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Papa Francesco in Armenia pregherà per le vittime del genocidio

Papa Francesco in Armenia, da venerdì 24 a domenica 26 giugno 2016, nel ricordo del genocidio armeno, riconosciuto ormai da una trentina di Paesi.

Papa Francesco in Armenia, da venerdì 24 a domenica 26 giugno 2016, nel ricordo del genocidio armeno, riconosciuto ormai da una trentina di Paesi. Francesco è invitato da Karekin II, «Catholicos» degli armeni, dalle autorità civili e dalla Chiesa cattolica. E dal 30 settembre al 2 ottobre 2016 visiterà Georgia e Azerbajgian.

Quella armena è una Chiesa antichissima: la prima testimonianza risale al I secolo grazie alla predizione di Bartolomeo e Taddeo, due dei dodici apostoli. L’Armenia è la prima Nazione ad adottare il Cristianesimo: il re Tiridate III, convertito e battezzato, nel 301 dichiara il Cristianesimo «religione di Stato» che per l’Occidente farà Costantino nel 313 con l’«editto di Milano».

L’Impero Ottomano realizza una coabitazione pacifica tra i musulmani e i non musulmani: i cristiani sono considerati di «serie B» ma sono protetti dall’Islam in quanto «gente del libro» e monoteisti. Presso la Sublime Porta le minoranze religiose sono protette dalle potenze europee: la Francia tutela i cattolici, la Russia gli ortodossi, la Gran Bretagna i protestanti, gli Stati Uniti gli ebrei. La coabitazione regge fino a quando esplode il nazionalismo.

Il movimento nazionalista dei Giovani Turchi sostiene un patriottismo turco e islamico, soffoca i non musulmani, vede negli armeni dei pericolosi nemici. Alla vigilia della pri­ma guerra mondiale le potenze europee ritirano il personale diplomatico. I Giovani Turchi nell’aprile-maggio 1915 lanciano la pulizia etnica contro gli armeni: conversioni forzate al­l’Islam, deportazioni, uccisioni, torture, maltrattamenti. Oltre un milione e mezzo sono costretti nelle «marce della morte» e centinaia di migliaia muoiono di fame, malattia, sfinimento. Sovrintendono gli ufficiali tedeschi: è la «prova generale» della deportazione nazifascista degli ebrei durante la seconda guerra mondiale.

Terrificante il racconto del Patriarca «Catholicos» armeno Terzian in una lettera a Roma il 20 dicembre 1918: «I massacri non sono limitati in tale o tale località o provincia ma prendono in pre­testo le esigenze militari. Quest’atto del governo turco è organizzato con abilità diabolica per lo sterminio totale degli armeni, cominciando dai sacerdoti e vesco­vi. Prima attaccano gli ecclesiastici, poi il popolo senza distinzione tra colpevoli e innocenti: mandano tutti in Paesi lontani. Nel viaggio separano i sacerdoti dal popolo e gli uomini dalle donne. Fuori della città e dei villaggi aspettano i kurdi, i musulmani, briganti, organizzati e pronti per spogliare e ammazzare con i fucili, i bastoni, le scuri. Le donne e le figlie sono scelte alla loro voglia. Grida strazianti si alzano al cielo da quelle vastissime pianure, diventate un immenso cimitero di armeni».

Un bilancio tragico: centinaia di migliaia di morti e deportati; su 156 chiese e cappelle solo 20 risparmiate; delle 110 missioni se ne salvano 10; più della metà del clero è trucidato; 5 vescovi sono martirizzati, altri 3 muoiono di stenti; delle 15 diocesi solo 3 non sono distrutte. Prosegue il Patriarca: «Abbiamo sentito e pianto le numerose de­fezioni, ma siamo consolati che vescovi e sacerdoti hanno disposto i fedeli alla morte da martiri; hanno dato l’assoluzione generale, hanno consacrato il pane e l’hanno distribuito a tutti come viatico. Mons. Andrea Celebian, ve­scovo di Diarbekir, è stato sepolto vivo in un pozzo fino al petto e fucilato; mons. Ignazio Maloyan, arcivescovo di Mardin, è stato fucilato con i suoi sacerdoti fuori della città; mons. Michele Khaciadurian, ve­scovo di Malatia, è stato spogliato e inchiodato alle mani e piedi nel carcere, così anche i suoi sacerdoti».

A Roma Benedetto XV (1914-1922) e il segretario di Stato cardinale Pietro Gasparri, ben consapevoli dell’immane tragedia, dettano la regola aurea a cui si ispira da oltre un secolo l’azione della Santa Sede nei conflitti: aiutare tutti senza distinzione tra cattolici, ortodossi, protestanti, ebrei, musulmani.

Il Papa il 10 settembre 1915 scrive al sultano Mehmet V, capo dell’Impero Ottomano. Si dice convinto «che gli eccessi avvengono contro il volere del governo di Vostra Maestà»; chiede al sultano di intervenire a difesa del popolo armeno «il quale, per la reli­gione che professa, è spinto a mantenere fedele sudditanza verso la Maestà Vostra»; sollecita la punizione degli «armeni traditori o colpevoli di altri delitti ma non permetta Vostra Maestà, nell’altissimo suo senti­mento di giustizia, che nel castigo siano travolti gli innocenti». Ma il sultano, ostaggio dei Giovani Turchi, giustifica il genocidio.

Gasparri incoraggia i nunzi perché «con ogni delicatezza ma anche con grande energia» facciano presente ai governi che le leggi dell’umanità e della ci­viltà impongono un intervento per «far cessare la barbarie che disonora non solo chi la commette, ma anche chi, potendolo, non li impedisce».

Benedetto XV inventa la «diplomazia del soccorso» e mobilita la Santa Sede, i vescovi, il laicato e le comunità cattoliche. Una grandiosa organizzazione si oc­cupa dei combattenti: raccolta e trasmissione di notizie sui militari caduti, prigionieri, feriti; agevolazioni per il rimpatrio degli inabili; protezione dei detenuti nei campi di internamento; soccorsi alle popolazioni civili; invio di aiuti finanziari, vestiario e vettova­glie. Lo stesso avverrà con Pio XII e mons. Giovanni Battista Montini nella seconda guerra mondiale.

Scrive lo storico John F. Pollard in «Il Papa sconosciuto. Benedetto XV e la ricerca della pace» (2001): «Le sue opere di sostegno umanitario furono innumerevoli. Spese circa 82 milioni di lire, portando il Vaticano quasi alla bancarotta». Lo storico laicista e anticlericale Carlo Falconi ne «I Papi del ventesimo secolo» (1967) definisce quello di Benedetto XV «il più misconosciuto dei pontificati del secolo. Se c’è un pontificato che ha preparato e preannunciato il miracolo di Giovanni XXIII, il florido e raggiante contadino bergamasco, questo è quello di Giacomo della Chiesa, il fragile e contorto aristocratico genovese».

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