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Più diritti per i bambini con genitori in carcere: firmato il Protocollo

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I bisogni dei 100mila bambini che ogni giorno entrano in carcere per incontrare il genitore detenuto diventano diritti: è stato firmata a Roma nella sala Livatino del Ministero della Giustizia la ratifica del Protocollo che riconosce la continuità del legame affettivo con il genitore in carcere. La Carta è stata sottoscritta dal Ministro della Giustizia Andrea Orlando, dal Garante Nazionale dell’Infanzia e dell’Adolescenza Filomena Albano e dalla Presidente dell’associazione Bambinisenzasbarre Lia Sacerdote.

Il Protocollo, firmato nel 2014, è un documento unico in Europa che impegna il sistema penitenziario a confrontarsi con la presenza quotidiana del bambino in carcere, se pure periodica, e con il peso che la detenzione del proprio genitore comporta.

Sono oltre due milioni nei Paesi del Consiglio d’Europa i bambini che entrano in carcere per incontrare la mamma o il papà detenuto. L’incontro avviene in un luogo estraneo e per loro potenzialmente traumatico, sottoposto a regole e tempi che non sono fatti per i bambini.
“La sfida è riuscire a intervenire sulle pratiche di accoglienza e di cura del carcere. La presenza dei bambini in carcere è paradossale quindi radicale nella sua richiesta di normalità e di riconoscimento dei propri bisogni diventati diritti. E questo deve avere una ricaduta positiva per tutti: i bambini stessi ma anche i genitori detenuti, agenti e operatori e, infine, per la collettività” afferma Lia Sacerdote.

Il Protocollo rende i bambini che entrano in carcere visibili, tutelando il loro diritto a mantenere un legame affettivo con il genitore detenuto e cercando di superare le barriere legate al pregiudizio e alla discriminazione all’interno della società. Tra gli aspetti disciplinati dal Protocollo ci sono le visite all’interno degli istituti, la formazione del personale e l’istituzione di un Tavolo permanente che effettuerà un monitoraggio sull’applicazione del Protocollo avvalendosi anche della rete delle ONG sul territorio.

Un lavoro questo fondamentale perché la Carta sia un reale mezzo di trasformazione. Dalla firma nel 2014 il Protocollo è stato uno strumento centrale per intervenire sulle pratiche, ma tanto resta ancora da fare.

La Carta appena rinnovata ha messo l’Italia al centro dell’attenzione internazionale, anche con manifestazioni di interesse e missioni di studio, dalla rappresentante dell’Autorità Garante dei detenuti dell’Argentina, Laura Maccarrone che riproporrà il Protocollo al suo governo, alla Fondazione turca Youth Re-autonomy Foundation of Turkey, dalla missione irlandese a quella olandese. Le associazioni europee di COPE (Children of Prisoners Europe), hanno chiesto un provvedimento analogo ai governi e parlamenti dei rispettivi 21 Paesi e al Parlamento Europeo nel corso della campagna d’informazione “Non è un mio crimine, ma una mia condanna”.

Il modello italiano però non ha ancora raggiunto tutti gli obiettivi che si prefigge la Carta e questo rinnovo rinforza lo strumento per perseguirli.

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