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Ancora sulla Brexit e sul suo valore strategico

Giancarlo Elia Valori, Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France, torna a spiegare come la decisione dell'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea peserà nell'equilibrio geopolitico ed economico mondiale.

La Brexit è la più grande trasformazione strategica europea dalla fine della guerra fredda. Chi non riesca a leggere, tra le cifre di un lungo computo economico, il dato geopolitico primario, è destinato a non capire nemmeno gli effetti economici e monetari della Brexit.

Ma, in ogni caso, è utile vedere cosa significa, anche sul piano strettamente economicistico, l’uscita della Gran Bretagna dalla UE. Uscita in cui hanno avuto un effetto determinante i valori culturali, antropologici, identitari, quei valori che di solito imputiamo ai “populismi” ma che fanno parte di ogni comportamento elettorale, oggi come ieri.

Quelli che credono solo al “rationalvoter” delle teorie neopositiviste, oppure all’elettore che analizza scientificamente tutte le opzioni a sua disposizione, credendo peraltro che si realizzino, sono sempre destinati a brutte sorprese.

Ma vediamo ancora i dati, anche se ne abbiamo già parlato in altri articoli. La migrazione netta è quasi raddoppiata, nel Regno Unito, fino ad oltre 183.000 nuovi arrivi, oggi nel 2016.
I migranti valgono poi lo 0,5% in più ogni anno del totale dei lavoratori britannici. Per quanto riguarda il commercio internazionale, l’UE è la destinataria di circa il 50% dell’export inglese; ed è bene ricordare che le tariffe europee per le manifatture da esportare sono più che dimezzate dal 1991 ad oggi. Non è una questione di “barriere all’entrata”.

Il red tape, la burocrazia centrale europea, per le 100 tipologie di normativa più costosa elaborata da Bruxelles, costa a Londra circa 33 miliardi di sterline all’anno. È bene ricordare inoltre che, tra il 2000 e il 2013, sono state emanate dal Parlamento europeo ben 52.000 nuove norme. Non si proteggono, lo ricordiamo, i propri mercati con cervellotiche leggine, ma con precise operazioni sui cambi e con dure trattative con i potenziali partnerscommerciali della UE.

I servizi finanziari esportati da Londra verso l’Unione valevano, secondo le ultime statistiche disponibili, 14,4 miliardi di Sterline l’anno. L’Unione vale infine, da sola, il 46% degli investimenti esteri in Gran Bretagna. Saranno, con ogni probabilità, sostituiti da Investimenti Esteri Diretti cinesi, statunitensi, forse mediorientali, con una prevedibile nuova presenza di Israele.
Ma il costo annuale della partecipazione alla UE, per Londra, ricordiamolo, è di 10,4 miliardi di sterline per anno.

I migranti provenienti dalla UE, dato interessante, contribuiscono per 20 miliardi di sterline al bilancio pubblico britannico. Il valore degli immobili è destinato a cadere almeno del 15%, a causa della Brexit. In alcune zone di Londra poi il valore delle case è già diminuito almeno del 30%. Le soluzioni alla Brexit sono, lo abbiamo già notato in precedenti articoli, o l’adesione di Londra all’Area Economica Europea e all’EFTA, come la Norvegia, l’Islanda, il Liechtenstein e la Svizzera.

Gli svizzeri non sono membri a pieno titolo dell’Area, fanno però parte dell’EFTA ma hanno negoziato da tempo accordi bilaterali autonomi con la UE. Non ritengo che la Gran Bretagna abbia infine molto da guadagnare entrando in un sistema bilaterale degli scambi europei, come i Paesi suddetti. La migliore soluzione è dunque quella svizzera, ma presuppone negoziati duri e di lunga durata.

I settori produttivi inglesi che non esportano in UE formano l’85% del Pil britannico, per loro la Brexit non è un problema ma, probabilmente, una delle soluzioni. Come si vede, la questione strettamente economica, e quindi anche politica, determinata dalla Brexit non è così semplice come si suppone. Una soluzione potrebbe essere, per Londra, quella di aprirsi ai mercati extraeuropei, soprattutto per i prodotti finanziari inglesi.

Per ora, l’export di questi prodotti vale, verso la Cina, solo il 2% di tutti gli export finanziari britannici, ma nulla vieta che la dimensione dello scambio bilaterale aumenti visibilmente e in breve tempo. Anche la Svizzera ha raggiunto, nel 2014, un accordo che riduce grandemente le barriere non tariffarie verso la Cina, per le sue banche e società finanziarie.
Ma bisogna stare attenti alla concorrenza.

La Germania, per quanto riguarda l’esportazione di questi prodotti, è recentemente cresciuta più degli USA e della stessa Svizzera, e questo almeno dall’inizio degli anni 2000. Rimane allora solo la Cina per un trattato di interscambio finanziario utile, da parte della Gran Bretagna. Ma, sul piano strategico, quello che ci interessa di più, occorre analizzare l’effetto della Brexit sul sistema nucleare britannico. I capi della aziende nucleari dell’UE, e in particolare della EDF, affermano che l’uscita di Londra dalla UE non avrà alcun effetto sul progetto Hinkley Point C, la prima centrale nucleare costruita in Gran Bretagna dopo almeno 20 anni di stop.

Tale centrale, che dovrebbe essere operativa dal 2025, fornirà il 7% dell’energia elettrica inglese. La Cina prenderà il 33,5% (28 miliardi di dollari) delle azioni di questo impianto, ma Pechino vuole costruire due nuovi impianti nucleari, sempre con EDF, a Sizewell nel Suffolk e a Bradwell nell’Essex. Quello dell’Essex userà solo tecnologia cinese.
L’EDF ha una quota del 66,5% in tutti questi nuovi progetti, ma non ci sono solo i cinesi: NuGen, la joint venture tra Toshiba e la francese Engie, sta programmando una nuova centrale in West Cumbria.

HorizonNuclearPower sta poi costruendo un reattore nucleare in due siti, a WylfaNewydd, sull’isola di Anglesey, e a Oldbury on Severn, nel Gloucestershire. La Gran Bretagna diventerà allora il polo energetico autonomo del quadrante europeo, e nulla vieta di immaginare un importante export di energia elettrica tra Londra e i Paesi UE più infestati dalla moda antinuclearista.
Dal punto di vista strategico, la Federazione Russa non è infine del tutto scontenta del fenomeno Brexit.

Il fronte anti-UE, dopo il voto britannico, comprende certamente la Polonia, che non ha aderito alla moneta unica, la Svezia, la Lettonia, la Lituania e l’Estonia, che fanno parte del fronte anti-russo ma, uscendo dal sistema UE limitano inevitabilmente il loro raggio d’azione geopolitico.

Mosca scommette, non certo nei tempi brevi, in una disintegrazione dell’Unione Europea, che è un danno per la stessa NATO, nemico primario di Mosca, ma poi si affievolirebbe il legame tra Europa dell’Ovest e l’area dell’Est. Un obiettivo primario per Mosca. La Russia avrebbe quindi molte meno difficoltà nel ricostruire la sua tradizionale zona di influenza nella penisola eurasiatica.
Sul piano economico, gli effetti della Brexit sono meno benefici di quanto non si creda per Mosca.

I ricchi russi hanno investito nel mercato immobiliare inglese oltre 5 miliardi di sterline.

Aumenta poi la volatilità sui mercati finanziari internazionali, una situazione questa che non favorisce le economie in difficoltà come quella russa.
Se poi l’euro calasse, in una ipotesi di destrutturazione della UE, entrerebbe sotto pressione il petrolio, con grandi e intuitivamente gravi danni per la Federazione Russa.
Quindi, per Putin, una vittoria strategica, ma un futuro di incertezza economica.

Israele vede infine diminuire il peso di un Paese ormai alieno e ideologicamente quasi nemico, ma sta gestendo una nuova strategia di apertura ad alcune Nazioni, tra cui la Russia, e sta andando avanti il suo progetto di autonomizzazione del suo legame militare sia dagli USA che da alcuni Paesi amici della UE. Anche in questo caso, quindi, gli effetti della Brexit saranno limitati.

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