BergamoNews.it - Quotidiano online di Bergamo e Provincia

Grande Guerra, Pillola 89: la presa di Gorizia fotogallery

La conquista della città nell'agosto del 1916 fu il primo successo bellico dall’inizio della prima guerra mondiale. Ma in quei giorni si espresse anche lo sconforto di chi vedeva il massacro di decine di migliaia di commilitoni.


La grande battaglia per Gorizia cominciò alle 7 del mattino del 6 agosto 1916, con un intenso tiro di distruzione delle batterie italiane, dal medio Isonzo a Monfalcone: apparentemente, si trattava della solita tattica, rivelatasi poco redditizia nelle precedenti 5 spallate, che consisteva nel disperdere le energie dell’attacco su di fronte troppo esteso.

In questo caso, però, il settore di Gorizia venne interessato da un approccio tattico molto diverso, come abbiamo visto: gli accorgimenti ed i lavori preparatori di Badoglio, sul Sabotino, diedero immediatamente un risultato clamoroso. “Mentre la seconda colonna d’attacco, passata agli ordini del generale De Bono, comandante della brigata Trapani, dopo che il generale Gagliani, che comandava la Toscana, era stato ferito gravemente, otteneva soltanto un successo parziale nel basso Sabotino, la prima colonna, guidata dal futuro maresciallo d’Italia, conquistò velocemente la vetta del monte, scendendo lungo la dorsale di San Mauro fino alle rive dell’Isonzo”. Nella testa di ponte, rimasero in mano austriaca quota 188 e il Podgora, mentre Oslavia e il Calvario caddero in mano italiana, oltre alla fondamentale quota 609 del Sabotino.

Secondo abitudine, gli AU contrattaccarono immediatamente, nella notta tra il 6 ed il 7 agosto, ma, questa volta, vennero respinti dalle truppe italiane, ben distribuite tra prima ondata e riserve. Nella giornata del 7 agosto, dopo che anche quota 188 ed il Podgora vennero espugnate dagli attaccanti, il generale Zeidler, valoroso comandante della 58a divisione, che difendeva la testa di ponte, ordinò ai suoi soldati di ritirarsi sulla sinistra Isonzo. Era evidente che, perduto il vantaggio rappresentato dal possesso delle quote più elevate, resistere tra la collina ed il fiume sarebbe stato impossibile: di qui derivò la decisione, certamente dolorosa ma saggia, di fare retrocedere le truppe fino ad una nuova linea difendibile, preservando i reparti dall’annientamento.

Nel frattempo, dopo 26 ore di combattimenti accanitissimi, cadeva anche il San Michele, baluardo orientale della soglia goriziana: l’azione, partita da bosco Cappuccio e da San Martino, portò alla conquista delle quattro cime, investite da tutti i lati. Tuttavia, gli italiani poterono muovere verso Gorizia soltanto dopo la ritirata degli AU dalla loro terza linea difensiva, che venne conquistata soltanto dopo la caduta del capoluogo, avvenuta l’8 agosto (in realtà, come vedremo, il 9).

Prima di descrivere le circostanze dell’ingresso dei primi italiani nella città isontina, è bene, però fare, come nostro solito, qualche considerazione di carattere militare, per cercare di spiegare perché la conquista di Gorizia non si trasformò, come forse avrebbe potuto, in una rottura strategica del fronte, ma rimase un semplice successo tattico. Per cominciare, gli italiani esitarono, come purtroppo era già accaduto all’inizio del conflitto e sarebbe successo ancora in seguito, per il timore della nebbia logistica, ossia poiché mancavano di elementi certi circa le condizioni dell’avversario, la situazione dei reparti in ritirata e le loro capacità combattive residue.

In sostanza, riemergeva il vecchio timore di una trappola, che aveva paralizzato i comandi italiani nel giugno del 1915: per l’ennesima volta, nei diari e nelle memorie degli ufficiali subalterni che combatterono nella sesta battaglia dell’Isonzo si possono leggere lo sconcerto e la rabbia per la lentezza con cui si inseguiva il nemico in ritirata e per l’incapacità di sfruttare il momento favorevole. Lentezza e prudenza, dunque, che aumentarono non appena le avanguardie italiane entrarono in contatto con la linea di difesa austro-ungarica.

Da parte loro, gli imperiali avevano spostato le proprie truppe su di una linea molto forte naturalmente e già preordinata per la massima resistenza, tanto che resse la spallata italiana e cedette, parzialmente, soltanto 11 mesi più tardi, nella grande battaglia che prese il nome dall’altopiano della Bainsizza. In pratica, le forze AU si schierarono su di una dorsale che sorgeva come un bastione dalla pianura e contro cui gli italiani dovettero andare all’attacco nelle stesse desolanti condizioni che avevano contraddistinto l’assedio di Gorizia: appare evidente che, se, invece, essi avessero sfruttato i momenti immediatamente successivi all’ordine di ripiegamento per investire le linee avversarie, non ancora organizzate e pienamente guarnite, la battaglia avrebbe preso tutta un’altra piega. Se, fino a quel momento, le quote maledette contro cui le fanterie italiane si erano dissanguate si chiamavano San Michele, Oslavia, Sabotino, adesso i soldati si trovarono di fronte i poderosi bastioni del Kuk, del Vodice, del Monte Santo, del San Gabriele, del San Marco, del San Daniele e di Santa Caterina, che formavano una specie di sinistra corona intorno a Gorizia.

Qui, fin dal 10 agosto, si arenò la mareggiata della sesta battaglia dell’Isonzo, quando le fanterie attaccanti si scontrarono con le prime linee difensive del Rafut. Tra il 14 ed il 17 agosto, la 2a armata italiana mosse all’assalto del Kuk e del San Marco, ma, alla fine, dovette desistere. Ad est, superato il San Michele, le fanterie italiane ripresero contatto col nemico, conquistando, il 12 agosto le balze carsiche del Nad Logem e di Oppachiasella, al di là del Vallone, mentre gli sforzi di ben due corpi d’armata italiani (XI e XIII) non riuscirono ad aver ragione delle robuste difese AU del Volkovniak, del Pečinka e del Veliki Hrib. A questo punto, il fronte si stabilizzò su questa nuova linea, che, da parte italiana, inglobava l’intera testa di ponte e il Vallone, oltre che Gorizia stessa.

Ma veniamo alla conquista della città da parte italiana: il personaggio che legò indissolubilmente il proprio nome all’entrata italiana a Gorizia fu il sottotenente della brigata Casale Aurelio Baruzzi, MOVM. Il giovane ufficiale romagnolo, già il giorno 7, si era reso protagonista di un celeberrimo episodio, in cui valore e fortuna si mescolano inestricabilmente: la conquista, con un pugno di soldati del sottopasso di Lucinico, che permise alle truppe della Pavia e della Casale, che combattevano tra il Calvario ed il “Naso”, di affacciarsi sulle rive dell’Isonzo. La mattina dopo, 8 agosto, constatata l’assenza di difensori nel trincerone che dominava i ruderi del ponte, sul lato goriziano, Baruzzi, che pure non sapeva nuotare, guadò il fiume, seguito da qualche soldato e, sventolando un tricolore per evitare di essere colpito dall’artiglieria italiana, risalì la costa dall’Isonzo fino alla stazione ferroviaria di Gorizia, sul cui tetto innalzò la bandiera.

In realtà, gli AU si erano già ritirati attraverso il Corso, verso quella che, oggi, è piazza Vittoria, lasciando dietro di sé soltanto un velo di tiratori scelti: Baruzzi, perciò, arrivò in una zona della città del tutto priva di avversari, anche se questo nulla toglie al suo coraggio e alla sua iniziativa. Poi, avanzò lungo il Corso, fino a fermarsi in attesa di istruzioni. Soltanto il giorno successivo, gli italiani occuparono militarmente la città: di qui deriva una sorta di equivoco circa la data ufficiale della presa di Gorizia. Non è abitudine di chi scrive dedicarsi all’aneddotica guerriera: in questo caso, però, la storia di Baruzzi e della sua impresa serve a chiarire un’apparente discrepanza nelle fonti, che riportano ora una data ora l’altra: in realtà, sono vere entrambe le cose, perché quella di Baruzzi non fu una vera occupazione e, tuttavia, essa fu effettivamente la prima presenza italiana in città. In fondo, però, la cosa non è molto importante: quel che conta è che la battaglia per Gorizia si era risolta con una grande vittoria italiana, anche se si trattò, come abbiamo visto, di una vittoria frustrata dagli sviluppi successivi.

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di BergamoNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.