofferenza di intensità moderata o severa, mentre tra gli ospiti delle case di riposo la percentuale oscilla dal 40% all’80%; tra questi, il 50-60% presenta anche decadimento cognitivo, una condizione che altera la capacità di elaborare e riferire in maniera chiara il dolore, ostacolando così l’impostazione di una corretta terapia antalgica e peggiorando ulteriormente la qualità di vita del paziente geriatrico.

Un recente studio, pubblicato sulla rivista “Neuropsychiatric Disease and Treatment”, ha indagato per la prima volta l’efficacia e la sicurezza dell’associazione ossicodone-naloxone in soggetti anziani con dolore cronico non oncologico, affetti anche da decadimento cognitivo. 

Diminuzione di almeno il 30% dell’intensità dolorosa, anche a bassi dosaggi del farmaco, dopo soli 15 giorni di trattamento; miglioramento del livello di autonomia del paziente e riduzione dei disturbi comportamentali, a fronte di un favorevole profilo di sicurezza e tollerabilità: questi i principali risultati dello studio, che ha dimostrato come l’associazione tra l’oppioide (ossicodone) e il suo antagonista (naloxone) rappresenti una valida alternativa terapeutica per la gestione del dolore in pazienti particolarmente fragili, colpiti da deficit cognitivo.

“Dolore e demenza compaiono spesso associati, nel soggetto anziano, arrivando in alcuni casi a innescare un circolo vizioso”, dichiara Emiliano Petrò, responsabile dell’unità operativa subacuti e dell’unità valutativa Alzheimer del Policlinico di Ponte San Pietro (BG) e coordinatore dello studio. “Da una parte, il declino delle normali funzioni cognitive può ridurre o alterare la capacità di comunicare il proprio stato di salute; dall’altra, la presenza del dolore può portare a un ulteriore peggioramento dei disturbi mentali e a manifestazioni comportamentali, quali ansia, depressione e aggressività, con conseguente perdita di autonomia. La misurazione del dolore risulta essere così un passo fondamentale per inquadrare il problema correttamente e studiare la strategia terapeutica più appropriata. Oggi abbiamo a disposizione diversi strumenti e scale di valutazione, in base alla capacità di esprimersi del paziente e al grado del suo deficit cognitivo”.

Nello studio prospettico, osservazionale, della durata di 45 giorni sono stati individuati 53 pazienti anziani, provenienti da case di riposo e centri di cura dell’Alzheimer in provincia di Bergamo, affetti da decadimento cognitivo lieve-moderato e dolore di grado moderato-severo, riconducibile in più dell’80% dei casi a problematiche di origine osteomuscolare e non adeguatamente controllato dalla precedente terapia farmacologica a base di FANS o paracetamolo. In questa prima fase di arruolamento, l’analisi ha evidenziato come il 40% dei pazienti non fosse sottoposto ad alcuna cura antalgica, nonostante la sintomatologia dolorosa fosse tutt’altro che trascurabile.

Grazie alla somministrazione dell’associazione ossicodone-naloxone è stato possibile ottenere un buon controllo del dolore, anche con bassi dosaggi, mai superiori a 20/10 mg al giornodopo due settimane di trattamento si è riscontrata nella quasi totalità dei pazienti (92,4%) una riduzione uguale o maggiore al 30% dell’intensità algica, senza effetti collaterali significativi.

Dallo studio è, inoltre, emerso come il sollievo dal dolore abbia comportato ripercussioni positive sullo stato di salute in generale dei soggetti arruolati, determinando un aumento del grado di autonomia nello svolgere le normali attività quotidiane e un sostanziale miglioramento dei disturbi neuropsichiatrici, con conseguente riduzione della terapia psicofarmacologica.

“La ricerca ha evidenziato come l’associazione ossicodone-naloxone sia efficace e ben tollerata negli anziani con dolore cronico e deficit cognitivo, rappresentando una valida alternativa ai FANS, ancora largamente utilizzati nella pratica clinica, nonostante gli importanti eventi avversi che il loro impiego prolungato possa arrecare”, continua il dottor Petrò. “Per trattare efficacemente la componente dolorosa in questa tipologia di pazienti sono state sufficienti basse dosi del farmaco, garantendo al contempo una minima percentuale di effetti collaterali e senza peggiorare lo stato cognitivo. Grazie alla netta riduzione del dolore, si è assistito anche a un miglioramento del grado di autonomia del campione, alleviando di conseguenza l’impegno assistenziale che grava su operatori sanitari e familiari. Si è registrata, inoltre, una diminuzione dei disturbi legati al comportamento, come ansia e agitazione, permettendo di ridurre la cura psicofarmacologica. Proprio quest’ultimo aspetto ha suggerito che, spesso, nelle persone affette da demenza, le turbe comportamentali rappresentino in realtà una manifestazione del dolore. È pertanto fondamentale riuscire a individuare se il paziente è agitato perché soffre o come conseguenza del declino cognitivo, in modo da poter impostare un appropriato trattamento terapeutico”.

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