BergamoNews.it - Bergamonews notizie in tempo reale da tutta Bergamo e provincia: cronaca, politica, eventi, sport ...

Il memorabile discorso di De Gasperi alla conferenza di pace di Parigi

Palais de Luxembourg, sede del Senato francese, ore 16 del 10 agosto 1946, settant’anni fa. Dinanzi ai rappresentanti dei 21 Stati vincitori della seconda guerra mondiale, riuniti nella «Conferenza di pace» di Parigi, si presenta con il cappello in mano il presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Alcide De Gasperi.

«Un trattato di pace particolarmente crudele verso l’Italia». Così scrive Maria Romana De Gasperi, figlia del più grande statista che l’Italia abbia avuto in questi settant’anni di pace, nel volume di memorie «De Gasperi un uomo solo» pubblicato da Mondadori nel 1964.

«Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: è soprattutto la mia qualifica di ex nemico che mi fa considerare come imputato, l’essere arrivato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni. Non corro io il rischio di apparire come uno spirito angusto e perturbatore, che si fa portavoce di egoismi nazionali e di interessi unilaterali? Ho il dovere, innanzi alla coscienza del mio Paese e per difendere la vitalità del mio popolo, di parlare come italiano».

Palais de Luxembourg, sede del Senato francese, ore 16 del 10 agosto 1946, settant’anni fa. Dinanzi ai rappresentanti dei 21 Stati vincitori della seconda guerra mondiale, riuniti nella «Conferenza di pace» di Parigi, si presenta con il cappello in mano il presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Alcide De Gasperi – che aveva condotto le trattative a nome dell’Italia – e tiene il più memorabile, il più drammatico e il più emotivamente stressante discorso della sua vita.

L’Italia è sul banco degli imputati. Alla vigilia De Gasperi non è ottimista e alla stampa dice:«Non so se parlo come imputato. La mia posizione è per quattro quinti quella di imputato responsabile di una guerra che non ho fatto e che il popolo non ha voluto, per un quinto quella di cobelligerante. La figura di cobelligerante è riconosciuta nel preambolo del Trattato come principio ma nel testo si tiene conto dei quattro quinti, rappresentati dalla guerra perduta e non del quinto costituito dalla nuova guerra che abbiamo combattuto a fianco degli Alleati».

La delegazione parte da Roma il 7 agosto guidata da un amareggiato De Gasperi e composta da: socialista torinese Giuseppe Saragat, ex ambasciatore a Parigi; Epicarmo Corbino, ministro del Tesoro; Ivanoe Bonomi, ex presidente del Consiglio dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943; casalese Giuseppe Brusasca sottosegretario all’Industria e commercio. Ai delegati i vincitori fanno fare tre giorni di anticamera.

La Conferenza di pace comincia 70 anni fa il 29 luglio e dura fino al 15 ottobre ‘46. I trattati di Parigi, firmati il 10 febbraio 1947, pongono fine alla seconda guerra mondiale. Gli Alleati vincitori sono: Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna, Francia, Polonia, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Grecia e altri. Gli sconfitti sono i Paesi alleati della Germania, le potenze dell’Asse: Italia, Romania, Ungheria, Bulgaria e Finlandia. La Germania è esclusa perché, avendo subìto la «debellatio», cioè la sconfitta con occupazione totale del territorio, non è più un soggetto di diritto internazionale ed è smembrata dalle quattro potenze occupanti: Unione Sovietica, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia.

La figlia racconta le riflessioni del capo del governo: «Il tratta­to può anche essere accettato come viene accettata una sconfitta, nel senso che è impossibile sottrarvisi». Si tratta di strappare concessioni in modo dignitoso, di dare un contributo alla pace mondiale, di vuole giocare la carta-Europea, di dare sensazione che l’Italia si sta mettendo sui binari della democrazia. Nel 1919 i tedeschi avevano fir­mato ma non accettato il «trattato di Versailles» dopo la prima guerra mondiale, accordo che mette le premesse per la seconda guerra. Scrive Maria Romana: «Se la delegazione fosse ritornata con il Trattato tale e quale era, De Gasperi era certo che l’Assemblea non l’avrebbe votato».

I delegati italiani vengono tratta­ti come nemici sconfitti. Li saluta solo Georges Bidault, presidente del governo francese che li presenta ufficialmente. «Con visibile angoscia mio padre saliva i gradini della pedana di fronte ai Ventuno. Era “notaio delle sconfitte altrui” e doveva convincere che la nuova Italia democratica meritava fiducia. Il suo piano era tentare di capovolgere il preambolo che condizionava tutto il Trattato». De Gasperi separa le colpe del fascismo dalla responsabilità morale del popolo italiano; dà rilievo alla Resistenza partigiana che determina il crollo del regime; reclama giustizia.

James Byrnes, segretario di Stato (ministro degli Esteri) americano scrive nelle sue memorie «Carte in tavola» pubblicate da Garzanti nel 1948: «Quando De Gasperi lasciò il rostro per tornare al suo posto nell’ultima fila, nessuno gli parlò. La cosa mi fece impressione; mi sembrava inutilmente crudele». Così quando arriva davanti alla delegazione americane Byrnes gli tende la mano: «Volevo fare coraggio a quest’uomo che aveva sofferto nelle mani di Mussolini e ora stava soffrendo nelle mani degli Alleati».

L’ambiente diplomatico parigino accoglie con simpatia l’appello di De Gasperi. Ne è testimonianza la lettera che l’arcivescovo Angelo Giuseppe Roncalli, nunzio in Francia (1944-1953), gli scrive: «Al mio ritorno sarò lieto di offrire a Vostra Eccellenza l’occasione di un incontro che penso farà piacere ad ambedue. Intanto continua il “silentium meum qui loquitur tibi”. Oggi, trovandomi in copioso circolo diplomatico, potei cogliere, senza darmi la pena di fare il curioso, impressioni unanimemente favorevoli al discorso da lei pronunciato alla Conferenza. Beati i miti, perché possederanno la terra. Questo è un primo soffio di Vangelo che attraversa quell’aula fastosa».

Una chiave di interpretazione del personaggio-De Gasperi la offre don Franco Costa, un grande prete e vescovo di quei decenni, dopo la morte dello statista a Selva di Valgardena il 19 agosto 1954: «Chi scriverà la vita di Alcide De Gasperi dovrà non solo studiare le idee sociali e politiche che lo mossero e l’azione che svolse, ma anche
e soprattutto la sua spiritualità». Per De Gasperi è in corso la causa di beatificazione.

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.