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Chi e perché ha dato fuoco agli impianti di Foppolo? Inchiesta ad ampio raggio fotogallery

Gli inquirenti provano a stringere il cerchio attorno ai responsabili del rogo che ha distrutto gli impianti sciistici: si indaga sul movente, l'innesco fallito al Montebello dal Ris di Parma nella speranza di trovare delle tracce.

Chi e perché ha dato fuoco agli impianti di risalita di Foppolo? Sono queste le domande, ovviamente intrecciate, che gli inquirenti, coordinati dal pm Gianluigi Dettori, si pongono dopo il rogo che ha distrutto nella notte tra giovedì e venerdì scorsi a due stazioni di partenza e arrivo della funivia della stazione sciistica brembana (leggi).

La prima pista passa dall’analisi di ciò che il piromane o i piromani hanno lasciato sul campo: l’innesco al Montebello non ha funzionato e così sigarette, fiammiferi e un rotolo di carta sono rimasti nella disponibilità di chi indaga e inviati immediatamente al Ris di Parma che cercherà eventuali impronte o tracce biologiche. C’è anche una grossa bombola di gas portata sul posto per accelerare l’azione distruttiva dell’incendio: su di essa un codice che ne consente la tracciatura, portando fino al rivenditore.

L’altra costola dell’indagine si concentra sul percorso fatto dai responsabili per arrivare agli impianti di risalita: già acquisite le immagini della telecamera che sorveglia il centro abitato di Foppolo anche se è più probabile che i piromani siano arrivati da un sentiero sterrato, da Carona o dal Passo Dordona, entrambi privi di occhi elettronici. Difficile riconoscere tracce di pneumatici da quelle che abitualmente ci sono nella zona: moto e pick-up passano regolarmente.

Ma è sul movente dell’azione criminale che si concentrano gli sforzi maggiori degli inquirenti: per quale motivo qualcuno avrebbe dovuto dare fuoco agli impianti? Chi potrebbe ricavarne qualcosa?

I carabinieri continuano con gli interrogatori: vengono ascoltate tutte le parti in causa, dai dipendenti alla società, dai sindaci ai consiglieri comunali. Intercettare il movente darebbe ovviamente una svolta decisiva all’indagine ma ogni ipotesi al momento vale quanto un’altra: il rogo potrebbe essere opera di un lavoratore disperato e in attesa del proprio stipendio? Oppure sarebbe stato provocato appositamente per poi andare a battere cassa con l’assicurazione? Qualcuno ha maturato interessi particolari sull’area in questione?

Gli inquirenti tengono viva ogni pista e intanto parte del debito da 500mila euro nei confronti dei dipendenti è stata saldata: tramite assegni circolari, arrivati da una società terza, è stato estinto il 30% della somma dovuta. Un nuovo particolare che va ad arricchire i già ricchi faldoni dell’inchiesta.

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