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Tapia argento paralimpico, l’allenatore bergamasco: “Poteva fare il record del mondo”

Guido Sgherzi, allenatore dell'argento paralimpico Oney Tapia, racconta le emozioni di quella gara e ripercorre le tappe che dal primo allenamento insieme lo hanno portato al secondo posto di Rio de Janeiro.

Dalla prima volta che ha preso tra le mani un disco al giorno in cui si è messo al collo una medaglia d’argento paralimpica a Rio sono passati poco più di 2 anni: è da record il percorso fatto dall’italo-cubano di Sotto il Monte Oney Tapia, secondo nella notte italiana tra lunedì 12 e martedì 13 settembre nel lancio del disco categoria F11, quella riservata ai non vedenti.

A più di novemila chilometri di distanza, in un bar di Bergamo, il suo allenatore Guido Sgherzi ha seguito con trepidazione e un po’ di pathos le gesta del 40enne originario de L’Havana:

Sgherzi, che emozioni ha provato?

È stata una gara coinvolgente ed emozionante, l’ho seguita con la moglie di Oney e con alcuni ragazzi dell’Atletica Bergamo. Speravamo nell’oro e so che anche lui era consapevole di poterselo prendere: pensate che nel primo lancio di prova il suo disco è atterrato sopra la fettuccia del record olimpico.

Alla fine è arrivato un 40.89…

Oney ha sofferto il grande chiasso che c’era nello stadio: i tifosi brasiliani sono rumorosi, si sentiva come in una campana. Gli era già successo al Grand Prix di Grosseto: i non vedenti prendono i riferimenti sfruttando le informazioni della guida ma il baccano li disorienta. Ai campionati europei era riuscito a controllarsi bene, qui il fattore rumore lo ha portato invece ad anticipare un po’ tutte le azioni tecniche e il risultato ne ha risentito. Lui viene dal mondo del baseball, dove vige il massimo silenzio, quindi ha sofferto più degli altri le condizioni ambientali.

Quindi Oney poteva fare di più?

Sicuramente, era nelle sue corde. Nell’ultimo periodo di allenamento a Brunico ha impressionato tutti, con lanci tra i 42 e i 46 metri: può tranquillamente fare il record del mondo. Ma alla fine la gara viaggia su fattori emozionali ed è stato bravo nel gestirsi.

Quali sono i lanci più lunghi che gli ha visto fare?

Ai campionati europei di Grosseto ha vinto l’oro con 42.56, in allenamento ha toccato per due volte, una a Brunico e una a Brembate Sopra i 46.

Era soddisfatto dei suoi lanci a Rio?

Mi ha confessato che sperava nell’oro ma in fin dei conti era soddisfatto: la sua paura più grande era quella di ripetere quanto successo ai mondiali di Doha dove aveva fatto segnare tre lanci nulli.

Per lei che ha sempre lavorato con atleti normodotati non dev’essere stato facile allenare Oney.

Ho dovuto rivedere tutto quello che sapevo a livello tecnico e recuperare tutte le nozioni imparate all’Isef: ho dovuto costruire innanzitutto dei riferimenti spaziali attraverso esercizi di tipo cinestesico, un lavoro che ci ha impegnati per circa un anno.

Come è nata la collaborazione con Oney?

Diciamo che Oney è arrivato nel mondo dei lanci quasi casualmente: lui veniva dalla Omero Runner e per un campionato tra società ha iniziato a provare il lancio del peso. Poi un suo amico si è rivolto a me, in quanto allenatore specialista nazionale di lanci, chiedendomi di insegnargli l’impugnatura del disco. Ci siamo incontrati nel dicembre 2014 e abbiamo sviluppato un progetto insieme a Mario Poletti, l’allenatore della nazionale di atletica paralimpica. Ho accettato l’incarico dietro la promessa di farlo partecipare a più gare: fino a quel momento ne disputava massimo 2 o 3 all’anno, mentre negli ultimi 12 mesi ne ha fatte anche 7 o 8 con i normodotati, in modo da imparare a gareggiare a un certo livello. Da dicembre 2014 fino ai campionati del mondo di Doha abbiamo fatto il primo ciclo base di lavoro, nell’ultimo anno abbiamo perfezionato la tecnica.

Avete sempre puntato alle Paralimpiadi?

Abbiamo sempre lavorato in quell’ottica, come se fosse sempre stato qualificato: in realtà le selezioni sono molto più rigide rispetto alle Olimpiadi perchè, oltre a dimostrare di saper fare una misura, bisogna fare i conti anche con i posti limitati a disposizione della varie federazioni. L’atletica italiana, ad esempio, ne aveva solo 13. Solitamente, poi, un appuntamento così si prepara in 4 anni: infatti appena tornerà da Rio dovremo subito rimetterci al lavoro per la prossima paralimpiade.

Qual è stata la difficoltà maggiore?

Gestire la tecnica nel momento della competizione: lui è uno molto volitivo, parte sempre con decisione ma a volte a discapito del controllo.

Come mai la scelta del lancio del disco?

Perchè nel peso paralimpico vengono accorpate molte categorie: lui potrebbe arrivare a lanciare anche a 16 metri ma ci vorrebbe molto più tempo. In una gara tecnica come il disco, invece, può essere molto più competitivo: lui ci ha creduto, ha abbandonato la pratica del Goldball ed è arrivato ad allenarsi anche 10 volte alla settimana.

Secondo lei ha ancora margini di miglioramento?

Non è più giovanissimo ma fisicamente è molto integro: potrebbe perdere un po’ di brio ed esuberanza fisica ma ha ampi margini tecnici che possono compensare.

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