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Qualcosa di nuovo, sperimentale e interessante? The Algiers, dal vivo a Segrate

L’appuntamento di martedì 29 agosto al Magnolia di Segrate ha tutto per essere più che degno di interesse.

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L’appuntamento di martedì 29 agosto al Magnolia di Segrate ha tutto per essere più che degno di interesse.

Parliamo di un gruppo, The Algiers, che dopo qualche anno di attività, ha pubblicato nel 2015 il suo lavoro di esordio che porta il loro nome. Potremmo però provare a rimpiazzare la parola lavoro d’esordio con qualcun’altra, magari dal sapore più antico, come “album” o “long-playing”. Non perché usare una parola al posto dell’altra sia basilare, ma può far comprendere quello di cui vogliamo parlare: un’opera forte, aggressiva, compatta, ricca di soluzioni sonore stimolanti.

Non solo una raccolta di canzoni.

Gli Algiers arrivano da Atlanta, Georgia, parliamo quindi di profondo sud degli Stati Uniti e nascono come trio. Il front-man, di colore, Franklin James Fisher con Ryan Mahan (basso), Lee Tesche (chitarra) ai quali poi, per le esibizioni live, si è aggiunto il batterista Matt Tong (tutti e tre musicisti bianchi). Oggi nessuno di loro vive più ad Atlanta: Fisher a New York, Mahan e Tesche in Europa.

Proprio l’Europa pare aver avuto ruolo importante nel loro passato grazie ad un primo viaggio, per ragioni di studio, che accelerò il loro romanzo di formazione. Al loro rientro gli Algiers cominciano la loro attività creativa che li spinse su posizioni critiche verso la società americana con particolare attenzione a quella degli stati del Sud. Posizioni di cui si trova traccia nei loro testi.

Completate le coordinate passiamo al disco, dove convivono due anime, due approcci musicali diversi tra loro.

Il primo, tradizionalmente black, formato da cori, battiti di mani a scandire il ritmo, ritmiche scarne ed ipnotiche allo stesso tempo. Ascoltare per credere il brano che apre il disco, Remains e soprattutto Blood (di cui consiglio anche il videoclip). Suoni cupi che rimandano ad antiche immagini della comunità nera. Su tutto domina la voce di FJ Fisher che aggiunge, senza lesinare, dosi di rabbia che fanno decollare ogni brano, non solo quelli citati ma anche quelli che compongono l’altra anima del disco, quella che si basa su suoni più vicini a noi ed etichettabili, se si vuole, come noise rock o, più semplicemente, sperimentali. Chitarre taglienti, distorte, volutamente fastidiose ma anche synth e basi ritmiche vagamente anni 80 (Irony, Utility, Pretext, tra le altre).

L’alchimia funziona e se ne volete etichettare il loro sound, troverete sul web qualche interessante neologismo.

Da quel che si dice anche l’impatto live è notevole ma questo potrà essere verificato martedì sera, da chi ci sarà a seguirli dal vivo

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