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Il cessate il fuoco in Siria del 12 Settembre 2016

Giancarlo Elia Valori, Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France, traccia un'analisi della situazione in Siria dopo l'annunciato cessate il fuoco.

Sabato 10 settembre, tra Ginevra e Monaco, sedi storiche delle ormai innumerevoli negoziazioni sulla guerra in Siria, il Segretario di Stato USA John Kerry e il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov hanno raggiunto un accordo per la tregua tra le varie fazioni in lotta per le spoglie dello Stato mediorientale.

Dal tramonto del 12 Settembre entrerà in vigore l’accordo, che avrà la durata di una sola settimana.
Chi è implicato dal cessate il fuoco? In primo luogo le forze di Assad, l’Esercito Arabo Siriano, compresi i suoi alleati russi e iraniani e i vari gruppi dell’Esercito Siriano Libero, di cui non è possibile conoscere l’esatta entità delle forze e la sua relazione, ondivaga, con gli altri movimenti del jihad siriano.

L’intesa quindi non riguarda né il Daesh-Isis né, tantomeno, le milizie di Fateh al-Sham, il nuovo nome che il Fronte Al Nusra si è dato per distanziarsi il più possibile dalla sua casa-madre, Al Qaeda.

Le ostilità cessano soprattutto nella zona di Aleppo, la chiave per tutti della strategia siriana, al fine di consentire l’afflusso dei rifornimenti e dei soccorsi alle popolazioni locali, durissimamente provate dalle azioni di entrambi i contendenti.

Si ricordi che la guerra in Siria finora ha causato 350.000 morti e 11 milioni di profughi, la metà dell’intera popolazione siriana.
Il risultato politico essenziale di quest’ultima trattativa di Settembre è che, in primo luogo, la deposizione del “tiranno” Bashar El Assad non è più all’ordine del giorno.
Bashar è forse l’unico, infatti, che possa riuscire a tenere unita la Siria e, quindi, è un asset valido e necessario per i russi.
I Paesi occidentali intervenuti nello scontro sono tutti invece, in un modo o nell’altro, interessati ad un frazionamento della nazione siriana.

La Turchia vuole annettersi, nel suo sogno neo-ottomano, l’area sunnita di quel Paese, anche per controbilanciare il peso dei Curdi sia in Siria che sul proprio territorio, separandoli con una enclave controllata da Ankara.
La Rojava, (l’Occidente, in curdo) i tre cantoni dell’autogoverno curdo, Afrin, Jazira e Kobani, oltre che all’area di Shabha, si trovano nell’area del governatorato siriano di Hasakah. I cantoni curdi sono polietnici, è bene notarlo.

La presenza curda è, naturalmente, il vero obiettivo delle operazioni turche. Poco prima del cessate il fuoco, Ankara ha disposto 43 nuclei autoportati e almeno 200 uomini, oltre quelli della guarnigione turca, a Gaziantep. Poco dopo, l’YPG curdo ha ingaggiato degli scontri con le forze di Ankara nell’area di Hatay.

Non sono peraltro disponibili mappe, a nessun livello dell’operazione turca “Scudo dell’Eufrate” e, in contemporanea, l’Isis smobilitava i suoi militanti di élite dall’area di Al-Bab, nella provincia nord-est di Aleppo. E’ quindi intuibile un futuro contrattacco dei jihadisti da Sud. Il fine vero di Euphrates Shield è quello di stabilire una “zona di sicurezza” per la Turchia lunga 90 chilometri e larga 40, per evitare la connessione dei curdi di Rojava con quelli in Turchia e per spezzare definitivamente l’unità della nazione siriana, ovvero per creare una continuità strategica tra l’Anatolia e l’Islam sunnita dell’Asia Centrale.

Gli USA vogliono, nel quadrante siriano, “portare la democrazia” a Damasco, e intendono continuare a controllare le aree detenute dai loro alleati dell’Esercito Libero Siriano, i ben noti jihadisti “moderati”. Anche Washington vuole, senza dirlo, un frazionamento della Siria per attuare anche lì l’infausto “modello yugoslavo”, creando staterelli etnici che, magari, come è accaduto con il Kossovo, divengano dei centri di reclutamento del jihad prossimo venturo o, sempre come il Kossovo, dei centri di gestione del traffico delle droghe.
La Russia vuole, infine, uno Stato sufficientemente unito che faccia da protezione al territorio costiero alawita dove sono presenti le loro basi navali sul Mediterraneo.
L’Iran, poi, vuole per la Siria uno stato unitario, sotto gli alawiti, che sono sciiti, come sancì l’Imam Mussa Sadr, che faccia da protezione verso la Turchia sunnita e la dinamica di destabilizzazione che proviene dall’Arabia Saudita.

Il senso politico e strategico è quindi che, finita la settimana di tregua, USA e Federazione Russa dovrebbero riunirsi per lottare contro Isis-Daesh e Fateh al-Sham, il nuovo “marchio” di Al Nusra.
Come previsto dall’accordo del 10 Settembre, le forze di Assad dovrebbero cessare i bombardamenti “dovunque le altre forze siano presenti” per permettere l’arrivo degli aiuti umanitari ad Aleppo.
Inoltre, la priorità per l’afflusso degli aiuti sarà la seconda città di Aleppo e dintorni, oltre alle zone “difficili da raggiungere”.
Sia le Forze di Bashar che quelle “ribelli” dovrebbero, sempre secondo l’accordo del giorno 10, allontanarsi da Castello Road, che percorre tutto il centro di Aleppo dal Nord della città fino all’area Est, detenuta ancora dai “ribelli” di Jaish al Fateh e dall’Isis-Daesh.

Una parte dei curdi YPG è anch’essa presente sulla strada di Aleppo, che è monitorata oggi da soldati russi.

Dovrà esserci anche un “accesso sicuro” all’area di Ramouseh e, se vi saranno sette giorni consecutivi di successo, anche parziale, della tregua USA e Russia opereranno insieme per “sviluppare azioni militari “ (sic) contro Fateh al Sham e Isis. Sarà costituito, sempre alla fine regolare del cessate il fuoco, un Joint Implementation Centre per lo scambio di informazioni necessarie alle attività militari, ma il problema è che gli USA continueranno a sostenere forze “ribelli” vicine o alleate a Jaish Al Fateh e che la Russia dovrà convincere il suo alleato Assad a cessare i bombardamenti sulle città.

Ma, se il cessate il fuoco avrà successo, tutte le forze il cui territorio confina con lo “stato islamico” potranno concentrare le loro forze unicamente contro l’Isis, il che genererà una sorta di concorrenza tra alleati, almeno per quanto riguarda la lotta al califfato di Al Baghdadi.
Pochi giorni prima dell’accordo, peraltro, due gruppi “ribelli”, entrambi sostenuti dagli USA, si erano scontrati tra loro a Jarabulus, a nord di Aleppo: Jaish al Tahrir e le Forze Democratiche Siriane.

La fotografia dei rapporti di forza militari in Siria immediatamente prima del cessate il fuoco è quindi complessa: il 4 settembre le forze di Assad hanno ricominciato l’assedio di Aleppo, mentre l’Isis dà inizio ad una serie di attacchi suicidi il 5 settembre a Tartous , Homs e Damasco, oltre che alle posizioni dei curdi dell’YPG a Qamishli e a Hasaka.
Un attacco, quello dell’Isis, che segue di poche ore l’eliminazione del califfato al confine turco-siriano, nell’area di Aleppo, da parte delle Forze Armate turche e dei loro jihadisti di riferimento, i Turkmeni. Un successo militare che ha fatto, evidentemente, da prodromo dell’accordo in fase di discussione tra Mosca e Washington.
È quindi probabile che l’Isis cerchi, nelle more del cessate il fuoco, una nuova espansione nella Siria Occidentale.
In ogni caso, si tratta di un deal, quello del 10 Settembre, difficilissimo da mantenere.

L’accordo è indubbiamente un successo della diplomazia russa, poiché sia Obama che una parte del Pentagono e della CIA non volevano riconoscere alcun ruolo a Bashar, ed ora invece si sono, almeno figurativamente, seduti allo stesso tavolo con gli emissari di Damasco. L’ossessione di Barack Obama e di gran parte del Pentagono era “Assad must go!” come se la caduta di un “tiranno” cambiasse magicamente l’equilibrio politico di tutto un Paese.

Lo stesso errore compiuto, lo ricordiamo, in Iraq con Saddam Hussein e in Afghanistan con il vecchio presidente “democratico” Hamid Karzai.
Certamente, se le due maggiori potenze sul terreno si uniranno davvero, la fine dell’Isis sarà questione, se non di giorni, di poche settimane.
Ma molti dei cessate il fuoco sono scritti sull’acqua, e questo del 10 Settembre non fa eccezione. Le forze aerospaziali russe hanno continuato a colpire obiettivi jihadisti malgrado la tregua; e il centro di coordinamento tra Washington e Mosca, previsto dall’accordo, non è stato ancora definitivamente posto all’opera. Non potrà certamente nascere magicamente dal nulla alla fine della settimana fatidica.

Vi sono stati poi scambi di artiglieria tra le parti il 13 settembre nell’area di Aleppo, mentre l’Esercito Arabo Siriano di Bashar e gli Hezbollah hanno ingaggiato combattimenti con Jaish al Fateh nelle zone di Qarassi, Zeitan, Khan Touman e Khalsah. Per contro, Jaish al Fateh ha colpito gli avanposti di Bashar alle Fattorie di Malah e alla Base di Artiglieria di Ramouseh.
Il giorno 12 Settembre, tutto l’insieme delle forze di Jaish al Fateh ha dichiarato che non accettava il cessate il fuoco, poiché i loro dirigenti non erano stati chiamati a discutere il documento e, quindi, non veniva loro riconosciuto il ruolo di elemento primario della “resistenza” a Bashar.

Il giorno successivo, così almeno dicono le loro fonti, le Forze Aeree dell’Esercito Arabo Siriano hanno abbattuto un jet e un drone israeliani presso Quneitra, ma Gerusalemme nega l’accaduto.
Bene, ma quale è il significato strategico di questo cessate il fuoco, a parte i riposizionamenti sul campo di battaglia?

La Russia emerge come il vero leader del futuro della Siria. Gli Usa operano con i loro alleati turchi nel Nord, ma questa è una operazione anticurda, e le varie milizie curde sono alleate degli Usa.
Si ricreerà tra poco uno scontro tra fazioni entrambe sostenute da Washington, che evidentemente non ha strategia alcune in Siria salvo la trita e impossibile “esportazione della democrazia”.
Forse il cessate il fuoco reggerà, ma dopo la crisi siriana rimarrà stabile, con le tensioni sull’Eufrate, la reazione curda, il ritorno di fiamma delle unità sciite iraniane, le incursioni russe.
Non c’è un progetto strategico, da parte delle forze occidentali, e quindi vinceranno i russi che ce l’anno e quindi Bashar, dopo però rovine inimmaginabili e la creazione di un flusso di migranti verso l’UE che sarà difficilissimo da gestire.

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