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Il doppio standard di Mosca con Israele

Giancarlo Elia Valori, Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France, fa l'analisi della situazione in Medio Oriente.

Dal 25 luglio scorso, l‘Esercito Arabo Siriano di Bashar el Assad ha martellato con la sua artiglieria, spesso sostenuta logisticamente dai russi, il fronte israeliano della alture del Golan.
L’obiettivo è, evidentemente, quello di provocare una risposta dello Stato Ebraico e di far entrare direttamente in guerra, quindi, proprio Gerusalemme nel quadrante siriano.

Un suicidio inutile per Israele, un ritorno delle vecchie e ormai inutili linee della guerra fredda nel Medio Oriente. Ciò significherebbe peraltro l’inizio di una pressione sul fronte sud, verso il Golan appunto, da parte sia di Hezbollah, ormai ritiratosi verso il confine tra Libano, Siria e Israele, che delle FF.AA. iraniane e dei loro “volontari”. La direzione, per tutti, sarebbe quella verso il confine Nord israeliano, mentre la Russia sosterrebbe, con ogni evidenza, questa operazione unificata contro Gerusalemme.

Per Mosca, la guerra in Siria è stata il grande catalizzatore di una sua nuova alleanza egemonica in Medio Oriente, non una posizione nuova nei confronti dello Stato Ebraico, visto ancora come “dente” degli USA in quel quadrante.

Certamente, il centro del problema, per tutti, è la dichiarazione di Netanyahu che le alture del Golan saranno comunque escluse da ogni futura trattativa sulla Siria. Ma la Russia vuole rimanere, sulla questione delle Alture, ancora il punto di riferimento di Egitto, Iran e di tanti altri “non allineati” che temono un legame troppo forte tra la Russia e Israele.

Mosca giocherà a favore di Israele solo fino al punto di non creare nuove tensioni con il suo “fronte dei non allineati”. Ma cosa vogliono davvero le grandi potenze globali e quelle regionali dopo la cessazione delle ostilità in Siria?

Gli Usa desiderano, soprattutto, la definizione di un “corridoio curdo” da Iskanderun ad Orumyel e, a sud, da Mosul fin quasi ai confini della Georgia. Sarebbe un’area dove stazionerebbero permanentemente le forze Nato. Con o senza partecipazione turca.

L’area intorno a Israele, fino a Nord verso, e oltre, le Alture del Golan, compresa una parte del territorio della provincia di Damasco, sarebbe poi la zona controllata indirettamente o meno dallo Stato Ebraico, dagli USA e, ancora, dalla Nato.

La Turchia, anche dopo il controgolpe di Erdogan, non può non accettare il “corridoio curdo” ma non a spese del confine sud di Ankara. Senza questa accettazione, Ankara rimane senza il sostegno Usa, l’unico disponibile in Occidente e l’unico a garantire l’estraneità della Turchia all’egemonia russa nell’area. Senza poi dimenticare il sostegno turco a Jabhat al Nusra, la frazione siriana di Al qaeda recentemente separatasi dalla “casa madre” nell’area di Aleppo, all’Isis e al jihad turkmeno.

È lo strumento per fare una guerra non dichiarata ai russi e ai siriani, che Ankara rimetterebbe subito in piedi se il “corridoio curdo” non venisse controllato dalle forze NATO.
Niente vieta che, però, in seguito alla frammentazione della Siria in zone di influenza, l’Alleanza Atlantica non si decida a frazionare la stessa Turchia nella sua componente anatolica e in quella costiera. Ci sono piani a Mons che riguardano questa ipotesi, che non deve essere affatto scartata.

Peraltro, molti analisti segnalano il forte favore con il quale, nel “nuovo” esercito turco uscito dalla purghe del golpe, i soldati vedono i jihadisti. Se la strategia israeliana attuale riesce, Gerusalemme potrebbe difendere ai lati le alture del Golan, deviare verso la valle della Bekaa i jihadisti sunniti diretti contro Hezbollah, infine controllare meglio la dislocazione delle forze di Bashar el Assad verso il confine siriano con Israele.

Teheran, peraltro, ha come obiettivo primario nell’area quello di mantenere integro al massimo lo stato alawita siriano degli Assad, antemurale necessario contro la Turchia sunnita e inevitabile protezione nei confronti di una penetrazione da parte del jihad sunnita dei suoi confini occidentali. La Russia, poi, cosa può volere dopo la fine delle operazioni in Siria?
Vediamo allora le opportunità strategiche di Mosca.

O al Cremlino vogliono una Siria piccola, che difenda soprattutto i porti russi sul Mediterraneo, oppure la Russia desidera una Siria un po’ più grande, con Damasco, Homs, Aleppo e Hama, tanto grande da fare da antemurale alla Turchia, coprire l’Iran ma insufficiente a difendersi da sola.
Oppure, Mosca potrebbe anche desiderare il ritorno della Grande Siria del pre-2011, ma questo implicherebbe uno sforzo militare e strategico russo elevatissimo e, probabilmente, non corrispondente al proprio obiettivo strategico primario.

Che è quello di isolare la Nato nel Mediterraneo e impedire all’Alleanza una presenza di terra significativa. Si può perfino pensare che Mosca accetti la “linea” approvata alla Conferenza “Ginevra Tre”, con una Grande Siria ma priva di Bashar el Assad, ma sempre con una forte presenza alawita a garanzia degli interessi mediterranei russi.

Per ora, comunque, il pericolo vero, per Israele, non viene dall’Isis-Daesh, che non ha punti di contatto con lo Stato Ebraico, ma da Hezbollah, che può già diventare una minaccia seria sulle Alture del Golan ed è, peraltro, un asset terrestre irrinunciabile per i russi, che operano in gran parte solo dal cielo e battono in particolare le postazioni dei “ribelli” anti-Assad.
Se la Siria permane forte e negli stessi confini attuali, essa diventerà il dente strategico dell’Iran contro l’Arabia Saudita e lo Stato di Israele, e Mosca potrà fare ben poco per fermare questa nuova configurazione geopolitica.

Gli interessi che legano la Russia a Teheran sono ben più forti e stabili di quelli che hanno finora legato Mosca a Gerusalemme. Per la Russia, l’Iran è la necessaria linea di continuità verso tutta l’Asia centrale, il punto di collaborazione energetica con la Cina, l’antemurale strategico contro le insorgenze a sud e a est nel Grande Medio Oriente.

Per Mosca, Israele è invece un partner economico, un elemento di stabilità nell’area, un futuro produttore di gas naturale ma, anche, un limite al progetto russo di riunificazione di tutte le istante antijihadiste contrarie all’egemonia saudita, letta come il punto di forza della presenza USA in quel quadrante. Mosca vuole un Mediterraneo orientale libero appunto dalla presenza della NATO, da Nord a Sud, e non legge ancora Israele come un attore strategico del tutto autonomo rispetto a Washington. Mosca vuole “vedere”, per usare il gergo del poker, la distanza effettiva tra Gerusalemme e Washington.

Quindi, per Israele si aprono ora due possibilità geopolitiche: o una alleanza tacita con l’Arabia Saudita e la Turchia, sotto l’egida degli USA, con ciò chiudendo la finestra di opportunità per una collaborazione strategica con Mosca. Oppure si tratta di accordarsi con la Russia per una Siria senza Bashar e più piccola, garantendo gli interessi strategici di Mosca sul Mediterraneo e verso la Turchia.

Tutto passa però, oggi, da Aleppo, in gran parte riconquistata da Assad e dalle forze russe. Se la città viene ripresa stabilmente dalla coalizione iraniano-russo-siriana, la Turchia, pur riavvicinatasi a Mosca recentemente, non avrà più possibilità logistica e strategica per sostenere le forze anti-Assad, che passa appunto da Aleppo; e perderà anche il suo leverage a sud, verso il “corridoio curdo”.

La Turchia, peraltro, ha già inviato truppe in Iraq, richiedendo parte del territorio di quello stato ormai fallito, mentre Ankara non può permettersi, oggi, uno scontro con l’Iran per la Siria né, tantomeno, una forte tensione con la Russia, che fornisce alla Turchia il 55% del suo consumo di gas, ancora sotto embargo. Se quindi Ankara potrà accordarsi con Mosca e anche con Israele per una sua presenza anti-Assad in Siria, senza il timore di una guerra conclamata tra la Russia e la NATO, allora la Nuova Siria potrebbe restringersi ad una striscia di terreno tra Turchia e Iran, garantita da Mosca e fortemente condizionata da Israele sul suo fronte sud.

E Israele, cosa che Mosca non vuole, potrebbe ampliare la sua zona di sicurezza nel Golan, creando quindi reazioni siriane verso la Russia e innescando l’arrivo in forze di materiale bellico per una operazione da Nord contro Israele. Il Golan è il simbolo dei “non allineati”, Mosca non può dimenticarlo troppo facilmente. Tutto il sistema siriano è allora una equazione con troppe incognite da risolvere, che Gerusalemme fa molto bene a congelare, in vista della soluzione della tensione curda e siriana.

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