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Pro e contro sui social: quando il Boss rovina amicizie

Non più al bar, ma sui social... discussioni che durano da anni. Quella su Bruce Springsteen e il suo pubblico è tra le più gettonate.

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Uno dei cambiamenti sociali più rilevanti della nostra epoca è l’inesorabile declino delle discussioni cosiddette “da bar” fatte davvero nei bar.

Inutile e sterile cercare di capire i motivi, c’entra sicuramente la mancanza di bar che permettano una discussione degna di questo nome, difficile discutere mentre cerchi di riempire il piattino all’happy hour, per tacere poi della musica ad alto volume e di quell’insostenibile leggerezza dell’esserci che rende tutti un po’ ingessati e poco propensi alla polemica.
In compenso ci sono i social, dove invece le discussioni impazzano giorno e notte abbracciando tutto lo scibile.

In questo grande mondo, se si volessero leggere discussioni combattute all’ultimo post, ispirate da una sana ed onesta partigianeria, che mettono a rischio amicizie e amori nascenti, consiglierei di dare un’occhiata a quelle legate al mondo della musica rock. Argomento che per molti di noi è, giustamente, di importanza vitale e per questo siamo portati a dare il meglio di noi stessi e, all’occorrenza, anche il peggio.

I temi sono vari, alcuni derivano dalla stretta attualità mentre altri sono degli evergreen che ciclicamente riemergono. Di questa seconda categoria fa parte la querelle legata a Bruce Springsteen e ad una parte del suo pubblico .

Per chi non ne fosse al corrente ecco una sommaria descrizione degli schieramenti:
Da un lato fan irriducibili del Boss, gente che lo segue nei suoi concerti su e giù per l’Europa si sobbarca onerose trasferte, trascorre notti fuori dai cancelli degli stadi, solo per avere diritto ad un posto nelle prime file, si apposta nelle vicinanze degli hotel, insomma fa cose di questo tipo .

All’altro lato del ring si trovano i distaccati e/o i neo-distaccati che disprezzano i primi, accusandoli (insieme a Springsteen e al suo entourage) di aver trasformato un concerto rock in una specie di sagra estiva per via dei cartelli con le richieste, dei bambini sul palco e dei selfie con il cantante (anche durante le canzoni).

Purtroppo il dibattito si avvicina frequentemente alla modalità insulto ricordando, nelle sue peggiori declinazioni, l’eterno confronto/scontro tra intellighenzia e base, (di cui il mondo non ha ancora finito di quantificare i danni) .

Esiste comunque come in alcune canzoni di Springsteen, una via d’uscita per noi che non siamo ne irriducibili ne distaccati. Raccontare da cosa deriva la nostra passione, rispondendo a tre semplici domande.

Chi siamo? In questi giorni è comparso sul web un video di Thunder Road (del 1975) realizzato utilizzando , in ordine cronologico, brani tratti dalle esibizioni live degli ultimi 40 anni. L’effetto è emozionante se non commovente. Nel video vediamo uno Springsteen nemmeno trentenne che dopo l’ultimo verso “questa è una città di perdenti e io me ne sto andando per vincere”….. urla alla sua amata”let’s go”… Poi gli anni passano (per lui e per noi) sul palco si salta di meno e si sussurra di più ma al verso “show a little faith there’s magic in the night” non possiamo che ricordare dove eravamo la prima volta che lo abbiamo ascoltato e compreso.

Da dove veniamo? Veniamo da posti diversi e lontani nel tempo. Consapevoli che il rock non salverà le vite ma le potrà migliorare e le ha migliorate. Veniamo da tempi in cui si ascoltavano bootlegs (registrazioni non legali di concerti) immaginando quel che poteva succeder oltre l’oceano. Ed ora, anche se la potenza del web ci permette di vedere quello che allora potevamo solo immaginare,ci fa vedere i concerti che non vedemmo allora , troviamo l’amico di una vita che rimpiange ancora quel giorno di aprile nel 1981 quando non ebbe il coraggio di avventurarsi fino a Zurigo, unica incursione di Bruuuuce vicino all’Italia. E il rimpianto dell’amico non si placa anche se ora ha più di 50 anni e tre figli ( come Bruce Springsteen)-

Dove andiamo? Andremo a S. Siro, ad ascoltare un pugno di canzoni che sono parte di noi, sperando di avere la fortuna di ascoltare NYC Serenade mentre pensiamo dentro di noi “basta con questi cartelli”, guarderemo un uomo di 67 anni che tempo fa ci ha aperto un mutuo fatto di emozioni e al quale andrà sempre la nostra affettuosa gratitudine.

Il resto, sinceramente, conta poco.

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