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La Lav e la Festa del Porco: ottimi intenti, ma perché accanirsi sui poveri maiali?

La Lav ha inviato una lettera aperta agli organizzatori della Festa del Porco di Gorlago, apprezzando le motivazioni alla base della kermesse ma non condividendo la scelta del "protagonista".

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La Lav ha inviato una lettera aperta agli organizzatori della Festa del Porco di Gorlago, apprezzando le motivazioni alla base della kermesse ma non condividendo la scelta del “protagonista”.

Ne riportiamo alcuni stralci.

Apprezziamo moltissimo l’impegno che da molti anni state sostenendo a favore di numerosi progetti in Malawi, così come apprezziamo il vostro concetto di beneficenza che punta non ad un mero assistenzialismo, ma ad uno sviluppo duraturo e sostenibile realizzato con la diretta partecipazione delle popolazioni locali. Proprio perché certi di una vostra sensibilità ed empatia verso situazioni di sofferenza e di bisogno, siamo quindi certi che vorrete leggere questa nostra lettera con lo stesso spirito di dialogo e di condivisione che ci spinge ad evidenziare alcuni aspetti per noi importanti.

Leggiamo che tra i vostri progetti vi sono anche aiuti per tutti quei Paesi africani che sono stati colpiti dalla carestia. Avete scelto di raccogliere fondi attraverso una festa che esalta il consumo di carne.

Sarete sicuramente al corrente del fatto che in questi ultimi anni ci sia stato un considerevole aumento di persone che hanno gradualmente acquisito una maggiore sensibilità e consapevolezza nel rapporto uomo–animale, quest’ultimo non più visto e considerato puro “fornitore” di cibo e servizi, ma essere senziente con individualità e sentimenti propri e specifici (così come del resto ben dimostrato da innumerevoli studi scientifici). Il maiale, o porco, come avete scelto di chiamarlo (e sull’uso semantico dei termini animali ci sarebbe molto da dire) è per esempio un animale intelligente e socievole tanto quanto il cane, con l’unica differenza che, per sua sfortuna, tradizionalmente e culturalmente è stato sempre considerato animale da reddito e non da affezione.

Comprendiamo perfettamente che tradizioni ed usanze, specie alimentari, sono molto difficili da modificare, anche perché includono aspetti che vanno ben al di là del solo gusto, ma ci piacerebbe pensare che persone così attente e sensibili alla dignità e ai bisogni degli animali umani, possano cominciare a riconoscere maggiore dignità anche agli animali non umani. Presentare per esempio pupazzi e immagini di maiali felici, quando anche una recente inchiesta trasmessa dalla trasmissione Report ha ben denunciato le terribili condizioni in cui questi animali vengono allevati (e il fatto che siano a km zero non cancella la cruda realtà degli allevamenti, né il fatto che siano comunque fatti nascere al solo scopo di essere uccisi e mangiati), pensiamo sia non solo di cattivo gusto, ma anche lesivo della dignità di quegli esseri e della sensibilità di chi non li vede solo come “cose”. Che idea dell’”altro” si vuole dare ai più piccoli, ai quali presentiamo animali felici, animali “compagni di giochi”, che poi si ritroveranno nel piatto in quanto il loro “destino” è la morte violenta?

Persino la FAO conferma che se con una dieta vegetariana mondiale si potrebbe dar da mangiare all’intera popolazione umana mondiale, un’alimentazione che comprenda il 25% di prodotti animali può sfamarne solo 3,2 miliardi.

Ci piacerebbe che una raccolta di beneficenza non debba basarsi sulla sofferenza e sulla morte, perpetuando una cultura di sfruttamento e di violenza che mal si sposa con gli ideali di chi si impegna nella costruzione di un mondo migliore.

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