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Brexit, il bicchiere mezzo pieno

È sicuro il disastro economico che si prefigge con l’uscita del Regno Unito dall’Europa?

Ci sono degli aspetti che sono stati valutati poco che coinvolgono sia le istituzioni europee e la bilancia commerciale Italiana.

Paul de Grauwe, professore alla London School of Economics, scriveva a Febbraio scorso su “Ivory Tower” che qualora i sostenitori della Brexit fossero sconfitti ciò non basterebbe a fermare l’ostilità dei Britannici nei confronti dell’Europa né conterranno le loro ambizioni di ridare al Regno Unito la piena sovranità. I fautori dell’uscita dall’Europa modificheranno la loro strategia per ottenere la restituzione dei poteri a Londra e ne adotteranno una volta a lavorare dall’interno per minare l’Unione. Sarà una strategia mirata a ridurre le decisioni a maggioranza per sostituirle con un approccio intergovernativo. Paul de Grauwe conclude che “non è nell’interesse della UE mantenere il paese nell’Unione che continuerà a essere ostile a “l’acquis communautaire” e che seguirà strategie per minarla ulteriormente. [….] Sarà meglio per l’Unione europea che il fronte della Brexit vinca il referendum. Quando la Gran Bretagna sarà fuori dalla UE non sarà più in grado di minare la coesione dell’UE. L’Unione europea uscirà più forte.

La Gran Bretagna sarà indebolita e dovrà bussare alla porta dell’UE per avviare i negoziati per un accordo commerciale. Nel processo avrà perso la sua moneta di scambio. L’Unione europea sarà in grado di imporre un accordo commerciale che non sarà molto diverso da quello che il Regno Unito ha oggi come un membro della UE. Allo stesso tempo, avrà ridotto il potere di un paese la cui ambizione è di minare la coesione dell’Unione.” Insomma de Grauwe vede un’opportunità nell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea e ne prospetta un processo di integrazione più rapido ed efficace. Ma questa opportunità dovrà fare i conti in ogni caso con le altre forze populiste europee che prenderanno esempio da Londra.

Cosa succederà invece per la nostra bilancia commerciale?
Un interessante studio è stato fatto da Andrea Goldstein di Nomisma. Lo studio rileva che il Regno Unito assorbe circa un decimo delle esportazioni europee, l’Italia si attesta sul 5,2% rispetto il 12,6% della Germania. È un mercato non trascurabile per il prodotto italiano, ”il saldo commerciale di quasi 12 miliardi di euro è secondo solo a quello con gli Stati Uniti (quasi 22) e rappresenta lo 0,8 per cento del Pil” Goldstein continua dicendo che “con l’uscita tornerebbero alcune barriere tariffarie e non-tariffarie al commercio e alla mobilità del lavoro, riducendo quindi il vantaggio comparato conferito dal mercato unico inoltre subiremo la concorrenza diretta dei paesi non comunitari”.
Dobbiamo tenere in considerazione però che ci sono dei prodotti di tradizione Made in Italy (il settore del fashion, arredo e agroalimentare) che difficilmente potranno subire la concorrenza degli altri paesi extra EU questi tre settori, insieme hanno rappresentato il 33% dell’export di Gennaio-Febbraio 2016. Goldstein conclude dicendo che “per gli altri settori invece, investire nel Regno Unito potrebbe diventare più interessante se l’ambiente economico diventasse più liberale a seguito della rimozione di determinata legislazione comunitaria. E la sterlina potrebbe indebolirsi, agevolando l’acquisto di attività britanniche”.

A fronte di tutto questo potremmo dunque inquadrare la Brexit come un cambiamento di scenario abbastanza certo per la Gran Bretagna ma poco prevedibile per l’Europa e per l’Italia; non esclusivamente negativo come la comunicazione dei mass media sta diffondendo. Un cambiamento ci sarà ma starà alla classe dirigente italiana ed Europea cavalcare la situazione e coglierne gli aspetti positivi.
Un bicchiere mezzo pieno dunque.

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