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Suicida dopo diffusione video hard, pm Dettori: “Oltraggi su web vanno denunciati”

Il sostituto procuratore Gianluigi Dettori tratta a Bergamo ipotesi di reato simili a quella dei quattro indagati per la morte di Tiziana Cantone: "Internet non è un mondo di fantasia come si pensa"

Suicida dopo la pubblicazione di un suo video hard. Tiene banco anche in Bergamasca il caso di Tiziana Cantone, la 31enne che si è tolta la vita a Mugnano di Napoli dopo la diffusione di suoi video hard, postati sul web a sua insaputa. Filmati diventati in poco tempo virali e oggetto di commenti offensivi. Il peso di questa vicenda si era fatto insostenibile, in un crescendo di angoscia e depressione, fino al tragico epilogo.

Per la morte della ragazza, quattro persone sono indagate per diffamazione: sono i soggetti ai quali la giovane diede i video e che furono da lei poi querelati. I quattro furono iscritti lo scorso anno nel registro degli indagati.

Ipotesi di reato simili in Bergamasca vengono trattati dal sostituto procuratore Gianluigi Dettori, componente del pool che si occupa dei reati a tutela delle fasce deboli. Lo abbiamo sentito per capirne di più.

– Dottor Dettori, da esperto del settore, cosa ne pensa di questa tragedia?

“L’ha detto lei: è una tragedia. E tradisce l’errata convinzione che il web o i social siano mondi di fantasia, che alla realtà virtuale non connettono alcuna conseguenza. Questa vicenda, come molte altre quotidiane, dimostra che non è affatto così. Il web è una piazza, virtuale in quanto priva di “fisicità” ma assolutamente reale e con responsabilità per i suoi frequentatori pari a quella della piazza reale della cittadina o del paese”.

– Questo dramma cela anche un problema sociale?

“Non mi addentro in ragionamenti che appartengono ai sociologi, ma posso dire che la convinzione diffusa (specie nei giovanissimi) che il web garantisca una sorta di anonimato e di impunità è assolutamente errata. Gli accertamenti tecnici degli organi di Polizia consentono di risalire ai soggetti “cittadini del web” con relativa facilità. Ciò che pero è necessario sapere è che – come tutti i sistemi tecnologicamente complessi – il web pretende grande cautela: un comportamento imprudente rende difficile in primis la tutela degli stessi soggetti danneggiati, anche a opera dell’attività giudiziaria. Di contro, però, approfittare delle pieghe del web per commettere resto comporta la previsione di aggravanti nella eventuale condanna dei soggetti”.

– La Rete è un mezzo di grande libertà di espressione ma può ritorcersi contro: che cosa può fare un utente per tutelarsi?

“La libertà incontra un limite nel rispetto degli altri soggetti e quindi, così come non si può danneggiare alcuno nella vita “reale”, allo stesso modo non lo si può fare nella rete.
Faccio un paragone elementare ma efficace: si può forse offendere qualcuno o truffarlo per telefono? No, e allo stesso modo non si può per web. Il mezzo è poco rilevante, ciò che conta è la qualificazione giuridica del comportamento dannoso. Quindi, così come la vittima di minaccia o di diffamazione aggravata sporge querela, allo stesso modo la vittima di condotte sul web (le più varie, dalla semplice minaccia all’estorsione o alla pedopornografia) dovrebbe rivolgersi alla autorità giudiziaria”.

– Cosa rischiano ora gli autori della diffusione del video? Si può parlare realmente di istigazione al suicidio?

“Premesso che non si può e non si deve parlare di casi processuali senza aver visto prima le carte, la diffusione dei video non preventivamente autorizzata dal titolare di quel “diritto alla immagine” incontra il divieto tutelato dalla legge sulla privacy (che prevede un resto specifico) ma anche dalla norma sulla diffamazione e sulle altre norme dell’ordinamento penale, con le regole proprie dunque settore. Ma del caso concreto si occuperà la magistratura territorialmente competente, sicuramente con la massima attenzione e competenza”.

Da uomo, invece, come giudica questa vicenda?

“Ciascun soggetto è libero di vivere la propria sessualità come crede, nel rispetto di tutti gli altri. La povera Tiziana è vittima non dei video e men che meno della sua decisione di girare quelle immagini. Aveva diritto di fare ciò che voleva, e aveva altrettanto diritto di vedere rispettata la sua privacy e pretendere che nessuno utilizzasse quelle immagini (private) per dileggio o, peggio, per diffamarla”.

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