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Ali, un curdo a Bergamo: “Sono scappato dalla Turchia, qui nessuno ci discrimina”

Ali gestisce un ristorante insieme alla fidanzata: "Non possiamo tornare a vivere in Turchia se le cose stanno così. Siamo felici a Bergamo e ci siamo sempre sentiti accolti"

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Quando hanno annunciato il colpo di stato in Turchia, ho pensato: Grazie a Dio. Non appena ho letto di Erdogan che da Skype incitava la popolazione a scendere in piazza, ho incominciato a credere che fosse una farsa”: a dirlo è Ali, titolare del ristorante Antalya in Via Carducci 6 a Bergamo. Ali non è turco, ma Curdo, e ci tiene a precisarlo: “Quando dicevo di venire dalla Turchia, la gente storceva il naso. Non appena aggiungevo di essere Curdo, mi stringevano la mano rivolgendomi un sorriso. C’è molta simpatia per i Curdi, soprattutto oggi”.

Ali è arrivato in Italia più di tre anni fa: “Sono rimasto a Milano per qualche mese, in cui ho lavorato. Poi ho fatto richiesta di un permesso di soggiorno da richiedente asilo, che ho ricevuto dopo solo 28 giorni, e mi sono spostato a Costa Volpino”. Qui ha conosciuto Zana, la sua fidanzata. Anche lei è emigrata, vent’anni fa: “Vengo dalla Macedonia, ma sono albanese. Siamo fuggiti a seguito dello scioglimento della Jugoslavia e del razzismo verso le minoranze albanesi”.

“Abbiamo lavorato a Costa Volpino dai parenti di Ali – spiega Zana – aspettando che ci fossero rilasciati i permessi per aprire un ristorante. Siamo a Bergamo da un mese e siamo felici”. Il locale è semplice e ordinato e Zana ha appena finito di sistemare i coperti quando si siede accanto ad Ali. Bisogna aspettare un po’ per essere serviti, ma Zana ha la risposta pronta: “A differenza di tutti gli altri, noi prepariamo il pane al momento”. Si sente il calore del forno e quasi anche il profumo.

“Entrambi conoscevamo Bergamo già da tempo – riprende Ali – Anche quando ero a Milano venivo qui spesso per fare serata. Mi hanno sempre parlato bene di Bergamo e anche a me piace molto”.

Ali è fuggito, come molti dei Curdi del suo paese. Si è trasferito e ha contato anche sull’appoggio della sua famiglia. Ma quanti siete? Esita un attimo, come se contasse. “Siamo circa trecento, sparsi ovunque: Bologna, Modena, Firenze, Capri, Sassuolo, Milano, Vigevano, Parma, Genova…”.

“Noi Curdi non siamo riconosciuti dal governo della Turchia – spiega Ali – . All’inizio ci siamo fidati di Erdogan perché aveva promesso di dialogare con il leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, Abdullah Öcalan. Ovviamente, una volta eletto non ha mantenuto la parola”.

Dopo la cattura a Nairobi, in Kenya, nel 1999, Öcalan è detenuto sull’isola-prigione İmralı, in cui sono stati stanziati mille soldati solo per sorvegliarlo. “Prima Öcalan era a Roma, ma il governo non ha potuto accogliere la sua richiesta d’asilo per le pressioni del governo turco, che ha persino minacciato di far scoppiare una guerra”. Ai tempi D’Alema era presidente del consiglio e il suo governo fu criticato per non aver rispettato gli articoli 10 e 26 della Costituzione sull’estradizione e il diritto d’asilo.

“Nei primi tempi nessuno poteva lamentarsi di Erdogan, soprattutto nel mio paese, Gaziantep: sono stati finanziati lavori e investiti molti soldi nel pubblico. L’erba è sempre tagliata, i fiori sono annaffiati con regolarità, gli edifici ristrutturati. Poi però c’è stata la svolta autoritaria di Erdogan e ovviamente l’Isis. L’ultimo attentato risale al 12 agosto, in occasione di un matrimonio tra Curdi, quando un terrorista ha agganciato una bomba addosso a un bambino che la credeva un regalo. L’ordigno è esploso uccidendo 53 persone, molte delle quali conoscevo” spiega Ali, tetro.

Ho raggiunto i miei familiari qui in Italia, ma i miei genitori sono rimasti a Gaziantep. Hanno un allevamento e un’attività che non vogliono lasciare. Temo che siano troppo vecchi per viaggiare, anche se si tratta di poche ore in nave” spiega, mostrando il tragitto con GoogleMaps.

La situazione è molto dura, commenta Ali, ma solo dal punto di vista politico. “Il mio paese è a maggioranza Curda ed è circondato da altri quattro di cultura islamica, ma non c’è odio tra di noi. Tutti abbiamo qualche amico o conoscente musulmano, io sono stato invitato nelle loro case. È il governo di Erdogan che è contro di noi: il Kurdistan è una questione politica, non sociale. Erdogan non vuole perdere le terre abitate dai Curdi”.

I Curdi sono una “minoranza” di 57 milioni di persone, di cui trenta nella sola Turchia, spiega Ali. Vi sono Curdi sparsi ovunque nel Medio Oriente, anche tra Iraq, Iran e Armenia, ma non gli è mai stato riconosciuto realmente uno stato, che chiamano Kurdistan. Inoltre, rientrano tra i bersagli dell’Isis, perché di fede non musulmana (e in molti casi cristiana).

La situazione per i ragazzi Curdi è molto difficile: chi non vuole morire deve fuggire. In Turchia è obbligatorio entrare nell’esercito e molti si arruolano nell’esercito Curdo per andare a combattere l’Isis: preferiscono sacrificarsi per guadagnare terreno nella lotta al terrorismo”. Gaziantep è molto vicina alla Siria e Ali spiega che sono tra i cinque e i sei milioni i giovani Curdi coinvolti nel conflitto.

“A ciò si aggiunge il fallito colpo di stato – prosegue Ali – Ora in Turchia c’è praticamente una dittatura. Erdogan ha sempre dovuto tener conto dei giudici e soprattutto dei militari, che prima del colpo di stato rappresentavano un potere forte. Adesso li schiaccia sotto i piedi”.

Non possiamo tornare a vivere in Turchia se le cose stanno così. L’Italia è un paese bellissimo – e su questo conviene anche Zana – Qui nessuno ci discrimina e siamo sempre stati accolti. Ci impegniamo per rispettare le leggi e offriamo il nostro aiuto agli altri richiedenti asilo che non conoscono la lingua”.

“È difficile per chi sta dall’altra parte, soprattutto per chi ad esempio lavora in Questura e deve avere a che fare con i richiedenti asilo ogni giorno. Cerchiamo di renderci utili anche noi, ad esempio accompagnando chi è appena arrivato”. Vincere i pregiudizi però è difficile, anche se, ammettono, sono “comprensibili: ci sono stranieri che si comportano in modo incivile, al contrario di molti che come noi sono sempre stati rispettosi – spiega Zana – “Purtroppo però questi casi restano impressi nella mente delle persone”.

Con un sorriso contagioso Zana conclude: “Non ci aspettiamo di cambiare le cose, ma vivremo qui: Bergamo è la nostra nuova casa”.

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