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Madre Teresa di Calcutta proclamata Santa

Madre Teresa «la santa degli ultimi» domenica 4 settembre 2016 è canonizzata in piazza San Pietro da Papa Francesco al culmine dell’Anno Santo straordinario della misericordia, in occasione del Giubileo degli operatori e dei volontari della misericordia.

Nella prefazione al libro «Amiamo chi non è amato. Testi inediti di Madre Teresa (Editrice Missionaria Italiana) Francesco scrive: «Vi auguro che queste pagine facciano bene al vostro cuore come hanno fatto bene al mio» e indica cinque parole-chiave: preghiera, carità, misericordia operosa, famiglia, giovani. «Anch’io ripeto spesso che la Chiesa non è una Organizzazione non governativa perché lavora per Cristo e per i poveri nei quali vive Cristo, ci tende la mano, invoca aiuto, chiede il nostro sguardo misericordioso, la nostra tenerezza».

Agnés Gonxha Bojaxhiu nasce a Skopie – allora nella Jugoslavia, oggi capitale della Macedonia – il 27 agosto 1910 da famiglia benestante arrivata dal Kosovo albanese. A 18 anni nel 1928 entra tra le «Suore di Loreto», un istituto religioso irlandese. Le superiore la spediscono a Darjeeling, ai piedi dell’Himalaia: il 24 maggio 1929 inizia il noviziato, intraprende l’insegnamento tra le bambine povere e studia per il diploma da insegnante. Il 25 maggio 1931 pronuncia i voti religiosi e assume il nome di Teresa in onore di Santa Teresina di Lisieux. Il 14 maggio 1937 emette la professione perpetua e inizia a insegnare storia e geografia alla «Saint Mary of Loreto High School» di Calcutta.

Ma suor Teresa non è soddisfatta perché è una vita troppo agiata. È sconvolta e inorridita dalla miseria più nera: la gente nasce, vive e muore sui marciapiedi; i bambini muoiono appena nati e vengono gettati in una pattumiera o in un canale di scolo; al mattino i resti sono raccolti nei sacchi della spazzatura.

Il 10 settembre 1946 è il «giorno decisivo per mia la vocazione»: in treno sen­te la chiamata di Dio, percepisce distintamente l’invito di Dio a consacrarsi al servizio dei poveri e a condividerne le sofferenze. La Santa Sede la autorizza a vivere fuori del convento: il 16 agosto 1947 a 37 anni Teresa indossa il «sari», la veste delle donne indiane, un cotonato grezzo bianco ornato da un bordino azzurro, i colori della Madonna. Da sola, con l’unica veste che indossa, senza un tetto ma con una fede incrollabile inizia la grande avventura. Quando viaggia porta la borsa della spesa, è senza soldi e non li chiede mai: lascia fare alla Provvidenza.

Dal 1949 sempre più numerose ragazze chiedono di imitarla nella Congregazione delle Missionarie della carità che il 7 ottobre 1950 la Santa Sede autorizza. Nell’inverno 1952 trova per strada una donna agonizzante, troppo debole per scacciare i topi che le rosicchiano i piedi e l’ospedale la accoglie con molte difficoltà. Allora suor Teresa chiede all’amministrazione comunale un locale per ospitare gli agonizzanti abbandonati, una casa che serva da asilo ai pellegrini del tempio indù della «dea Kalì la nera» e che offra un tetto ai moribondi: «Muoiono con Dio! Non abbiamo mai incontrato nessuno che rifiuti di chiedere perdono a Dio, che rifiuti di dire: “Dio mio, ti amo”».

Nel 1954 inaugura la «Casa per il moribondo abbandonato, Nirmal Hridav», gli «ultimi» che muoiono per strada. Il suo nome e il suo amore per Cristo si irradiano nel mondo. Madre Teresa crea il «Centro di speranza e di vita» per accogliere i neonati abbandonati coperti di stracci o avvolti in pezzi di carta. Nel Bangladesh in preda alla guerra civile molte donne sono stuprate dai soldati: a quelle che rimangono incinte si consiglia di abortire. Madre Teresa interviene: «Dateli a me». Per tutta la vita si batte strenuamente contro l’aborto.

«Il Premio Nobel per la pace è consegnato a Madre Teresa perché vede Cristo in ogni essere umano che per lei è sacro. La caratteristica del suo lavoro è il rispetto per la persona, il valore e la dignità di ciascuno. Lei e le sue suore accolgono le persone più sole, infelici e abbandonate – poveri, moribondi, lebbrosi – con calore, pietà, compassione basate sul suo amore per Cristo che ella vede in ogni uomo. Donandosi a persone di ogni razza, religione e nazionalità, ha superato tutte le barriere. Con il suo messaggio è arrivata a tutti e ha gettato un seme di bontà. Ha lavorato per la pace e per l’inviolabilità della dignità di ogni uomo». John Sanness, presidente del Comitato, nell’Università di Oslo pronuncia un nobile discorso.

È il 10 dicembre 1979. Madre Teresa – che si definisce «la matita nelle mani di Dio» – si alza. La ascoltano i Reali di Norvegia, il Governo, il Parlamento, uno sceltissimo pubblico in costosi abiti da cerimonia. Il suo eloquio, semplice ed essenziale, incanta: «La pace è minacciata dall’aborto, che è una guerra diretta, un’uccisione compiuta dalla stessa madre. Anche il bambino non ancora nato è nelle mani di Dio. L’aborto è il peggior male e il peggior distruttore della pace».

Come accade a molti santi, Teresa conosce la notte del dubbio e del «silenzio di Dio». Da alcune lettere al padre spirituale questa esperienza emerge in tutta la sua drammaticità. All’inizio degli anni Sessanta scrive: «Nella mia anima sento solo l’angoscia di una terribile assenza, come se Dio non mi volesse, non fosse Dio. Addirittura non esistesse». Il «silenzio di Dio» dura almeno fino agli anni Settanta. Ma Madre Teresa continua a operare instancabilmente senza deflettere mai dalla chiamata interiore che nel 1946 l’aveva indotta a dedicarsi ai più poveri.
I potenti la ammirano. Il presidente americano Bill Clinton la definisce «un gigante del nostro tempo».

Lei non risparmia loro, sempre con il sorriso, le tremende bordate della sua battaglia contro la povertà e l’ingiustizia, contro l’aborto e l’eutanasia. Raccoglie per strada chi non ha un tetto, un letto, il cibo. Si dedica ai lebbrosi, ai malati di Aids, ai bimbi sieropositivi. Muore a Calcutta il 5 settembre 1997. Ai suoi funerali un milione di poveri. Il 19 ottobre 2003 Giovanni Paolo II la beatifica; il 4 settembre 2016 Papa Francesco la santifica.

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