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Grande Guerra pillola 82, Jutland: l’ennesima occasione mancata fotogallery

Nella gigantesca partita a scacchi in alto mare, non ebbero alcun ruolo tanto l’aviazione quanto i sottomarini, nonostante che entrambi i contendenti ne avessero pianificato l’utilizzo: in definitiva, lo Jutland fu una battaglia navale di impostazione ottocentesca, combattuta con i mezzi moderni.

Nella guerra moderna, come si è ribadito più volte, la capacità di osservare le mosse del nemico ha assunto un ruolo sempre più preminente: quello che, sui campi di battaglia della prima guerra mondiale, era rappresentato da osservatori dominanti, Draken, ricognizione aerea, su scala enormemente più vasta venne strettamente collegato alle operazioni di intelligence.

In questa guerra apparentemente incruenta, ma che, in realtà, causò più vittime delle mitragliatrici e degli obici, il settore decisamente più importante ed appetibile era quello della marina: i messaggi cifrati indicavano in anticipo le mosse dell’avversario, la sua uscita dai porti, i suoi obiettivi e, in un conflitto in cui la sorpresa e la velocità erano tutto, la loro decifrazione significava la differenza tra la vittoria e la sconfitta.
E’, d’altronde, noto che la maggior parte delle catastrofiche disfatte della marina militare italiana nel secondo conflitto mondiale dipesero proprio da falle nel sistema di controspionaggio, quando non da aperto tradimento da parte dei vertici di Supermarina.

Le navi, già durante la Grande Guerra, comunicavano via radio: anzi, proprio sulle navi potevano essere agevolmente installate le enormi postazioni radio dell’epoca: quindi, l’intercettazione e la decodificazione dei messaggi aveva una grande valenza non solo strategica, ma anche tattica, nell’immediatezza di uno scontro tra navi da battaglia. Diventava vitale, dunque, conoscere i codici ed i cifrari dell’avversario: la serratura e la chiave delle loro comunicazioni segrete, per così dire.

La Gran Bretagna poteva contare sulla celebre “40 Room”, in cui un gruppo di eccellenti matematici ed enigmisti lavorava indefessamente a queste decifrazioni: la loro ottima prestazione fu una delle ragioni del prevalere britannico nel colossale braccio di ferro con la Hochseeflotte germanica. Il comandante della flotta d’alto mare tedesca, Scheer, era convinto che i propri codici fossero inespugnabili e, basandosi su questa sua convinzione, decise di continuare con la strategia degli attacchi rapidi alle coste britanniche, certo dell’impossibilità della Grand Fleet di intercettare in tempo le sue incursioni.

Alla fine di maggio, Scheer lasciò le proprie basi con tutta la sua poderosa flotta, sicuro di trovarsi, grazie all’elemento sorpresa, in netta superiorità numerica nei confronti dell’unica squadra inglese in grado di intervenire tempestivamente, ossia quella degli incrociatori da battaglia di Beattle, che avevano la propria base nel Forth, Scozia del sud. Si trattava di una trappola tedesca, che si sarebbe trasformata, proprio in virtù del lavoro di intelligence, in una contro-trappola inglese: infatti, preavvisato dalle informazioni che venivano dalla “40 Room”, il comandante in capo britannico, Jellicoe, aveva fatto uscire da Scapa Flow la sua intera flotta, contemporaneamente alla partenza delle navi germaniche, per attenderle al varco. Entrambe le grandi flotte avanzavano in identica formazione, con all’avanguardia le rispettive squadre di incrociatori, con il ruolo di perlustrazione e scorta avanzata, e fu proprio tra le due opposte formazioni di punta che iniziò la prima fase della più grande battaglia navale della prima guerra mondiale.

Il 31 maggio 1916, gli incrociatori di Beatty avvistarono quelli del suo omologo tedesco, Hipper, e li inseguirono verso sud, dove si trovava il grosso della flotta germanica. L’apparizione delle navi di Beatty era prevista e, in un certo senso, auspicata dai tedeschi, che virarono verso nord per intercettarle, infilandosi nella trappola inglese. I comandanti germanici, infatti, erano convinti che la battaglia si sarebbe conclusa dopo la distruzione, da parte delle loro corazzate, della squadra di Beatty (due incrociatori da battaglia britannici erano, a quel punto, già stati affondati): insomma, uno scontro interlocutorio provocato ad arte e finito in loro favore. Proprio allora, invece, scoprirono di trovarsi sotto il tiro dei cannoni dell’intera Grand Fleet, che era creduta lontanissima e, invece, li attaccava.

Ben presto, sotto il peso delle bordate inglesi, Scheer dovette ordinare il ripiegamento alle proprie navi, che manovrarono in modo da passare dietro la formazione avversaria, invertendo la rotta e mettendo la prua verso i sicuri porti del Baltico. Jellicoe, però, aveva ordinato alle proprie navi di rallentare (comunicando con le bandierine ed i segnalatori, per evitare di essere a sua volta intercettato e decifrato), in modo che la Hochseeflotte sfilasse proprio davanti alle sue corazzate. In soli dieci minuti di fuoco, le navi britanniche misero a segno 27 colpi di massimo calibro, contro soltanto 2 dei loro avversari: questa tempesta di proiettili costrinse Scheer ad ordinare una nuova manovra di sganciamento: nell’oscurità notturna, mentre i cannoni continuavano a cercare le proprie prede, le navi germaniche navigarono a tutto vapore verso sudest, coperte da un velo di incrociatori leggeri.
Jellicoe esitò prima di lanciarsi all’inseguimento, probabilmente preoccupato dalla possibilità di perdere le sue preziose corazzate per colpa dei siluri di cui erano dotate le piccole ed agili navi della retroguardia avversaria, e perse così una grande occasione di trasformare un successo tattico in una grande vittoria strategica.

Alla fine, la grande battaglia aveva partorito un topolino: lo scontro dello Jutland era costato ai britannici 3 incrociatori da battaglia, 4 incrociatori corazzati ed 8 cacciatorpediniere. Alla flotta di Scheer, la battaglia, che avrebbe potuto costare molto più cara, fece perdere 1 incrociatore da battaglia, 1 corazzata pre-Dreadnought, 4 incrociatori leggeri e 5 cacciatorpediniere, anche se va detto che moltissime navi da guerra germaniche, pur riuscendo a rientrare nei propri porti, avevano subito danni assai gravi. Dopo la battaglia, entrambi i contendenti parlarono di una propria vittoria, ma fu Guglielmo II che, più di tutti, celebrò lo Jutland come un trionfo tedesco: in Gran Bretagna, invece, la notizia del risultato finale della battaglia fu accolta piuttosto freddamente e non senza qualche polemica, dato che tutti, visti i presupposti, si sarebbero aspettati una sorta di seconda Trafalgar.

Tuttavia, benché la battaglia dello Jutland abbia inciso ben poco sul potenziale navale dei due contendenti, è indubbio che il suo risultato abbia decisamente favorito la Gran Bretagna: da quel momento in poi, la flotta d’alto mare germanica non sarebbe più uscita dalle proprie basi per affrontare quella avversaria: e, all’atto pratico, una flotta che rimane nei porti equivale ad una flotta distrutta, sul piano del suo impatto in un conflitto. Insomma, quello dello Jutland fu uno scontro, tutto sommato, modesto nel conto delle perdite, ma essenziale nell’economia della prima guerra mondiale, perché rappresentò uno spauracchio che annichilì decisamente le velleità combattive della preziosa flotta del Kaiser. Che era addirittura ossessionato dall’idea di poterla perdere in battaglia.

A questo va aggiunto anche che, in questo gigantesca partita a scacchi in alto mare, non ebbero alcun ruolo tanto l’aviazione quanto i sottomarini, nonostante che entrambi i contendenti ne avessero pianificato l’utilizzo: in definitiva, lo Jutland fu una battaglia navale di impostazione ottocentesca, combattuta con i mezzi moderni. Anche sul mare si era realizzato quel gap tra tecnologia e dottrina militare che aveva dato prove così negative sui fronti terrestri. Ci sarebbero voluti ventisei anni perché gli aeroplani, col loro potenziale enorme, avessero un ruolo decisivo in uno scontro navale, quando i bombardieri ed i siluranti americani, partiti da navi portaerei, a Midway, affondarono le navi di Nagumo, e le speranze giapponesi di vincere la guerra nel Pacifico. Ma, nel 1916, questo scenario era semplicemente fantascientifico: ci si affidava ancora al calibro dei cannoni, allo spessore delle corazze e alla velocità di crociera. Eppure, anche se nessuno lo poteva immaginare, quei poderosi mostri d’acciaio, erano come moderni dinosauri, che di lì a poco si sarebbero estinti.

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