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Il docente bergamasco: “Post terremoto, non bastano gli incentivi fiscali” foto

Paolo Riva, docente di Tecnica delle costruzioni all’università di Bergamo e vice presidente dell’associazione Ingegneria sismica italiana, spiega al Fatto Quotidiano che lo Stato spende in media 4 miliardi l'anno per far fronte ai danni. Ma per prevenire le situazioni di maggiore vulnerabilità gli incentivi fiscali non bastano ed è inutile anche il fascicolo del fabbricato.

Paolo Riva, docente di Tecnica delle costruzioni all’università di Bergamo e vice presidente dell’associazione Ingegneria sismica italiana, spiega a ‘Il Fatto Quotidiano’ che lo Stato spende in media 4 miliardi l’anno per far fronte ai danni. Ma per prevenire le situazioni di maggiore vulnerabilità gli incentivi fiscali non bastano ed è inutile anche il fascicolo del fabbricato. Ecco pro e contro delle possibili soluzioni nell’articolo firmato dal giornalista Luigi Franco.

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“Quattro miliardi di euro all’anno. Sono i costi sostenuti dallo Stato per riparare i danni provocati dai terremoti degli ultimi 50 anni. Secondo Paolo Riva, docente di Tecnica delle costruzioni all’università degli studi di Bergamo e vice presidente dell’associazione Isi – Ingegneria sismica italiana, è questo il dato da cui partire per capire quali politiche dovrebbero essere messe in campo per incentivare gli adeguamenti antisismici del patrimonio immobiliare degli italiani: “Quei quattro miliardi di euro spesi in media ogni anno dalle casse pubbliche possono essere visti come il costo della mancata prevenzione”. Il problema che subito si pone è dove indirizzare gli investimenti: “Non è sufficiente limitarsi a interventi nelle zone a elevata pericolosità sismica. Lo ha dimostrato il sisma dell’Emilia Romagna, che ha provocato danni ingenti in una zona a pericolosità moderata”.

Tuttavia una politica che punti ad adeguare tutto il patrimonio immobiliare non ha senso, perché “troppo costosa”. Allora, ragiona l’esperto, bisogna pensare a “incentivi mirati a prevenire le situazioni di maggiore vulnerabilità. E la leva fiscale sinora utilizzata dal governo non basta”. Le ultime leggi di stabilità hanno previsto l’ecobonus, una detrazione Irpef che consente di recuperare in dieci anni il 65% di quanto speso non solo in opere di riqualificazione energetica, ma anche in lavori di adeguamento strutturale nelle zone ad alta pericolosità sismica. Questi incentivi, però, hanno un problema: “Mentre un lavoro di efficientamento energetico porta al privato un immediato risparmio nella bolletta, per quanto riguarda i lavori di adeguamento antisismico i vantaggi ci sono solo nel momento in cui ci dovesse essere un terremoto. La detrazione fiscale allora non è sufficiente a spingere il proprietario di casa a eseguire tali interventi”.

Per questo si può pensare a introdurre due misure diverse: “Concedere la detrazione fiscale solo quando le opere in campo energetico sono eseguite insieme a opere di adeguamento antisismico. Oppure rendere obbligatoria per tutti gli immobili un’assicurazione sui danni da sisma”. Solo così il proprietario di un immobile sarebbe convinto a intervenire sulle strutture, a fronte di uno sconto sulla polizza. E a quel punto, in caso di sisma, i danni sarebbero minori e i costi di ricostruzione peserebbero sulle casse della compagnia anziché su quelle dello Stato.

Gli incentivi ai privati, oltre che fiscali, potrebbero anche prendere la forma di un prestito da parte delle casse pubbliche, per esempio con le modalità che il governo sta pensando di introdurre con la prossima legge di bilancio per gli interventi di riqualificazione energetica dei condomini: un fondo costituito da Cassa depositi e prestiti finanzia l’intervento, per poi rientrare dell’investimento grazie all’ecobonus e ai rimborsi versati dai proprietari con le bollette degli anni successivi. “Ci sono interventi di adeguamento antisismico abbastanza economici che consentono di ottenere significativi miglioramenti in caso di sisma, soprattutto in edifici di pietra analoghi a quelli crollati ad Amatrice e negli altri centri colpiti dal terremoto del 24 agosto. Le opere di incatenamento, per esempio, hanno un costo di circa 100 euro al metro quadro e incidono sulla vulnerabilità dell’edificio in modo significativo, consentendo a una casa che non è in grado di resistere a un sisma di arrivare al 30-60% del terremoto di progetto (parametro che devono rispettare i progetti secondo le norme antisismiche valide oggi nelle zone ad alta pericolosità, ndr)”.

Quello dell’assicurazione obbligatoria resta un argomento delicato: “Sarebbe percepita come una nuova imposta sul patrimonio immobiliare”, osserva Riva. Ma questa soluzione sarebbe in ogni caso più efficace di altre proposte, come quella di rendere obbligatorio un fascicolo del fabbricato che oltre ai documenti relativi agli interventi di manutenzione includa i risultati di una verifica sismica: “I costi sarebbero elevati, molto maggiori di quelli della certificazione energetica oggi obbligatoria per gli immobili messi sul mercato. Se una verifica sismica su un edificio è fatta in modo serio, con tanto di rilievo, analisi strutturale e prove sui materiali, il costo per ogni appartamento di un condominio si aggira attorno ai mille euro. Una spesa elevata che da un lato consentirebbe di individuare le maggiori vulnerabilità di un edificio, ma dall’altro non risolverebbe alcun problema se non venissero eseguiti gli interventi eventualmente ritenuti necessari”. E poi c’è un altro punto, sottolinea Riva: “Se un edificio non è stato progettato secondo le norme antisismiche, non serve una verifica per dire che non resisterà a un terremoto”.

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