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Rio, per ora solo 3 federazioni danno l’ok ai russi: così eludevano l’antidoping

di Valeria Orlova 

Ad attirare gli occhi della Wada, l’agenzia mondiale antidoping, sulla Russia era stato un documentario mandato in onda nel 2014 dal canale televisivo tedesco Ard: un servizio approfondito sulle pratiche dopanti illegali alle quali si sottoponevano gli atleti russi che portò ad un’indagine e alla pubblicazione, l’anno seguente, di un rapporto che portò alla luce un’intero sistema di atleti, allenatori, centri antidoping e istituzioni coinvolto nella creazione di quello che è stato definito “doping di Stato”.

Uno dei casi più eclatanti risale proprio alla fine del 2014 quando circa 1.500 campioni prelevati durante le Olimpiadi invernali di Vancouver del 2010 sparirono prima di poter essere nuovamente controllati dalla Wada. Il sospetto degli inquirenti è che in molte di quelle provette si nascondessero delle pratiche illecite: la Russia, lasciatasi alle spalle la disfatta dei Giochi canadesi, aveva dato il via a un progetto di “rinascita” della squadra in vista delle Olimpiadi di casa disputati a Sochi nel 2014.

A confermare alla Wada quelli che fino a quel momento erano soltanto sospetti è stato Grigory Rodchenkov, l’ex numero uno del laboratorio antidoping di Mosca: una volta trasferitosi negli Stati Uniti ha deciso di rivelare tutti i segreti e di fare i nomi di chi si trovava a capo della rete che permetteva agli sportivi dopati di superare senza problemi i controlli.

Grazie alle sue confessioni si è potuto portare alla luce un intricato e subdolo piano che vedeva coinvolto l’intero movimento sportivo russo.

Grigory in prima persona aveva creato “Duchess”, dal nome di una bevanda per bambini al gusto di pera ma che in laboratorio indicava un cocktail a base di Whisky per gli uomini e Martini per le donne che permetteva un rapido smaltimento della sostanza dopante assunta dagli atleti.

Inoltre l’esperto ha raccontato come grazie ad appositi fori nei muri nelle pareti dei laboratori antidoping i medici riuscivano a scambiare le provette contenenti tracce di sostanze dopanti con altre pulite, poco prima dei controlli ufficiali.

Ogni provetta è infatti protetta da un codice a sette cifre che garantisce l’anonimato e dal quale poi si può risalire all’atleta: per superare questa barriera gli atleti fotografavano il proprio codice e lo inviavano ai loro “collaboratori” che potevano così sostituire il campione “dopato” con un altro pulito.

Dalle dichiarazioni di Rodchenkov si è scoperto che almeno 15 medagliati dei giochi di Sochi 2014 facevano uso di sostanze dopanti ma grazie al “trucco del buco” erano rimasti impuniti.

Atleti e centri antidoping russi continuano a negare che questo sia mai avvenuto e lo stesso fanno i vertici sportivi e del Governo: domenica 24 luglio il CIO (Comitato Olimpico Internazionale) ha annunciato che la Russia potrà partecipare ai prossimi giochi olimpici di Rio, fatta eccezione per la federazione di atletica.

Tutti gli atleti russi, ha fatto sapere il CIO, saranno sottoposti a diversi controlli sia dopo le gare che durante il periodo di permanenza, per garantire la massima trasparenza. Ma già ora il Comitato Olimpico Internazionale stima che il 90% degli sportivi russi non riuscirà a superarli e soddisfare i criteri di selezione per i giochi Olimpici, tra i quali il più importante è di non essere mai stato coinvolto in alcuno scandalo doping.

Tradotto in numeri attualmente solo 40 sui 387 atleti della squadra russa potrebbero superare senza problemi i test e giocarsi le proprie chance alle Olimpiadi.

Il Cio ha affidato alle singole federazioni l’ultima parola sulla partecipazione degli atleti russi alle Olimpiadi: se i Giochi Olimpici iniziassero oggi solamente tre di queste su ventitre, ovvero tennis, triathlon e tiro con l’arco, consentirebbero l’accesso alla squadra russa.

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