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11 settembre 2001 – l’attacco alle Torri Gemelle, Terzi di Sant’Agata: “Estremismo e radicalizzazione minacciano i nostri valori”

A 15 anni dall'attentato alle Torri Gemelle pubblichiamo un estratto dell’intervento che il bergamasco Giulio Terzi di Sant’Agata, già ministro degli esteri e ambasciatore negli Usa, terrà in occasione della Conferenza Internazionale sul Terrorismo

Esattamente quindici anni fa gli Stati Uniti venivano colpiti al cuore. Era la mattina dell’11 settembre 2001 quando diciannove affilliati all’organizzazione terroristica fondamentalista islamica Al-Qaeda dirottavano quattro voli civili commerciali: 2 contro le torri nord e sul del World Trade Center di New York, causando il collasso di entrambi gli edifici, uno contro il Pentagono e un altro, diretto contro il Campidoglio o la Casa Bianca, che finì la propria corsa in un campo vicino a Shanksville, nella Contea di Somerset, in Pennsylvania.

Il bilancio fu terribile: quasi 3 mila i morti, 2.600 circa a New York. Oltre 6 mila i feriti. Una data che, inevitabilmente, segnò uno spartiacque indelebile nella storia della civiltà moderna.

In occasione di questo triste anniversario, pubblichiamo un estratto dell’intervento (tradotto dall’inglese all’italiano) che il bergamasco Giulio Terzi di Sant’Agata, già Ministro degli Esteri ed ambasciatore negli Usa, terrà in occasione della Conferenza Internazionale sul Terrorismo che si svolgerà in Israele in questi giorni, dall’11 al 15 settembre.

di Giulio Terzi di Sant’Agata
“Estremismo e radicalizzazione sono argomenti che l’opinione pubblica, le istituzioni e i media internazionali non hanno messo sin da subito in cima alla lista delle priorità. Argomenti che, per lungo tempo, sono stati confinati alla voce ‘lotta al terrorismo’ e al campo delle scienze sociali.

Le eccezioni, come al solito, non mancano. Alcuni visionari, come la giornalista italiana Oriana Fallaci, avevano perfettamente compreso la minaccia che il fondamentalismo islamico avrebbe comportato per le nostre società, tradizioni e culture.

Secondo alcuni dati forniti dal Counter Extremism Project (CEP), un’organizzazione senza scopo di lucro, apartitica e nata per combattere la crescente minaccia delle ideologie estremiste, dopo il giugno 2014 alla domanda “secondo voi nei prossimi dieci anni l’estremismo islamico rappresenterà una seria minaccia per la sicurezza della vostra nazione?”, sono state date le seguenti risposte: nel Regno Unito coloro che hanno detto “molto probabile” è salito dal 42% al 51%. In Spagna dal 22% al 28%, in Francia dal 42% al 43%, già un segnale d’allarme ancor prima dell’ondata di sangue e terrore che ha attraversato il 2015. In Germania coloro che hanno risposto “molto probabile” è cresciuto dal 27% al 34%, nei Paesi Bassi dal 23% al 32%, in Svezia dal 18% al 26%.

Da giugno a settembre 2015, i movimenti estremisti islamici sono diventati per il ​​56% degli intervistati la “più grande minaccia per la sicurezza nazionale del Paese”: un aumento del 15% in soli tre mesi.

Ma per contrastare questi fenomeni, oramai all’ordine del giorno, occorre agire tutti insieme. La “lotta per i valori”, infatti, deve essere pienamente compresa, poiché rappresenta la sfida più importante contro la minaccia del fondamentalismo islamico. Per vincere questa sfida, fondamentale per l’affermazione della democrazia e la piena attuazione dello Stato di diritto, dobbiamo sostenerci l’uno con l’altro, a livello globale. La cooperazione internazionale a tutti i livelli è fondamentale, perché, come ho imparato da Israele, “It takes a network to beat a network. Ovvero: “Ci vuole una rete per battere una rete”.

Il ministro Giulio Terzi di Sant'Agata

Occorre contrastare l’estremismo e la radicalizzazione nelle nostre relazioni con il mondo musulmano. Nel corso degli ultimi quattro decenni, tre eventi principali hanno ridisegnato gli scenari e migliorato le forze radicali nel mondo musulmano. In ognuno di essi, queste forze hanno cercato di sovvertire i valori universali su cui è stato costruito lo Stato di diritto e l’ordine internazionale. Ma le reazioni occidentali hanno dimostrato la fragilità di una volontà politica e l’assenza di forte leadership.

A partire dalla rivoluzione iraniana, tre eventi storici hanno scosso il mondo musulmano mentre l’Occidente, e in particolare in Europa, sono stati focalizzata su altre priorità:
1) Il ritorno dell’Ayatollah Khomeini a Teheran e l’istituzione della Repubblica islamica nel 1979;
2) L’appello di Osama Bin Laden nel 1998 a tutti i musulmani costituire la “Global Jihad contro i crociati” e per ri-fondazione del califfato;
3) la nascita, attorno al 2006, di un più acceso contronto tra sunniti e sciiti dopo l’esecuzione di Saddam Hussein ha portato alla responsabilizzazione del regime iraniano e dei suoi procuratori sciiti in Iraq, Siria, Libano, Yemen, Arabia Saudita , Bahrain, Pakistan e altri paesi musulmani.

Solamente due anni fa, l’Occidente ei suoi alleati hanno elaborato una strategia e un impegno contro lo Stato islamico costituito in Siria a seguito della repressione selvaggia di Assad. Uno Stato islamico incoraggiato e sostenuto da Teheran, che ha sfruttato anche da altre due circostanze eccezionalmente favorevoli:
A) In primo luogo, la lotta globale e millenaria sunniti e sciiti;
B) In secondo luogo, la risposta positiva da parte di molti radicali musulmani all’invito di Osama bin Laden: una jihad contro i “crociati”, ovvero l’Occidente, e la costituzione di un califfato che potrebbe allungare i suoi confindi dal Medio Oriente verso l’Europa.

E’ stato ribadito più volte che l’abominio dell’11 settembre ha cambiato il mondo in modo drammatico. Jihadismo e la radicalizzazione tra i musulmani sono stati a lungo una minaccia reale. Nel lungo periodo che seguì l’11 settembre, l’Occidente sembrava avesse perso la lotta per rivendicare la superiorità morale.

In anni più recenti, la minaccia jihadista viene sempre più spesso da dentro l’Occidente. Migliaia di giovani, spesso appartenenti a famiglie integrate nel tessuto sociale, oppure che si sono recentemente convertiti all’Islam, o addirittura nemmeno particolarmente religiosi, hanno lasciato inaspettatamente le loro case in Europa per andare a combattere contro Assad e poi essere risucchiati nello Stato Islamico. Altri sono stati indotti dalla propaganda iraniana in Europa ad unirsi alle milizie sciite, ad Hezbollah e ai loro delegati.

La recente ondata di attacchi in Europa e il numero crescente di vittime stanno cambiando la percezione generale della sicurezza. La migrazione, i musulmani la radicalizzazione e il terrorismo sono percepiti dall’opinione pubblica europea, come elementi sempre più interconnessi. Anche se molti governi dell’Unione Europea sostengono il contrario e si sforzano di negare la portata e la natura di questa minaccia.
Il filosofo americano Michael Walzer ha recentemente dichiarato: “Spesso incontro persone che sono più preoccupate di essere considerate islamofobiche che disposte a condannare il terrorismo islamico”. Confondendo in tal modo il dibattito politico, i leader europei non aiutano i propri cittadini a stare insieme, per rafforzare la loro volontà e identità comune. L’atteggiamento del governo italiano non fa eccezione.

(…)
Un ricercatore italiano, Michele Groppi, che sta studiando l’estremismo e la radicalizzazione tra le comunità musulmane in Italia ha scritto sul Jerusalem Post: “Anche l’Italia, un Paese che è stato storicamente piuttosto immune al fenomeno, sta cominciando a rendersi conto della minaccia derivante dalla radicalizzazione della sua comunità musulmana. Tuttavia, questo argomento rimane un tabù per la maggior parte italiani. Purtroppo, un certo grado di indifferenza, ignoranza e anche riluttanza da parte sia del pubblico italiano sia delle élite politiche hanno impedito un dibattito tanto necessario sulla questione”.

La “lotta per i valori” deve essere pienamente compresa: è la sfida più importante contro un Islam fondamentalista, che sta cercando di imporre su di noi una guerra di religione. Le nostre società democratiche e libere saranno sempre pronte ad aborrire e rifiutare guerre di religione. Per vincere questa sfida, è necessaria una spinta straordinaria per la democrazia e la piena attuazione dello Stato di diritto che deve essere sostenuta a livello globale. Le democrazie liberali sembrano aver perso il loro fascino, perché non ispirano più, come è successo a cavallo del secolo scorso, l’ammirazione o l’emulazione di altri Paesi. Americani ed europei sembrano essere meno fiduciosi nel loro progetto nazionale. Ma è giunto il momento di reimpegnarsi su ciò che la libertà e la democrazia significano per noi e per i nostri figli.

 

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