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XX Settembre, una data storica per l’Italia che dà il nome alla via centrale di Bergamo

Lo storico Marco Cimmino ci accompagna in via XX Settembre e ci racconta perché la via principale di Bergamo porta il nome di una data importante per l'Italia.

Con ogni probabilità, se fermassimo per strada uno dei moltissimi ragazzini che, ogni giorno, percorrono avanti e indietro via XX Settembre, a caccia di fanciulle o ammirando la merce in vetrina, e gli chiedessimo se sa perché una delle vie principali di Bergamo è dedicata a questa data di fine estate, rimarrebbe muto o darebbe risposte tanto inconsulte da farci rimpiangere il suo non esser rimasto muto.

Perché, purtroppo, la nostra storia, che si riverbera anche nell’odonomastica, ossia nei nomi delle vie, è diventata un rebus, mercè anche la scuola, per le nuove generazioni. Eppure, il 20 settembre è una ricorrenza fondamentale per gli Italiani.

Il nostro Risorgimento – è bene ricordarlo – ha avuto, tra i suoi caratteri fondamentali, un dichiarato anticlericalismo, radicato tanto nei movimenti rivoluzionari di origine giacobina e repubblicana quanto nei vertici della società sabauda, legata, re compreso, alla massoneria: inevitabilmente, dunque, i rapporti tra il Papa-Re, sovrano assoluto e temporale, e il re di Sardegna, e poi d’Italia, non furono mai idilliaci.

Nel 1850, ad esempio, le leggi Siccardi abolirono i privilegi del clero e segnarono il distacco tra Chiesa e Stato: vi furono le confische dei beni ecclesiastici, la legge sulla Manomorta e tutta una serie di iniziative che, certamente, non furono un segnale di amicizia tra le due istituzioni.
La “questione romana” era un tormentone che, a fasi alterne, ritornava, nei dibattiti parlamentari come nelle riunioni patriottiche e nei progetti garibaldini: “O Roma o morte!” proclamava ad ogni piè sospinto l’Eroe dei due mondi.

Alla fine, dopo gli effimeri accordi del settembre 1864 e il trasferimento della capitale a Firenze, a titolo di rassicurazione per il Papa e per la Francia, il 20 settembre del 1870, con Vittorio Emanuele II sul trono e Lanza a presiedere il consiglio dei ministri, il Regno d’Italia, approfittando della severa sconfitta francese a Sedan, si decise a rompere gli indugi e a penetrare a Roma, attraverso la breccia di Porta Pia.

Napoleone III era da sempre il difensore del pontefice, nel 1849 e nel 1867 aveva combattuto contro Garibaldi per questo, ma, dopo che i Prussiani avevano travolto il suo esercito, non avrebbe più potuto far nulla, e di questo, un po’ cinicamente, approfittarono gli Italiani.

Fu un’operazione di Realpolitik, che pose fine alla “questione romana” e, al contempo, al potere temporale della Chiesa, dopo tutta una serie di tira e molla militari e diplomatici. Il Papa, rifugiatosi entro le mura leonine, lanciò anatemi e proibì ai cattolici di partecipare alla vita politica del giovane Stato (il famoso “Non expedit”), scomunicò il re e non si addolcì neppure quando il governo italiano gli assegnò un sostanzioso stipendio, le cosiddette “guarentigie”.

Questo stato di belligeranza diplomatica si attenuò solo nel 1913, con il patto Gentiloni e venne poi risolto dal Concordato del 1929. Naturalmente, le due anime di Bergamo, quella garibaldina e quella cattolica, si trovarono divise di fronte all’evento: amor di Patria ed amor di Papa, in un certo senso, si contendevano i cuori dei cittadini orobici. Questa divisione durò a lungo e segnò decisamente la vita civile e politica della nostra città: perfino ai tempi dell’interventismo e del neutralismo, esse parvero inconciliabili.

Tuttavia, la storia patria è la storia patria: i prefetti e i sindaci non sono figure confessionali.

Così, la cattolicissima Bergamo intitolò il proprio passeggio elegante alla conquista di Roma, nonostante qualche mugugno da parte dei papisti. Tanto, si devono essere detti i nostri antenati, che fecero quell’intitolazione, tra centocinquant’anni, chi vuoi che si ricordi della breccia di Porta Pia? Saggezza degli antichi! Ora, però, giovanotti, non avete più scuse…

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