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L’attentato di Nizza e il futuro del jihad in Europa

Giancarlo Elia Valori, Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France, traccia un'analisi delle conseguenze che avrà sulla società europea la carneficina del 14 luglio a Nizza, in cui hanno perso la vita 84 persone.

L’attentato, tra i più efferati compiuti in Europa dal jihad, quello della sera del 14 Luglio a Nizza è particolarmente interessante da studiare. È stato scelto un luogo di divertimento, come nel caso del Bataclan parigino, ma all’aperto e senza una specifica indicazione della identità religiosa dei presenti.

I proprietari del locale di Parigi erano, si ricorderà, di religione ebraica, e l’atto terroristico avveniva dopo una sequenza di eccidi islamisti in luoghi ad alta presenza di cittadini francesi ed ebrei.
Nel caso dell’eccidio di Nizza, non c’è nessuna differenza di bersaglio tra ebrei, cristiani o addirittura islamici presenti tra l’immensa folla che si raduna sulla Promenade des Anglais per festeggiare l’inizio della Francia repubblicana. Si colpisce la nazione, il simbolo, la gente comune. Tutti, insomma.

Qui, allora, i dati da studiare sono diversi e, forse, più pericolosi di quanto non si possa oggi immaginare: il camion era guidato da un cittadino francese di origine tunisina, cittadino di Nizza.

Poi, il camion. Chi l’ha comprato, o rubato, ha una rete di copertura ampia che sconfina molto probabilmente con la malavita, anche con quella non jihadista.
Infatti, il pilota del TIR criminale era un jihadista con precedenti penali per reati comuni. Non è da escludere quindi l’inizio di un legame tra la tradizionale “mala” e il jihad.

Fornire armi al jihad (anche se quelle trovate sul camion erano non utilizzabili) e le connessioni con le reti del contrabbando, di armi o di altro, potrebbe essere il nuovo business delle reti criminali tradizionali.

Sul piano teorico, della dottrina del jihad, l’attacco all’Europa è stato largamente previsto e stimolato dai proclami di Isis e Al Qaeda. Quando lo “stato” iraqeno-siriano si sgretola, le due organizzazioni rivali del jihad si ritrovano sulla stessa linea, quella degli attentati terroristici tra i “crociati e gli ebrei”.

L’attacco indiscriminato, che alcuni analisti avevano ritenuto “superato” da parte di Al Qaeda, o dell’Isis, è oggi necessario per la sopravvivenza del jihad. Serve per manifestare potenza, e quindi richiamare la simpatia dei numerosi islamisti in fase di radicalizzazione, dimostrare forza per “proteggere” le minoranze islamiche presenti sul territorio deli “infedeli”, serve inoltre per spaventare la pubblica opinione e i governi occidentali, è utile infine per bloccare le attività della polizia e dei Servizi.

E questo accade, deve accadere secondo i jihadisti, proprio nel momento in cui lo “stato” sirio-iraqeno sta fallendo. Sembra poi che la qualità delle forze dell’ordine e dell’intelligence sia un criterio di selezione da parte dei terroristi del jihad. Quanto meno efficienti, tanto più il loro Paese diventa un bersaglio.
Prima il Belgio, in cui la polizia vallona non comunica con quella fiamminga, con Servizi di carattere, come dire? casalingo;poi la Francia, che ha subito anch’essa una riforma dei Servizi disfunzionale e cervellotica, sia per la loro attività estera che per quella interna.
Non citiamo qui, per carità di Patria, quella del 2007 italiana.

Detto tra parentesi, sembra proprio che le democrazie europee, oggi, non capiscano niente di intelligence. Le democrazie europee, quindi, devono quindi decidersi: o sacrificano una parte dei “diritti” e della privacy della cittadinanza per proteggerla dal jihad, o, seguendo il mito della democrazia di massa, dovranno accettare attentati sempre più efferati.
C’è poi il problema dei dati su cui lavorare: tutti i Servizi e le Polizie operano oggi troppo ex post.

Si ritiene, erroneamente, che il jihad generi reati che vanno colpiti singolarmente, mentre la predicazione della “guerra santa” rientra nelle libertà, appunto, garantite fin dai tempi della Rivoluzione Francese, ma con qualche parentesi storica.

Falso. Il jihad è una strategia specifica di una guerra che è totalmente diversa da quella clausewitziana.
Occorre che le forze di polizia passino dalla (scarsa) repressione di alcuni reati connessi o derivanti dal jihad al contrasto nettissimo e strutturale con la stessa “guerra santa”.
Un po’ come fecero Falcone e Borsellino con la mafia.

Quindi occorrerà delineare una strategia contro l’islamismo in guerra, che riconnette insieme pressioni durissime contro gli stati finanziatori, azioni di guerra psicologica in Europa e fuori, repressione preventiva di focolai di jihad. Imitare noi la pratica del jihad per contrastarlo: sono le tecniche opfore di “guerra ibrida” che oggi una la Federazione Russa in Ucraina, per esempio.
Lavorare dopo il fatto è quindi duro, ma inevitabile oggi per le Polizie europee.
Occorre fare il contrario, e stabilmente. E ciò accade per vari motivi. Il primo è quello che i jihadisti hanno un uso rapido e efficiente dei social media e del crittaggio da usare in essi.
Kik, Surespot, Telegram, Wikr, Detect, Tor, sono tutte applicazioni del tutto legali che servono per il crittaggio dei messaggi jihadisti, o per andare nel deep internet, quello che non risulta dai motori di ricerca.

Isis ha sviluppato da tempo dei siti per addestrare alla encryption. Sono anch’essi tendenzialmente privi di segnali operativi, ma delineano, al momento buono, e solo a chi lo deve compiere, il posto e il tempo dell’attentato. Una sporulazione delle fonti che rende quindi difficile per qualsiasi intelligence seguire il jihad, che è fatto di reti occulte, in gran parte non ancora esplorate, che vivono secondo la regola “da bocca a orecchio” o della comunicazione verbale immediata, ma che si sovrappongono e comandano la comunicazione on line.
Peraltro, è duro dirlo, le intelligence europee operano su due criteri di difficile verifica operativa.

O il “grande vecchio” che decide tutto magari da qualche caverna nei Territori tribali del Pakistan, come era il caso di Osama Bin Laden, o il free rider, il giovane emarginato e radicalizzato che fa tutto da solo. In parte, i giovani del jihad possono fare molto da soli, perché le indicazioni dal vertice sono sempre generiche, e sta a chi opera sul terreno vedere, verificare, programmare.
Ma questo non accade mai senza un via da parte di uno dei molteplici centri di comando, che poi devono giustificare e ampliare l’effetto dell’atto terroristico.
Ritengo che l’Europa sarà quindi il prossimo campo di azione del jihad.

Per molti motivi: il primo è che la massa di immigrati è tale da poter servire come rete di protezione, reclutamento, finanziamento per un buon numero di jihadisti. Lo disse il vecchio capo della Fratellanza Musulmana Mohammed Badie, pochi anni fa: “l’Europa non la invaderemo con il jihad, basterà la demografia”. È proprio quello che sostengono, senza saperlo, molte anime belle del multiculturalismo.

Il secondo motivo è che, come il jihad ha proclamato poco tempo fa, l’Europa verrà rapidamente islamizzata e la bandiera nera dell’Isis batterà, come mostrava una copertina della rivista teorica del gruppo siriano-iraqeno, sul Vaticano. Quello che dicono fanno, ma non sappiamo mai come.
E’ il momento, allora, di ripensare le strategie di intelligence in tutta Europa, senza creare una inutile “agenzia unica” ma ripensando in modo nuovo e creativo la minaccia jihadista.

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