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Roma si addice a Springsteen: quattro ore di rock e gioia per staccare dalle cattiverie umane foto

Nell'atmosfera unica Del Circo Massimo il Boss e la E Street Band in stato di grazia in perfetta sintonia con i 60mila innamorati

Sarà la decima volta che vado a vedere il Boss dal vivo, quest’anno, la seconda in meno di un mese. La prima il 3 luglio a Milano, nella prima delle due date nel capoluogo lombardo. Quel giorno il concerto è stato buono, non eccezionale: molto muscolare, pochi spazi alle ballate, con parecchie imperfezioni. Ma è stato ugualmente una bella performance perché quello che conta ai concerti di Bruce è il rito, il sentirsi tutt’uno con l’artista.

A Roma ho deciso di andarci con mio figlio Matteo e la solita compagnia di amici con i quali mi troverò all’interno del Circo Massimo.

L’umore non è dei migliori: lo scontro ferroviario in Puglia, l’attacco terroristico a Nizza, il golpe o quello che è sembrato tale in Turchia sono solo gli ultimi di una striscia di fatti che se anche non ti toccano negli affetti lasciano uno strascico difficile da dimenticare. Poi penso che però almeno per un giorno riuscirò a distrarmi, ad allontanare i pensieri di una vita che, ogni giorno, mi risulta più difficile da comprendere.

Ho deciso di andare a Roma in treno: lo trovo più comodo ed anche più sicuro. Continuo a ripetermi che in fin dei conti non mi devo far condizionare dagli eventi ma in realtà, in fondo in fondo, non è così. Ne ho dimostrazione quando nella mia cabina sale una famiglia dai tratti non troppo rassicuranti: i due figli sui 25 anni con barba lunga. Qualche mese fa li avrei giudicati solo trasandati, mio figlio mi dice che è di moda. Penso… pericolosa. O forse sono solo io che mi sono lasciato sopraffare dai pregiudizi.

Arrivo a Roma alle 14 circa, un pranzo fantastico in una trattoria tipica insieme al mio amico Andrea, principe del foro e funambolo della sei corde e alla sua famiglia e poi tutti al concerto, dove ci aspettano altri amici; Fulvia e Giancarlo, due ottimi coristi, e la direttrice di BgNews.

Ci arrivo intorno alle 17: l’area intorno al Circo Massimo è inibita alle auto (e questa mi sembra una buona misura cautelativa), i controlli, nonostante quanto letto sui giornali, del tutto inesistenti (e questo mi sembra meno buono).

Tuttavia la folla cammina tranquilla, le facce sono sorridenti, distese, i problemi sembrano tutti dimenticati.

Quando entro al Circo Massimo, il colpo d’occhio è straordinario: una marea di folla assiepata sulle collinette ai lati e sotto, in mezzo, il resto del pubblico. Sul palco c’è la Treves Blues Band che regala al pubblico un bel set di rock blues, tirato come si deve.

Bruce Roma

Mi piacerebbe spendere qualche parola in più su Fabio Treves e i suoi, ma so poco di loro e del repertorio presentato. Vi posso comunque assicurare che per un’ora il pubblico, benché accaldato, ha goduto di una musica fresca e coinvolgente, si è divertito e, alla fine, ha tributato il giusto riconoscimento all’armonicista lombardo e alla sua band. Tra parentesi ho incontrato il giorno dopo, sulla strada del ritorno, Fabio Treves alla stazione dei Treni: un gran bel personaggio.

Finito il primo concerto sale sul palco uno degli organizzatori il quale ci ricorda dell’opera dei roadies (giusto), dei tecnici (ancora giusto) e di tutti quelli che si sono sbattuti e che con il loro impegno hanno reso possibile il concerto: si leva un applauso sincero e meritato.

Finito il ringraziamento lo speaker presenta il secondo opening act quello dei Counting Crows, ottimo gruppo americano autore di un paio di hits di largo successo, “Mr. Jones” e “Big Yellow Taxi”, quest’ ultima una cover di Joni Mitchell.

Nonostante le mie aspettative il set è veramente deludente: il talentuoso cantante e leader Adam Duritz ha un atteggiamento di quelli che fanno arrabbiare (almeno me), sembra lì a timbrare il cartellino (e neppure il suo), gigioneggia a sproposito, sembra debba dire chissà quali verità e nonostante i suoi compagni facciamo di tutto per offrire della buona musica riesce a rovinare l’intero set.

I due brani più famosi sono riproposti in versioni “alla Dylan”, ovvero facendo di tutto per renderli orribili, riuscendovi. Dopo un’ora circa il gruppo americano se ne va. Tre quarti d’ora per sistemare il palco ed, ecco all’improvviso, apparire su palco una sezione d’archi di 5 o 6 componenti. Ho il timore di un’altra esibizione prima di quella di Bruce, ma le ansie spariscono subito alle prime note di Morricone che, come da abitudine, introducono la E Street Band e il suo leader.

I musicisti si sistemano alle loro postazioni, Bruce saluta con il suo italiano neppure troppo stentato, il viso è sereno, il sorriso amichevole, lo sguardo compiaciuto ma non altezzoso, gli occhi socchiusi guardano il pubblico che ovviamente accoglie la star con un boato.

Bruce Roma

Bruce è in grande forma, dimostra dieci anni in meno di quelli che ha (67), la divisa è quella d’ordinanza: gilet, Jeans neri, foulard intorno al collo.

Ci dice che la sezione archi (dell’Orchestra Sinfonietta di Roma) è un regalo per la capitale e, introdotto da un intro strumentale fatto di piano e chitarra acustica, parte uno dei miei brani preferiti in assoluto: “New York City Serenade” tratta dal secondo album in studio, una canzone che non viene proposta frequentemente in concerto (se non erro l’ultima volta ancora a Roma nel 2013) ed a torto, secondo me, perché una delle più intense. E la resa è di quelle da ricordare: la voce è calibrata (poi lo sarà un po’ meno) e i suoni sono cristallini, gli archi sono perfetti.

Alzo gli occhi, il cielo è terso, la cornice del Circo Massimo emozionante, come la musica del Boss.

Intanto do un’occhiata al pubblico estremamente eterogeneo: ci sono almeno tre generazioni rappresentate, davanti a me una famiglia con nonni al seguito, tutti animati dallo stesso entusiasmo.

Il palco è ampio, la formazione quella classica: oltre ai componenti originari, ci sono Jake Clemons (sax), Soozie Tyrrel (violino , chitarra e Vocals), Charles Giordano all’organo, questi ultimi due provenienti dalle Seeger Sessions e tutti oramai stabilmente nel band. Rispetto al concerto di Milano c’è anche Patti Scialfa (chitarra e voce) moglie del boss.

Terminata l’esibizione del primo brano ed introdotto da un inaspettato “Roma Daje”, detto da Bruce, inizia il vero e proprio rito ed ecco arrivare Badlands accolta dal boato del pubblico: mani in alto, cori, ragazze e giovani bimbi in groppa a fidanzati e genitori che ondeggiano pericolosamente, tutti ballano e tutti cantano.

La E Street Band è perfettamente rodata e Bruce, vocalmente un po’ meno, ma chissenefrega. Terminata Badlands il Boss, tra il pubblico, prende con sé un cartone con scritta una richiesta: è “Summertime Blues”, alla quale segue un’infervorata versione di “The Times That Bind”.

E’ la volta di una tripletta al fulmicotone: “Sherry Darling”, “Jackson Cage” e “Two Hearts”, cantata con tutto il pubblico; al termine Bruce prende il microfono e spiega che la prossima canzone tratterà del rapporto tra padre e figli ed ecco le note di “Indipendence Day”, uno dei brani più intensi del repertorio. Il Circo Massimo si illumina a giorno delle luci dei cellulari tutti accesi, l’attenzione del pubblico massima, la commozione tanta.

Ma è la pausa di un solo brano perché poi le note inconfondibili di “Hungry Hearts” si levano nel cielo. A dire la verità la versione è sgangherata, spesso gli strumenti vanno da una parte e le voci da un’altra, ma Bruce ha deciso di cantarla in mezzo al pubblico, mentre abbraccia i suoi fans e stringe loro le mani e allora è molto più importante il feeling, piuttosto che la tecnica.

Introdotto dall’insostituibile… “and One, Two….” ecco partire la cover di “Boom Boom” (se non ricordo male un brano di Johnny Lee Hooker), che già Bruce proponeva negli anni ’80, bella muscolare. Tra il pubblico prende un cappellino, torna sul palco, se lo mette in testa, si gira vero il pubblico: appare la scritta “Detroit Medley” è il segnale e la E Street Band parte a razzo per circa 7-8 minuti, il Circo massimo diventa una bolgia.

Ecco quindi arrivare “You Can Look But You Better Not Touch” al termine della quale Bruce impugna l’acustica, imbocca l’armonica: mi aspetto l’insostituibile “The River” e invece no, perché è la volta di una fantastica versione di “The Ghost of Tom Joad”, struggente, intensa. Il Circo Massimo si ammutolisce e il pubblico segue l’esecuzione con la massima concentrazione, ben sapendo che il Boss esige in queste occasioni il silenzio più totale.

“The River” arriva subito dopo, una bella versione anche se, a mio modo di vedere, il brano ha oramai poco da dire essendo diventato un evergreen della canzone americana, buono per tutte le orecchie.

“Point Black” la si riconosce alla prima nota: la versione è profonda ed emozionante perfetta ad introdurre “Promised Land” meno esplosiva del solito ed appena rallentata.

E quindi la volta di “Working on the Highway”, come al solito tosta e trascinante.

Accogliendo una richiesta del pubblico Bruce, in duetto con la moglie Patti Scialfa offre una versione “Cheek to Cheek” di “Tougher Than the Rest”, lunga e dilatata. Segue “Drive All Night” (con un riferimento ai Suicide band molto amata da Bruce), ma Il pubblico chiede i classici, quelli che fanno muovere i piedi e il Boss li accontenta subito perché le note del piano di “Professor Bittan” di “Because the Night” sono immediatamente riconoscibili e scatenano la reazione del pubblico che accoglie la scelta con un boato. La versione e molto buona e sarà ricordata soprattutto per un solo di Nils Lofgren spettacolare con tanto di balletto dove il chitarrista (tra tutti, quello invecchiato peggio, almeno esteriormente) mette in mostra doti acrobatiche sorprendenti.

“For All the french Brothers and sisters” sono le parole che introducono “Land of Hope and Dreams”, che pare sofferta e meno diretta del solito.

Al termine di una brevissima pausa ecco arrivare le note famigliari del piano che intonano l’intro di “Jungleland”, brano nel quale il rock si tinge di gospel. La versione è sontuosa ed è nobilitata dal lungo “solo” di Jake Clemons, nipote di Clarence “Big man” Clemons. Il ragazzo ha un look molto scenografico, si vede che gode della fiducia del leader e degli altri componenti storici della E Street ed è decisamente bravo. Il suo intervento scuote e meraviglia tutto il pubblico.

Oramai i fans hanno capito che il concerto di sta avviando al termine e si aspettano i grandi classici. Ed in effetti è così perché ecco arrivare “Born in the USA”, accolta con entusiasmo. La versione non è ineccepibile: vocalmente, Bruce spezza la frase del titolo perché si capisce che non c’è la fa a cantarla tutta di un fiato, ma non importa perché sono tre ore e passa che sta dando tutto, ha 67 anni, di più non si può pretendere e, in fin dei conti, è una piccola sbavatura che passa quasi inosservata.

Cosa manca a questo punto? Esatto! “Dancing in the Dark”, la canzone che almeno il 50 percento del pubblico delle prime due file sotto il palco sta aspettando sin dall’apertura dei cancelli, nella speranza che il Boss inviti uno di loro a salire sul palco. Mi sono sempre chiesto se la scelta fosse casuale o organizzata prima, ma questa sera ho fugato tutti i miei dubbi: “miracolate” sono in effetti due ragazze abbastanza giovani, ma anche un quarantenne non granché attraente anzi dotato di visibile marsupio, un tredicenne fan di Max Weinberg, una sessantacinquenne (forse un po’ più giovane, ma il cartello che esponeva riferiva furbescamente di quell’età) e una ragazzina praticamente immobilizzata dall’emozione. Comunque, la versione è lunghissima e offre la possibilità a tutti gli invitati di godersi il loro momento di gloria e fama.

Ormai, però, il Circo Massimo è un calderone e quindi quale canzone migliore di “Tenth Avenue Freeze – Out” e il suo inconfondibile piano saltellante?

La versione è bella, coinvolgente, fresca e mentre la E Street Band la esegue, sullo sfondo appaiono le immagini di Clarence Clemons e di Danny Federici che ancora oggi emozionano. E’ quindi la volta di un’altra cover di cui Bruce si è letteralmente impossessato in questi anni, che è “Shout” degli Isley Brothers: la versione è lunghissima ed è l’occasione per un siparietto durante il quale, aiutato da Steve Van Zandt, Bruce scimmiotta James Brown.

Il chitarrista/attore lo aiuta ad indossare un mantello con la scritta “Boss” e Bruce accenna a lasciare il palco, esausto, ma è un attimo perché poi irrompe di nuovo di fronte al pubblico e chiude il brano regalando fuochi d’artificio; i componenti della E Street Band vengono tutti presentati con i dovuti onori e “last but not least”, meritatamente, proprio Miami Steve Van Zandt.

Un lungo abbraccio a Jake Clemons e un bacio a Patti Scialfa ed una frase che raccoglie l’assenso convinto del pubblico (“Will Be seen”) prima di attaccare in versione acustica “Thunder Road” e terminare così un concerto memorabile.

Il popolo di Bruce gli tributa un ultimo lungo applauso riconoscente, sa che non può chiedere di più. Ce ne andiamo tutti soddisfatti, io e Matteo, certi di aver preso parte a qualcosa che ricorderemo a lungo.

Sono oramai trent’anni che Springsteen è una star planetaria. Dal vivo, nel corso oramai di una lunga vita, ho visto tutti i più grandi artisti, ma il rapporto di ognuno di loro con il proprio pubblico non è nemmeno paragonabile a quello che Bruce ha con il proprio.

Intorno a me, sabato sera, le persone sapevano ogni testo a memoria, riconoscevano immediatamente ogni brano, si divertivano e si commuovevano, ognuno ha goduto di ogni momento del concerto. Tra l’artista è il pubblico la simbiosi era assoluta, Bruce era ognuno del pubblico e ognuno del pubblico era Bruce .

Infine una notazione “leggera”: Bruce e i Componenti della E Street hanno un’età media superiore ai sessanta anni (salvo il sassofonista), hanno suonato per quasi quattro ore rock muscolare con rare pause. Non so che roba prendono, ma la voglio anche io.

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