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Passerella in Piazza Vecchia, Italia Nostra: “Come il trattore in tangenziale: fuori luogo”

Pubblichiamo la lettera aperta dell’architetto Maria Claudia Peretti, presidente di Italia Nostra nel dibattito sugli allestimenti delle piazze di Città Alta.

Se c’è una cosa positiva negli allestimenti delle piazze storiche che anche quest’anno accompagnano la
manifestazione i Maestri del Paesaggio è che essi rendono evidente e percepibile, più di mille parole, il fatto che senza un’ attenta considerazione dei luoghi sui quali si interviene, l’obbiettivo di migliorare e abbellire la città non solo fallisce, ma genera risultati opposti.

Contenuti nella vocazione didattica che la parola ‘maestri’ evoca, questi allestimenti sembrano un’efficace lezione ‘in negativo’ ispirata dalla tecnica pedagogica in nome della quale, per insegnare a un bambino che il fuoco può essere pericoloso, lo si induce a fare l’esperienza diretta del ditino sulla fiamma.

Un dolore transitorio e veloce in vista della consapevolezza di ciò che non si deve fare. Aldilà di ogni altra considerazione sull’uso dello spazio pubblico, sul senso delle politiche culturali e sulle modalità di intervento nel tessuto storico, gli allestimenti sono ‘fuori luogo’.

‘Fuori luogo’ significa indifferenti, distratti: significa che potrebbero stare in molti altri posti ma non li,
perché dove sono ora tolgono fascino piuttosto che regalarne, nascondono, se li paragoniamo ad abiti, la
bellezza dei corpi che li indossano invece di esaltarla, sono di taglia sbagliata, usano un linguaggio, materiali e fattezze da hard discount e non da sartoria.

Sono ‘fuori luogo’ anche rispetto al senso dell’iniziativa che li genera, dentro la quale vengono illustrati
esempi di ottimi progetti realizzati in forma permanente in giro per il mondo, che poi appaiono smentiti
appena fuori dalla porta del teatro sociale che ospita il meeting, dalla qualità del ‘transitorio’ messo in
scena nello spazio esterno. Il corpo della città storica merita abiti su misura e raffinati, gli stessi che sceglieremmo se applicassimo allo spazio urbano l’attenzione che riserviamo al nostro abbigliamento, agli abbinamenti tra le parti, alle circostanze dentro le quali il vestito trova un senso e un contorno.

Il problema non è quello di non fare e di non toccare nulla, nemmeno quello di una modernità che deve
indietreggiare dinnanzi alla sacralità del passato, piuttosto è quello di una modernità che riesca a
dimostrare, quanto meno, di essere adeguata ai corpi su cui interviene. Nel caso di Città Alta alla qualità di ciò che già esiste, evitando di soffocarla in un vocio senza spartito dentro cui anche la migliore delle
musiche diventa inascoltabile.

“Col trattore in tangenziale andiamo a comandare” sembra essere la colonna sonora ideale per questo film che comunque è utilissimo vedere, perché, senza essere maestri, tutti noi comunque sappiamo che
sperimentando si impara e che solo imparando si può migliorare.

Abbiamo letto con sollievo l’annuncio che, per il prossimo anno, si sta pensando di spostare l’attenzione
sull’area di Via Autostrada: molte città, a partire dall’ esperienza della Barcellona anni 80, hanno
trasformato completamente i propri paesaggi lavorando sulle piazze periferiche con grande qualità.

Bergamo non è mai stata così viva e le recenti iniziative di folla hanno dimostrato che sono moltissime le
persone che la amano e che sono disponibili a partecipare. Lo story telling della nostra città ha trovato un vigore straordinario in questi ultimi anni di abile comunicazione. Il prossimo passo necessario è quello di decidere quale è il paesaggio che vogliamo comunicare: se sceglieremo quello di cui si parla all’interno del teatro, fatto di attenzione, rispetto, delicatezza dovremo di certo cambiare i modi per comunicarlo all’esterno.
Mariola Peretti

Commenti

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  1. Scritto da marcello_ambrosioni

    Cara collega

    siamo alle solite: belle parole e strali per non dire nulla.

    Non mi pare che l’iniziativa sia alla sua prima stagione, se lo fosse si potrebbe parlare di inizio di un percorso, di futura maggiore condivisione in un ambito di collaborazione con istituzioni, associazioni e realtà culturali e territoriali esistenti, e via dicendo.

    Negli anni i commenti riguardo l’iniziativa sembrano avere toni da “accanimento terapeutico” sulla città riguardo i progetti insediati.

    Ognuno di noi può formarsi ed esprimere un opinione basandosi sulla sua formazione culturale oppure sulla sola propria sensibilità: i giudizi possono essere quindi molteplici, addirittura infiniti.

    Bergamo negli ultimi anni ha fatto certamente un balzo in avanti, il mondo ci ha lentamente trascinato verso un futuro che rimane comunque molto incerto (soprattutto o solo grazie all’aeroporto verrebbe da dire).

    Certi commenti soffrono di un atavico strabismo di Venere, commenti che sembrano vedere solo alcune cose e non altre.

    Non mi pare che negli ultimi importanti episodi di progettazione, bandi internazionali e altri progetti Italia Nostra abbia commentato così criticamente risultati quantomeno discutibili:
    Ospedale di Bergamo, Accademia Carrara, Caserma Montelungo, Piazza Marconi e per finire la Chiesa di Longuelo.

    Non servono più atteggiamenti da feudatari del territorio, di frazionamenti dello stesso a seconda degli interessi di parte, di commenti da “Bergamo nostra”.

    Personalmente credo che una soluzione esista e stia nella declinazione e nella concretizzazione del concetto di Laicità.

    La concretezza bergamasca consiglierebbe di occuparsi di Città Alta 365 giorni consecutivi, anno dopo anno, evitando magari ad un turista di immortalare angoli preziosi e unici del territorio punteggiati di sacchi della spazzatura a tutte le ore, di automobili che attraversano la Corsarola
    limando le unghie di malcapitati cittadini e turisti in sandalo o sabot.

    Se Bergamo crede in una manifestazione, ciascun sarto a cui è dato incarico dell’abito ha bisogno di “sostanza” (culturale in primis, pecuniaria poi) e non di fichi secchi (come spesso capita a noi architetti di questi tempi, tentando quindi di fare di necessità virtù).

    Come sempre ad maiora.

    Marcello Ambrosioni