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Mondonico, Prandelli, Finardi: all’Oratorio di Caravaggio si fa “scuola di sport”

Mondonico ribalta lo slogan olimpico: “L’importante è vincere, non partecipare”, Prandelli punta il dito e accusa: “Il problema principale sono i genitori e i dirigenti”, Finardi aggiunge: “Cesare ha ragione, vedo ragazzi che a 12 anni hanno già il procuratore”. E Bettinelli, che ancora non ha del tutto attaccato le scarpette da atleta al chiodo: “Importante è vincere, sono d’accordo, però bisogna impegnarsi, bisogna volerlo fortemente. E studiare: io mentre gareggiavo mi sono anche laureato”.

Una serata frizzante all’Oratorio San Luigi Gonzaga di Caravaggio, dove la concomitanza con la partita della Nazionale di Ventura non ha tenuto lontano il pubblico: ragazzi dell’Oratorio, ma anche tanti genitori hanno gremito la sala della Cassa Rurale dove si discuteva di “Etica e valori nello sport”. Con personaggi che hanno fatto la storia dell’Atalanta: Emiliano Mondonico, Cesare Prandelli, Giancarlo Finardi e con loro il saltatore in alto Andrea Bettinelli.

L’Emiliano spiega il suo concetto ai ragazzi, una lezione di vita: “Perché importante è vincere e non partecipare? Perché se ci accontentiamo soltanto non saremo mai dei vincenti. Partecipare per vincere è determinante. La vita oggi non permette di partecipare e basta, se smetti di lottare è finita sotto tutti i punti di vista. Ci sono ragazzi che crescono e possono avere tutto, ma la vita è fatta di fatica, nessuno ti regala niente”, ricorda Mondonico, da anni in prima fila nelle campagne contro alcol e droga e anche sul campo dove allena una squadra di ex alcolisti. “Se un ragazzo alza bandiera bianca e non combatte finisce poi per affidarsi alle pastiglie, agli spinelli… all’alcolismo e alla tossicodipendenza. Il mondo è fatto di chi lotta, gli sfigati sono quelli che si arrendono”, dice con parole forti ma chiare il Mondo. “Solo se sei un vincente non ti fai influenzare dagli altri. I miei genitori hanno fatto in modo che io vivessi meglio di loro, ora dico a quelli della mia generazione: non molliamo. L’etica dello sport? E’ la famiglia che deve dare il primo indirizzo per seguire le regole dello sport”.

Prandelli, prima compagno di squadra nella Cremonese, poi allievo all’Atalanta come giocatore e infine collega del Mondo come allenatore, attraverso un’intervista registrata si presenta così ai ragazzi di Caravaggio: “Sono cresciuto a due passi dall’Oratorio e per me è stata un’esperienza fondamentale. All’Oratorio tutti devono rispettare tutti e don Vanni se non rispettavi le regole estraeva il cartellino giallo. Le regole sono determinanti e fondamentali per vincere una gara in maniera corretta. La prima regola è… rispettare le regole e per vincere devi fare tanti sacrifici. Però se hai una grande passione sono poi cose che ti porti per tutta la vita. IL problema è quando ci sono grandi aspettative e diventa difficile mantenerle. Il problema principale, appunto” ricorda l’ex ct della Nazionale “non sono i ragazzi che conoscono le regole, ma i genitori e i dirigenti. I genitori perché sui ragazzi hanno aspettative che non possono essere realizzate, i dirigenti perché vedono i risultati economici. Se poi un giocatore non rispetta la squadra diventa complicato: se fai parte di una squadra ti devi sentire coinvolto. Però l’Oratorio” chiude Prandelli “è ideale per far crescere un ragazzo”.

Giancarlo Finardi, prima compagno di squadra del Mondo all’Atalanta e alla Cremonese e poi suo allievo tra i grigiorossi, scherza: “Emiliano era un solista, giocava da solo, i compagni non esistevano”. Poi torna serio: “A Cremona sono stato dieci anni col Mondo: eravamo una squadra, un gruppo, amici. E tanti anni assieme anche col Cesare (Prandelli, ndr) e sono d’accordo con lui nel dire che il problema non sono i ragazzi ma chi gli sta vicino, a 12 anni hanno già il procuratore”. Poi un altro aneddoto: “Ero capitano della Cremonese e un giorno mister Mondonico mi dice: senti Giancarlo, domenica la fascia la do a Bencina. E io: va bene. Poi scopro che in formazione non ci sono nemmeno…poteva dirmelo in un altro modo, no?”. Tornando ai ragazzi di oggi, Finardi ricorda: “Io sono stato nei ragazzi dell’Atalanta e se qualcuno esordiva in prima squadra facevamo festa tutti, adesso… un po’ meno. Certo danno soddisfazione i ragazzi che nonostante tanti allenamenti riescono a finire la scuola e a diplomarsi con buoni risultati”.

Uno che ce l’ha fatta a terminare gli studi è Andrea Bettinelli. Racconta: “Ho giocato anch’io a calcio e basket però…avevo qualche problema nello sport di squadra. Ho preferito dedicarmi a uno sport individuale, ho un carattere timido, a 14 anni avevo problemi a parlare in pubblico. Con lo sprt inizi a farti le spalle. E devi provarci sempre, se no, non arrivi nonostante le difficoltà. Ho stabilito il record italiano di salto nel 2002, nel 2004 ero pronto per le Olimpiadi e invece… niente, dovetti rinunciare. Poi mi sono ripreso, nel 2005 bene, quinto agli Europei e nel 2008 a Pechino alle Olimpiadi. Importante è vincere e volere, impegnarsi. Io ho avuto anche lo psicologo e un allenatore, il professor Motta, che mi ha sempre seguito. Una persona speciale, che mi ha aiutato soprattutto nei momenti di difficoltà e sono tanti”.

Mondonico, tra attualità e ricordi: “La scuola italiana degli allenatori è la migliore, noi siamo abilissimi dal punto di vista tattico. Ed è fondamentale saper leggere quel che succede sul campo (e il Mondo è sempre stato un maestro nel leggere le partite, ndr). In ogni allenamento, anche tre contro tre, c’è competizione e io vedevo chi erano i vincenti”. E ricorda un suo concetto, un vecchio cavallo di battaglia: “Se è una bella partita, vince sempre la squadra più forte. Ma se è una brutta partita può vincere la squadra più debole. Bisogna saper mettere gli altri in difficoltà. Il tiki taka? Melina…Io verticalizzavo. Quando l’Olanda dettava legge cercavano tutti ragazzi più alti e più grossi fisicamente. Poi è arrivato Maradona e allora tutti hanno capito che non era il fisico che ti faceva vincere, ma altre qualità. Certo oggi se non sei un giocatore completo non fai più carriera: devi essere universale e saper abbinare fisico e tecnica. Gli stranieri? Hanno più fame di noi, mi sa che noi italiani ci accontentiamo troppo alla svelta. Peché la Juve vince tanto? Perché è la squadra che ha più fame, hanno dimostrato che senza Conte sapevano vincere anche loro. Ma devi avera la voglia dentro”.

Aggiunge Finardi, che oggi è coordinatore del settore giovanile nerazzurro: “Quando un ragazzo si sente obbligato a fare allenamento è meglio che stia a casa. Le motivazioni, la rabbia contano, eccome. Io quand’ero ragazzo facevo l’autostop per non mancare all’allenamento e un giorno mi ha caricato lui”. guarda Emiliano e sorride.

“Il giocatore che mi ha più impressionato? Morfeo”, rivela Mondonico, “quello che aveva più qualità, tecnicamente aveva grandi numeri. Certo, la prima volta che ho visto giocare dal vivo Maradona, a Napoli, sono rimasto estasiato. E avevamo anche resistito al San Paolo…”. Finardi: “Sì, però poi abbiamo perso”.

E dopo l’ultima battuta, all’Oratorio si è scatenata la caccia all’autografo dei ragazzi.

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