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Miracoli di bontà della Prima Guerra Mondiale

Durante la prima guerra mondiale (1914-1918) non ci furono solo le terribili carneficine - come la «battaglia della Marna» che fece strage di 500 mila uomini o la «battaglia di Verdun» che provocò la morte di oltre 700 mila uomini – ma ci furono autentici miracoli.

Durante la prima guerra mondiale (1914-1918) non ci furono solo le terribili carneficine – come la «battaglia della Marna» (6-12 settembre 1914) che fece strage di 500 mila uomini o la «battaglia di Verdun» (21 febbraio-15 dicembre 1916) che provocò la morte di oltre 700 mila uomini – ma ci furono autentici miracoli.

E non solo quelli documentati dagli ex-voto in numerosissimi santuari mariani delle campagne e delle città di tutta Italia che hanno la loro «Galleria delle grazie» e con i loro quadretti e la scritta «PGR per grazia ricevuta». Ma altri miracoli altrettanto reali.

Alcuni sono stati ricordati da due articoli sul notiziario della parrocchia di Santa Lucia a Bergamo.

Nel dicembre 1914 a Ypres nelle Fiandre sul fronte occidentale al confine tra Francia e Belgio si fronteggiano soldati tedeschi e inglesi. A causa della pioggia continua nelle trincee gli uomini sono sepolti nel fango. Si impiegano armi micidiali: mitragliatrici, carri armati, cannoni, aerei. E la terribile iprite, utilizzata per la prima volta in Belgio, proprio nel settore di Ypres – da qui il nome – il 12 luglio 1917.

A Ypres, alla vigilia del primo Natale di guerra, quello del 1914, la pioggia finalmente cessa e appare la luna. Sui parapetti delle trincee tedesche compaiono tante piccole luci e i soldati germanici cominciano a cantare «Stille Nacht». A poca distanza gli inglesi applaudono e rispondono con un altro canto di Natale. I tedeschi cantano «O tannenbaum, o tannenbaum». Poi inglesi e tedeschi cantano insieme in latino «Adeste, fideles».

All’alba sulle trincee germaniche compaiono cartelli con la scritta «Buon Natale, inglesi. Voi non sparate, noi non spariamo». L’invito è accolto con entusiasmo.

Qualche soldato saluta verso le linee nemiche. I più coraggiosi escono dalle trincee, agitano fazzoletti bianchi, e nelle mani portano piccoli regali per i «nemici». Ben presto soldati, sottufficiali e ufficiali degli opposti schieramenti escono dalle trincee, si incontrano nella «terra di nessuno» e si scambiano piccoli doni: the e caffè, carne in scatola e salsicce, sigari e sigarette, cioccolata e marmellata, bevande, vino, whisky, bottoni, berretti, insegne delle divise; c’è chi mostra la foto della famiglia o dei figli.

Nonostante la babele delle lingue, comunicano a gesti, capiscono e fraternizzano. Si stabilisce così una tregua spontanea e si decide di raccogliere e seppellire i commilitoni che giacciono nella «terra di nessuno». Vengono organizzate funzioni religiose comuni e anche una partita di calcio con un pallone fatto di stracci legati e con i barattoli vuoti delle razioni militari. Un soldato scrive a casa: «Non dimenticherò questo strano e unico giorno di Natale per niente al mondo».

Un vero miracolo, dunque. Ma nessuno si illude. Il generale inglese Walter Congreve scrive alla moglie: «Uno dei miei ha fumato un sigaro con il miglior cecchino dell’esercito tedesco, non più che diciottenne. Dicono che ha ucciso più uomini di tutti, ma ora lo uccideremo noi».

Papa Benedetto XV aveva vanamente chiesto che «i cannoni potessero tacere almeno nella notte in cui gli angeli cantano». E il 1° agosto 1917 manda una «Nota ai capi dei popoli belligeranti. Dès le début» nella quale definisce la guerra una inutile strage: “La lutte terrible, qui apparaît de plus en plus comme un massacre inutile” e parla di «follia e suicidio dell’Europa».

La tregua si estende ad altre zone del fronte occidentale franco-belga coinvolgendo anche i soldati francesi, o solo il giorno di Natale o fino a Capodanno, a seconda dei settori. Poi, inesorabilmente, si torna a sparare. Gli alti comandi di entrambi gli schieramenti, venuti a sapere della tregua natalizia, si preoccupano che quella spontanea e improvvisa fraternità metta in crisi la politica bellicista e le strategie militari, con il rischio di compromettere gli obiettivi della guerra. Gli alti comandi corrono ai ripari: minacciano di accusare di «tradimento» i soldati che fraternizzano con il nemico; avviano il ricambio delle truppe in quella parte del fronte per evitare che quei militari si trovino davanti i soldati nemici che avevano conosciuto; impongono una ferrea censura; negano l’accaduto. Tutto per impedire che la gente rifletta sull’assurdità della guerra.

I giornali, venuti a conoscenza dei fatti, si impongono l’autocensura, rotta dall’americano «New York Times» e dall’inglese «Daily Mirror». Compaiono anche fotografie e disegni dei protagonisti dell’evento.

Durante la prima guerra mondiale ci furono altri tentativi di tregue spontanee.

Nel dicembre 1915 gli alti comandi delle due parti emettono ordini per impedire ogni tentativo di sospensione della battaglia. Ma alcuni episodi di fraternizzazione avvengono negli anni seguenti, mai però della portata del «miracolo» del Natale 1914.

Per esempio nel 1915 nella regione dei Vosgi c’è una tregua tra soldati tedeschi e francesi che – come racconta Richard Schirrmann, insegnante tedesco arruolato e testimone – «si visitarono gli uni con gli altri attraverso dei tunnel in disuso e scambiarono vino, cognac e sigarette con pane nero vestfaliano, biscotti e prosciutto, rimanendo buoni amici anche dopo che il Natale ebbe termine». A guerra finita Schirrmann, ideatore nel 1912 del primo ostello per la gioventù, si convince che «ai premurosi giovani di tutti i Paesi debbano essere forniti luoghi d’incontro adatti dove conoscersi gli uni con gli altri». Nel 1919 fonda l’Associazione tedesca degli ostelli della gioventù.

Un altro «miracolo» accade sul Carso dove si fronteggiano i battaglioni di fanteria e dove i protagonisti sono anonimi bergamaschi. Gli austriaci usano i gas. I soldati italiani non sono tutti forniti di adeguate maschere antigas e in vari distaccamenti la situazione è drammatica.

Un manipolo di soldati bergamaschi, comandati da un tenente di 25 anni, si trova esposto ai gas. Si contano e scoprono che c’è c’era una maschera in meno: questo significa morte sicura per il soldato sprovvisto. E quel soldato, sposato con tre figli piccoli, spinto dalla disperazione, corre dal tenente di Romano di Lombardia: «Siur tenent, go a cà tri scetì, come foi? Signor tenente, ho a casa tre bambini piccoli. Come faccio?». L’ufficiale non ci pensa un attimo: si toglie la maschera e la dà al soldato. Così vede in faccia la morte che arriva e che si porta via la sua gioventù, i suoi sogni, la sua vita.

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