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Crescita zero, Bresciani (Cgil): “Lo Stato investa, serve un nuovo New Deal”

L’Istat conferma la crescita zero per l’Italia e rivede la stima lievemente al rialzo dallo 0,7 allo 0,8% su base annua.

Nel secondo trimestre del 2016, infatti, il prodotto interno lordo (Pil) è rimasto invariato rispetto al trimestre precedente ed è aumentato dello 0,8% nei confronti del secondo trimestre del 2015. Non sono certo rilevazioni che fanno ben sperare proprio ora, all’inizio di settembre, quando tutte le attività produttive ripartono a pieno regime.

Luigi Bresciani, segretario provinciale della Cgil, che cosa c’è che non va, nonostante le riforme del Governo Renzi, gli sforzi degli imprenditori e la volontà dei lavoratori?
“Innanzittutto oggi stiamo ragionando su cifre per l’aumento del Pil, il prodotto interno lordo, che hanno davanti uno zero. Abbiamo subito una crisi profonda che ha cambiato profondamente la nostra struttra industriale e produttiva, basti pensare che dal 2008 al 2014 il Pil ha perso il 9%. In questi sei anni, con le politiche di austerità gli investimenti sono calati del 30% e i disoccupati sono aumentati di un milione e mezzo. Di fronte ad aumenti dello 0,1% non possiamo che renderci conto di quanto la crisi sia stata profonda e della necessità di abbandonare certe politiche che hanno avuto pesanti ripercussioni”.

Eppure con alcune riforme, prendiamo il jobs act, abbiamo confidato in una ripresa. 
“Invece abbiamo avuto un’esplosione di vaucher, contratti a tempo, e centinaia di migliaia di disoccupati che non hanno trovato un lavoro. Non è una novità. Negli ultimi vent’anni, in tutte le economie avanzate c’è stato un aumento delle disuguagliate, una riduzione dei consumi e molte fiammate speculative. Eppure l’Europa resta la più importante area commerciale del mondo”.

Che cosa si potrebbe fare per far ripartire l’economia?
“La poliitica dell’austerity ha portato un’inflazione bassissima, un’altissima disoccupazione creando di fatto una forte stagnazione. La soluzione sta nell’affrontare la crisi della domanda. Bisogna agire sulla qualità dell’offerta con un consistente intervento pubblico, un investimento nelle politiche attive dalla scuola alle infrastrutture. Dall’altra c’è una crisi di domanda e qui si devono mettere nelle tasche delle persone più soldi, rinnovare i contratti dei lavoratori pubblici: sono 12 milioni i lavoratori che attendono il rinnovo dei contratti. A questo si deve mettere mano ad una riforma delle pensioni che risponda alle esigente dei lavoratori precoci, ovvero coloro che hanno inziato a lavorare a 14 anni e vantano più di 40 anni di contribuzione. Prima avevano la barrriera dei 60 anni, oggi occorre recuperare la flessibiltà in uscita, è impensabile pensare che ci siano ancora persone che svolgano lavori usuranti a 70 anni”.

Senta Bresciani, lei sta chiedendo un forte impegno dello Stato che però ha un debito enorme.
“Il debito non lo pagheremo finché questo Paese non torna a produrre e a crescere. E secondo molti economisti in momenti di crisi lo Stato può gestire sia i consumi sia gli investimenti. Vanno bene le riforme, quelle che rendono meno farraginosa la macchina amministrativa, ma occorre abbandonare quanto prima la politica dell’austerity. Occorre che il pubblico faccia investimenti e sia il vero grande volano della ripresa. Si guarda sempre all’America, ebbene negli Stati Uniti il pubblico ha investito in grandi infrastrutture e opere, oltre che nell’istruzione. Così l’economia è ripartita. Facciamolo anche noi, un New Deal per far ripartire questo Paese”.

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