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Filagosto, finale col Teatro degli Orrori: “Col nostro rock radicale denunciamo le ingiustizie” foto

Il gruppo sarà protagonista del concerto conclusivo del festival di Filago la sera di domenica 7 agosto: Pierpaolo Capovilla tra l'esibizione in terra bergamasca, progetti futuri, politica e sogni.

L’edizione 2016 del Filagosto si conclude con il Teatro degli Orrori. Il gruppo sarà protagonista del concerto conclusivo del festival di Filago la sera di domenica 7 agosto.

Una serata all’insegna del rock duro e radicale, che non manca di poetica e forza narrativa: per saperne di più, abbiamo intervistato Pierpaolo Capovilla, voce del Teatro degli orrori, già frontman e cantante degli One Dimensional Man.

Che cosa proporrete al Filagosto?

Stiamo ancora promuovendo il nostro ultimo album. L’attenzione sarà rivolta in modo particolare alle nuove canzoni, ma non mancheranno i nostri cavalli di battaglia. Sarà un concerto tosto: siamo un gruppo rock autentico, genuino, estremo, radicale: proveniamo da quei suoni degli Stati Uniti tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta. Amiamo quella musica perchè la troviamo particolarmente genuina e la suoniamo da una vita. Le nostre caratteristiche sono cantare in italiano e fare emergere dai testi dei contenuti narrativi forti, dotati di una certa tensione poetica.

E come mai avete scelto di cantare in italiano?

Perchè è la nostra lingua. Ho fondato gli One Dimensional Man, con cui ho pubblicato sei dischi in inglese poi, a un certo punto ho deciso di cantare in italiano e mi accorsi che il pubblico ha iniziato a capire quello che dicevo e a innamorarsi delle canzoni: è stata la scelta più vincente che abbia mai pensato: avrei dovuto farlo sin dall’inizio. C’è una forte continuità narrativa e contenutistica, però, tra quello che cantavo in inglese e quello che canto in italiano. Quando è nato il Teatro degli orrori, all’interno del gruppo, ci siamo confrontati su quale lingua adoperare perchè, in genere, la canzone italiana, dieci anni fa come oggi, non ci piaceva: non volevamo trovarci in quell’ammasso di brani che non significano nulla. Scegliendo l’italiano abbiamo introdotto nel panorama musicale nazionale finalmente un repertorio dal significato forte, dal contenuto poetico vero, con velleità, ambizioni, narrative veramente letterarie: abbiamo cominciato a fare cultura mentre tutti gli altri fanno costume.

E come le sembra la scena musicale italiana oggi?

Nel complesso, lo scenario musicale non è dei più rosei. Il mainstream, che realizza i grandi numeri, non ha niente da dire salvo rarissimi casi come Caparezza. Nella musica indipendente vedo tanta pigrizia intellettuale, anche se ci sono delle splendide eccezioni che fanno ben sperare, come gli Ardecore di Roma e Jacopo Incani con il suo progetto Iosonouncane.

Che cosa pensa dei talent?

Non ne so niente e non ne voglio sapere nulla. Sono completamente avulso da tutto ciò che ci propone la televisione: non possiedo un apparecchio televisivo e non guardo la tv da 25 anni. Per informarci e per nutrirci di cultura in modo decisamente più indipendente e plurale c’è internet. Non guardo i talent e li trovo disgustosi, ma non li demonizzo perchè posso immaginare che, magari, un giorno, col tempo, anche da quei contesti possa emergere un artista vero, che scriva canzoni, curi i propri arrangiamenti e sappia dove voglia arrivare col proprio messaggio.

In che senso?

Un artista che non si lasci manipolare o eterodirigere da nessuno, altrimenti si tratta di fenomeni di costume e nulla più. I ragazzi e le ragazze che partecipano a quei programmi, offrendosi in pasto al pubblico e alle grandi case discografiche, sono straordinari esecutori, ma sono semplicemente delle belle ugole. Considerando che le corde vocali sono muscoli, possiamo dire che non sono degli artisti ma dei ginnasti. Penso a quando chiesero a Fabrizio De André perchè non avesse mai partecipato al festival di Sanremo e lui rispose che a quella kermesse prendono parte le grandi ugole che gareggiano per verificare chi di loro sia il più bravo nel canto ma, disse, “nelle mie canzoni io metto in gioco i miei sentimenti e le mie idee, e non c’è gara che tenga”. Ecco, questo è anche il mio punto di vista.

Ci racconti dell’ultimo album, “Il teatro degli Orrori”.

È un disco molto più politico dei precedenti, non nel senso della militanza ma di un pensiero critico che sappia descrivere la società in cui viviamo, le sue contraddizioni, le piccole e grandi ingiustizie, e le prevaricazioni che avvengono continuamente attorno a noi e nelle nostre vite. C’è troppa indifferenza e nel nostro paese c’è persino un ceto politico orrorifico, un neofascismo strisciante, preoccupante, parlo ad esempio della Lega.

Quali temi ritiene prioritari?

Nel nostro disco è emersa in modo particolare una problematica, quella del lavoro, la mancanza di lavoro, perchè avere un’occupazione ci concede cittadinanza. Dico “concede cittadinanza” perchè, nel farlo, sottrae tempo vitale delle nostre vite: lavoriamo troppo e guadagniamo troppo poco. Le grandi conquiste dei lavoratori, ottenute dagli anni Cinquanta in poi si sono pian piano sgretolate fino a questa spaventosa, e se vogliamo anche ridicola, eterogenesi del Partito Democratico che, da erede del Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer è diventato un partito di destra, liberista, grazie al suo nuovo gruppo dirigente.

Ci spieghi meglio…

Il PD ha fatto il Jobs Act e ha tolto l’articolo 18. Le chiamano riforme ma sono tutte controriforme, come la “Buona scuola”, che induce gli insegnanti nel solco della gerarchizzazione come voleva Licio Gelli o com’era durante il fascismo. Quindi, lo Sblocca Italia, per cementificare ancora il Paese, e poi lo scempio degli scempi, questo tentativo di controriforma della Costituzione che la imbruttisce, la rende più ingiusta, le dà un tocco di male, di orribile. La nostra Carta, invece, è la più bella del mondo occidentale, andrebbe difesa a spada tratta e il PD la sta distruggendo. Tra poco arriverà anche la legge elettorale, anticostituzionale, con un premio di maggioranza abnorme per il partito o la coalizione che vincerà le elezioni: stiamo andando verso una mancata democrazia, o meglio una democrazia falsa e molto meno plurale di prima.

E quali sono le possibili vie d’uscita?

Dobbiamo essere vigili e combattere contro questa involuzione politica e culturale del Paese e noi siamo qui per questo. Nel nostro disco, non a caso, c’è una canzone che si intitola “Il lungo sonno” il cui sottotitolo recita “Lettera aperta al Partito Democratico”. I ragazzi e i giovani che scendono in piazza contro la “Buona scuola” sono una fiammella di speranza, hanno lo spirito di fare politica: lottare è bello, rende la vita più degna di essere vissuta, interessante, avvincente e divertente.

Che cosa pensa del Movimento Cinque stelle?

Ci vedo qualcosa di troppo simile ai programmi del fascismo: un uomo solo al comando, un direttorio con deputati, iscritti e non, sindaci e assessori che ubbidiscono al loro capo. Non poso fidarmi di un movimento così: non dobbiamo dimenticare che abbiamo inventato noi il fascismo.

Ha collaborato con gli Afterhours: com’è nato questo rapporto artistico?

C’è una bella amicizia con tutti loro. Ci siamo conosciuti ai tempi degli One Dimensional Man, quando partecipai a un festival organizzato dal chitarrista degli Afterhours, Manuel Agnelli. Insieme a lui, personalmente, collaboro a un progetto parallelo al teatro degli orrori.

Per concludere, quali sono i progetti per il prossimo futuro?

Sto cercando di convincere gli altri componenti della band di lavorare subito a un nuovo disco, appena sarà finita la tournée: sarà un album “istantaneo”, arrangiato, suonato e cantato in 4-5 giorni. Una novità per il nostro gruppo: un lavoro più incosciente, irresponsabile e fuori di testa rispetto ai precedenti, con 6-7 canzoni e una poetica, questa volta, slegata dal sociale e inserita in un percorso autobiografico, intimo, privato, psicoanalitico se non psichiatrico.

E qual è il suo sogno nel cassetto?

Fare teatro. Insieme a un gruppo di free-jazz, sto lavorando sull’ultima opera di Antonin Artaud, autore, attore e regista teatrale francese, “Succubi e supplizi”, scritta tra un elettroshock e l’altro nel manicomio di Rodez. Sono poesie di collera spaventosa, una commozione priva di paragoni.

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