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Grande Guerra, Pillola 91: dalle stelle alle stalle, la settima battaglia dell’Isonzo fotogallery

La settima battaglia dell'Isonzo è la storia di un sanguinoso fallimento, venuto subito dopo una formidabile vittoria: dopo la fugace avanzata goriziana, la guerra era tornata a ristagnare e a imporre ai soldati il calvario delle trincee del carso.

Un grande comandante deve essere capace di imparare tanto dalle proprie sconfitte quanto dalle proprie vittorie: in una guerra, l’elemento sorpresa funziona quando è in grado, appunto, di sorprendere, ma, se si ripetono le modalità con cui la sorpresa aveva funzionato, è quasi certo che si andrà incontro ad un grave fallimento.

La settima battaglia dell’Isonzo è, appunto, la storia di un sanguinoso fallimento, venuto subito dopo una formidabile vittoria. Sul fronte italiano, dopo la conquista di Gorizia, nell’agosto del 1916, il regio esercito ed i suoi comandanti erano animati da un notevole entusiasmo: questo portò Cadorna a sottovalutare tanto le capacità di reazione degli avversari quanto la loro volontà di resistenza, in parte illudendosi che la recente entrata in guerra della Romania (27 agosto), accanto all’Intesa, avrebbe distolto ulteriori energie agli austroungarici impegnati contro l’Italia.

Così, il capo di stato maggiore italiano decise di inaugurare, sul fronte della 3a armata, che si stendeva da Gorizia al mare, e che era rimasto escluso dalla grande battaglia di agosto, la tecnica delle “spallate”, vale a dire di attacchi violentissimi e rapidissimi, in settori limitati dello schieramento. Di solito, soprattutto sulla manualistica, si tende a definire “spallate” tutte le undici offensive isontine: in realtà, almeno in origine, questa terminologia venne introdotta solo a partire dal settembre 1916, in occasione, appunto della settima battaglia dell’Isonzo. Obiettivo finale della 3a armata era, come sempre, Trieste: vicina ed irraggiungibile, la città sembrava un miraggio ammaliante per i comandanti italiani, nonostante che il suo valore strategico fosse decisamente modesto.

Tra gli italiani e Trieste si ergevano i bastioni del Carso, culminanti nel massiccio dell’Hermada, che sbarrava la via costiera per il capoluogo, e che, nel corso del conflitto, non sarebbe mai stato conquistato dai soldati in grigioverde: obiettivo tattico di questa settima offensiva era, soprattutto, il Fajti Hrib: un dosso di circa 430 metri di altezza, destinato ad una fama sinistra, anche grazie al tenente Carlo Emilio Gadda, che vi combattè e ne scrisse in diverse opere.

Le fanterie italiane scattarono all’attacco, dopo una breve ed intensa preparazione d’artiglieria, il 14 settembre: la giornata appariva serena, ben presto, però, le condizioni meteo peggiorarono drasticamente e le truppe attaccanti dovettero segnare il passo, fiaccate da un temporale violento e dalla tenacissima resistenza dei difensori, tanto che, a sera, il comando italiano ordinò alle truppe di interrompere l’attacco ed attendere l’ordine per uno sbalzo ulteriore, mentre i cannoni continuarono a bersagliare le linee austroungariche. La mattina successiva, fanti e bersaglieri scattarono di nuovo, dalle posizioni acquisite e, al prezzo di perdite pesanti, riuscirono a conquistare qualche centinaio di metri di terreno, ma lo sforzo non valeva certamente la candela e i presupposti per il seguito dell’azione erano pessimi.

Gli imperiali (il 7° corpo d’armata dell’arciduca Giuseppe), infatti, sulla scorta di quanto avvenuto a Gorizia un mese prima, avevano organizzato la propria linea difensiva con un nuovo criterio, che si rivelò molto efficace: tra la linea del fuoco e la seconda linea, posero altre due linee di resistenza relativa, protette da reticolati; inoltre, in questa sorta di corridoio tra la prima linea e le retrovie, raccolsero, in magazzini protetti dal tiro, rifornimenti e scorte di munizioni in notevole quantità, in modo da poterli utilizzare secondo la necessità del momento.

Va detto che gran parte di questi lavori di scavo e di apprestamento vennero svolti da decine di migliaia di prigionieri di guerra russi, trasportati apposta sul Carso: questa di usare i prigionieri russi per lavori di carattere militare era un’abitudine invalsa nell’esercito imperiale e contravveniva platealmente ai dettami della Convenzione di Ginevra, che vietava esplicitamente questa pratica.

Se, da un punto di vista logistico, queste furono le premesse alla battaglia, da un punto di vista tattico, sfruttando abilmente le caratteristiche del terreno, i reparti austroungarici retrocedettero con un ordine prestabilito, mantenendosi sempre al riparo, se possibile, dai tiri avversari. Questo permise loro di mantenere sempre molto alto il volume di fuoco e, al contempo, di organizzare punti di massima resistenza elasticamente durante l’azione, a seconda delle necessità contingenti.

Per gli italiani, questo adeguamento tattico alle proprie modalità d’attacco rappresentò una sorpresa alla rovescia: gli avversari, lungi dall’essere depressi psicologicamente ed inadeguati tatticamente, si battevano con estremo valore ed avevano introiettato alla perfezione le contromisure tattiche per contrastare la tecnica d’assalto italiana. Il risultato fu una battaglia brevissima e sanguinosissima, che vide, in uno spazio di fronte molto breve, affrontarsi grandi masse di uomini (solo gli italiani schierarono per l’offensiva 240 battaglioni e, su di un fronte di nemmeno 8 chilometri, avanzarono 100.000 uomini) a contendersi pochi metri di terreno.

Alla fine, quando, il 17 settembre, la battaglia terminò, col solo risultato, per le truppe di Cadorna, di avere conquistato qualche trincea ed un caposaldo avversario, i corpi di migliaia di italiani ed austroungarici punteggiavano le pietraie carsiche: le perdite furono, rispettivamente, di 20.000 e 15.000 uomini circa.

Dopo la fugace avanzata goriziana, la guerra era tornata a ristagnare e ad imporre ai soldati il calvario delle trincee del carso.

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