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Dopo il voto in Gran Bretagna ecco le conseguenze strategiche della Brexit

La Gran Bretagna ha rinunciato, sia pure con un margine risicato di voti, al suo nesso economico e politico con la UE. Ecco le conseguenze strategiche di questa scelta secondo Gian Carlo Elia Valori, Cavaliere del Lavoro e Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France.

La Gran Bretagna ha rinunciato, sia pure con un margine risicato di voti, al suo nesso economico e politico con la UE.

Ci saranno, certamente, da tenere in conto i tantissimi elettori che si sono espressi per il Bremain, che non spariscono in un attimo, ma si dovranno valutare anche gli effetti strategici, militari, geopolitici di questa nuova postura del Regno Unito.

Una posizione che, oggi, appare eminentemente economica e commerciale, ma che si rivelerà presto foriera di scelte ben più vaste del semplice computo del dare e dell’avere tra Londra e Bruxelles.

Gli inglesi non hanno mai amato l’Unione Europea, beninteso.

Nel 1975 Margaret Thatcher fece forti pressioni per far aderire il Regno Unito all’Europa, ma l’idea della Iron Lady
era quella di entrare per controllare una entità potente, come la UE, evitando che si creasse un asse, come è poi avvenuto, tra Francia e Germania per isolare Londra. Anche dal punto di vista commerciale.

La Thatcher entrava nella UE come si fa nelle imprese potenzialmente pericolose, si compra una quota rilevante per gestirle meglio dall’interno.
C’era ancora, non dimentichiamolo, la guerra fredda, che l’Inghilterra combatteva con grande attenzione e sapienza informativa.
Il blocco europeo appariva allora, alla Thatcher come agli altri statisti europei, un accordo economico che impediva all’URSS di estendere la sua mano economica, se non militare, in quella che Raymond Aron chiamava “la grande pianura centrale europea”.

Quella che il Patto di Varsavia voleva conquistare rapidamente per arrivare all’Atlantico e chiudere la Gran Bretagna nel suo Mare del Nord.
Senza Londra, nessun arsenale atomico europeo, quello di Parigi sarebbe caduto subito nelle mani di Mosca.
Nel suo volume del 2003, Statecraft, la Thatcher non escludeva poi come “impensabile” l’uscita di Londra dalla UE, ma riteneva che la questione dovesse essere valutata molto attentamente.
Per linee strategiche, commerciali, di influenza di Londra sul decision making europeo, per una valutazione dell’equilibrio tra Euro e Sterlina.

Sono queste le determinanti della matrice UE-Inghilterra, non altre. Oggi, il quadro europeo è ovviamente ben più complesso di quello degli anni ’70.
Non è vero, comunque, che l’Unione abbia salvato l’Europa dalle guerre fratricide che l’hanno segnata da Napoleone I in poi. La guerra civile europea, come la chiamò Ernst Nolte.
La pace nel nostro continente è stata preservata, invece, dall’equilibrio militare definitosi tra la NATO e il Patto di Varsavia.
La “base economica della guerra” tra Germania e Francia, dall’Alsazia-Lorena alla Ruhr, era un vecchio concetto strategico che si era risolto già con la CECA, Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, nel 1951.

Ma fu proprio la Thatcher, dal 1980 in poi, a premere sulla UE per “avere i nostri soldi indietro”, ritenendo gli accordi tra Londra e Bruxelles troppo inutilmente onerosi per il suo Paese.
Nel suo discorso di Bruges del 1988, il Premier conservatore si espresse chiaramente contro “un superstato europeo che esercita il suo nuovo dominio da Bruxelles”.
Ecco il punto: gli inglesi non hanno mai voluto la trasformazione specificamente politica del “contratto” economico tra gli Stati europei, volevano e vogliono le mani libere nel quadro finanziario globale, intendono infine evitare gli effetti geopolitici dei legami economici e commerciali definiti a Bruxelles.

I britannici sono uno Stato, una grande Nazione, hanno bisogno di una autonomia globale che l’UE dirige, invece, secondo interessi velatamente franco-tedeschi che sono potenzialmente avversi a quelli di Londra. Non è la percezione dei dirigenti inglesi, è la verità, e comunque, in politica, la percezione vale come la realtà, se non di più.
Come nel Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare.

Con questa scelta, la Gran Bretagna, che ha ancora lo “spirito di dominanza imperiale di Lawrence d’Arabia”, come lo chiamava Francesco Cossiga, che pure era molto amico della Thatcher, tenta di giocare alcune carte che, pur nelle “nebbie del domani”, sono potenzialmente valide.
In primo luogo, ritorna alla ribalta il rapporto, anche economico, con gli Stati Uniti.

Quando, nel 1976, gli USA festeggiarono il bicentenario della loro indipendenza (dall’Inghilterra, peraltro) nel porto di New York arrivò un velista britannico che mostrava uno striscione con questa scritta: “tornate a casa, ragazzi, vi abbiamo perdonato”. Ecco, la Gran Bretagna si pensa ancora come un Impero, oggi un british empire della finanza e della tecnologia, ma comunque sempre un impero.

Per ridiventare, niccianamente, “quello che è”, Londra ha appunto bisogno di rivitalizzare la sua special relationship con gli Stati Uniti.

Fin dal 1958, è stato siglato un Mutual Defense Agreement tra Washington e Londra che riguarda i due arsenali nucleari, mentre nel 2010 l’Inghilterra ha avuto la possibilità, con un successivo trattato bilaterale con gli USA, di superare molti dei controlli e dei limiti posti dagli americani sulle loro tecnologie evolute di difesa, limiti imposti anche ai membri della NATO.
Londra è la seconda economia della sfera anglofona, la sesta più grande economia mondiale, il maggior partner commerciale degli USA, un membro del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, la più grande sede di basi militari americane all’estero e, soprattutto, lo hub finanziario globale che salva periodicamente le banche USA dalle loro crisi di insolvenza.

È chiaro che la Brexit, quindi, si risolve come un grande successo strategico degli Stati Uniti e delinea la fine di quel “terzo polo” tra Est e Ovest che, talvolta, la UE ha sognato di essere.
L’area del dollaro non ha mai amato l’Euro, anzi lo ha combattuto duramente.

Per gli americani, la moneta unica europea era ed è un forte concorrente, una minaccia per il loro ruolo di egemonia finanziaria mondiale, un folle “sogno napoleonico”.
L’idea, poi, di condurre l’Euro ad una parità spesso forzosa con il Dollaro USA ha rovinato l’export EU, destinandolo ad essere veicolato da una moneta troppo “alta” che restringeva i mercati finali.
Per non parlare poi delle tante tentazioni generate dall’Euro nei mercati mondiali delle materie prime: è vero che, tra le tante altre valutazioni, gli USA attaccarono Saddam Husseyn per la sua scelta ancora segreta di trattare gran parte dei suoi petroli in Euro.
È peraltro anche vero che, nei momenti di maggiore tensione internazionale, l’Iran ha trattato in Euro parte dei suoi petroli, soprattutto nelle “borse” presenti a Kish e nelle altre isole del Golfo Persico.

In ogni caso, gli effetti della Brexit aumentano la volatilità della Sterlina contro il dollaro, con uno spread di circa il 15% rispetto ai valori pre-referendum.
Squilibri degli analisti finanziari che, ormai, sono soprattutto dei troll, degli automatismi informatici.
E, certamente, l’Inghilterra non avrà un trattamento di favore da parte degli Usa nel contesto della trattativa sul TTIP.
Barack Obama ha detto esplicitamente che Londra, se abbandona la UE, si troverà “in fondo alla coda” e avrà lo stesso trattamento e le stesse barriere all’entrata di paesi come la Cina, il Brasile o l’India.
Però ora Barack se ne va, e Trump, se arriverà alla Presidenza, avrà tutto l’interesse a separare i concorrenti europei e a favorirli contro le pratiche aggressive di Paesi come la Cina e, in futuro, l’India.
Anche la Clinton non potrà non utilizzare questo leverage offerto dalla Gran Bretagna per la trattativa TTIP.
Si tratta, con il TTIP inglese, di una scommessa sul futuro che, però, l’Inghilterra potrebbe vincere, puntando sulla sua grande forza finanziaria.
Il commercio bilaterale tra Washington e Londra è rilevantissimo: l’America è la prima destinazione delle esportazioni britanniche, e gli Usa sono il terzo generatore di importazioni per Londra, dopo la Germania e la Cina.

Tra di loro, America del Nord e Gran Bretagna sono i maggiori investitori esteri.
Una situazione che, pure con la scontentezza Usa per la Brexit, non può cambiare da un momento all’altro.
Il governo di Londra ha poi affermato che il TTIP potrebbe fornire un surplus per l’economia inglese di circa 10 miliardi di sterline l’anno.
C’è da recuperare in gran parte il costo della Brexit, e da ricostruire un nesso strategico e militare con Washington che Londra vede come unico argine a due pericoli strutturali della UE e della NATO: la debolezza decisionale di Bruxelles nel quadrante mediorientale e la esplicita polemica tedesca, che sta montando in questi mesi, contro la postura antirussa dell’Alleanza Atlantica.
Due cose che Londra non vuole assolutamente: la ripresa di una autonomia geopolitica di Berlino, che tende all’Eurasia, e la debolezza strutturale dell’EU nei confronti delle tensioni in Medio Oriente.

Per l’Inghilterra, la Germania è sempre quella della vecchia definizione di Lord Ismay, segretario della NATO dal 1952 al 1957: “la nostra è una alleanza per tenere gli americani dentro, i sovietici fuori e i tedeschi sotto”.
Londra non vuole lo scambio strategico e economico tra Parigi e Berlino, in cui i tedeschi comprano titoli di Stato francesi a man bassa e, in cambio, hanno diritto ad una “protezione allargata” del nucleare militare di Parigi.

Londra non vuole nemmeno un Euro che, da “marco rivestito”, penetra nelle zone di maggiore espansione dell’export britannico.
Peraltro, la Gran Bretagna, vista l’inanità strategica della UE, teme per i suoi corridoi da e verso il suo Commonwealth asiatico.
La Federazione Russa, con le sue operazioni in Crimea e in Ucraina, blocca e deforma la linea diretta tra Londra e Nuova Delhi, oltre a modificare gli equilibri di potenza nell’Asia centrale, dove Londra ha ancora forti interessi.

Gli inglesi sono andati in Afghanistan con l’operazione Usa Enduring Freedom, dal 2001 ad oggi, non solo per una semplice “fedeltà atlantica”, come altri Paesi (fra cui il nostro) ma per permettersi ancora quella agibilità strategica regionale che per loro è essenziale, per tenere il Nord dell’India, i Paesi centrali asiatici, le rotte che partono dal Sud della Cina.
Chi pensa globalmente, come i decisori di quello che fu un grande impero, non smette di farlo da un momento all’altro.

Gli errori della UE sono, purtroppo, noti a tutti: una moneta artificialmente sopravvalutata, forse per fare concorrenza al dollaro, uno scollegamento folle tra politica estera e economia comunitaria, l’idea di controllare contemporaneamente 29 Paesi che sono tutti in concorrenza tra loro, con diversi sistemi fiscali e differenti meccanismi di spesa pubblica, per non parlare di autonomi, e contrastanti, mercati dei titoli di debito pubblico.

L’UE potrebbe riformarsi, certamente, instaurando presso la BCE un mercato unitario dei titoli pubblici, magari gestiti (e non calmierati) con l’emissione di un “titolo europeo di debito”.
Che la Germania non vuole, et pour cause.

L’Unione potrebbe, inoltre, far elaborare dai vari Stati membri un piano delle esportazioni, per proteggere analiticamente quella o questa merce, senza le pericolosissime (anche per noi) generalizzazioni.
Dalla cioccolata al vino, fino alla esilarante teorica dell’”idraulico polacco”, l’Italia finora ha perso e ha quindi pagato nell’export i suoi errori di “scarso carattere” in Europa.
L’idraulico polacco, lo ricordo qui, doveva venire a lavorare in UE con le sue tariffe di Cracovia. Soltanto che il costo della vita nella cittadina polacca è ben diverso da quello al centro di Monaco di Baviera.

Liberalismo astratto, da cattivo manuale di macroeconomia, misto ad un protezionismo arcaico, ecco cos’è stata, spesso, la UE.
Si tratta allora, per dirla, con de Gaulle, altro grande “euroscettico”, di tornare ad una Europa delle Nazioni e degli Stati dove si decide in comune solo ciò che è già in comune e non potrebbe essere diversamente.

Ovvero, la protezione continentale dagli shock asimmetrici, la penetrazione selettiva di nuovi mercati esteri, la liberalizzazione interna dei beni e dei servizi.
L’idea di far fare alla UE il controllore dei bilanci pubblici dei Paesi membri, con regole astratte e cogenti, è foriera o di una serie di eccezioni che inibiscono la norma, o di una lotta economica coperta dei paesi ricchi UE contro quelli poveri.
Si è visto in Grecia, lo si potrebbe vedere in Italia e in Spagna.

Inoltre, la UE ha preteso di fare “politica estera, di sicurezza e di difesa” comune, con l’obbligo di “mettere a disposizione della UE le loro capacità civili e militari”.
In accordo con la NATO? Dov’è la catena di comando di questo esercito a 29, chi ne elabora i piani, chi stabilisce gli obiettivi?
Il tutto per missioni di stabilizzazione, umanitarie, di prevenzione die conflitti, disarmo o consulenza e assistenza militare.

E l’ONU cosa ci sta a fare, pur con tutti i suoi limiti?
Insomma, da una certa fase in poi, che potremmo identificare con la crisi del 2001, l’Unione Europea ha creduto di essere quello che non era e non era pensata per essere.
In fondo, non aveva tutti i torti nemmeno il vecchio dissidente antisovietico Vladimir Bukovskij, quando paragonava l’Unione Europea, dalla sua nuova patria inglese, alla vecchia URSS.
Se, quindi, l’UE saprà riformarsi anche sul piano finanziario interno, oltre che organizzativo, potrà continuare a vendere la sua merce: la protezione contro gli shock asimmetrici, una moneta forte e diffusa nel mondo, un mercato interno libero.

Se, invece, proseguirà nel suo sogno napoleonico di “unire l’Europa” si troverà a dover sostenere, per parafrasare Che Guevara, “una, cento, mille Brexit”.
Peraltro, non si tratta qui di volere, come fanno i politici italiani, “più elasticità di bilancio” in cambio di riforme astratte che, magari valgono per la demografia finlandese e non per quella fiamminga.

Il problema è un altro: poter fare bilanci autonomi per poi verificarne gli effetti nell’arco di due anni, senza imposizioni preventive.
Insomma, una UE più modesta sopravviverà benissimo, anche alla Brexit.

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