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Italcementi e delocalizzazione dei lavoratori: una novità il sì dei sindacati

Fabio Savelli per il Corriere della Sera analizza il futuro dei dipendenti di Bergamo dell'Italcementi con uno sguardo che si sofferma sulle novità dell'ipotesi di accordo, in particolare la delocalizzazione dei lavoratori.

Fabio Savelli per il Corriere della Sera analizza il futuro dei dipendenti di Bergamo dell’Italcementi con uno sguardo che si sofferma sulle novità dell’ipotesi di accordo, in particolare la delocalizzazione dei lavoratori.

Dalla delocalizzazione delle aziende a quella del lavoratore. Se il lavoro fugge altrove perché non immaginare che anche il dipendente possa trasferirsi all’estero opportunamente formato?

Elena ha 38 anni. Ha appena prenotato un corso di un mese di lingua tedesca all’università di Heidelberg, vicino Francoforte. Lo svolgerà ad agosto. Costo: 600 euro, comprensivo di vitto e alloggio. Finora si è occupata del controllo di gestione in Italcementi.

Marco ha un anno in più. Diploma di geometra, ha lavorato in Italcementi negli ultimi dieci anni. Si è sempre occupato della costruzione di nuovi impianti che il gruppo della famiglia Pesenti (ora ceduto al colosso tedesco Heidelberg) ha realizzato in diverse parti del mondo. Sogna di andare a vivere ad Istanbul. I nuovi «padroni» stanno per avviare la quinta «zona tecnica» in Turchia. Marco ha inviato la sua candidatura per più posizioni.

Ci sarebbe una corsia preferenziale per quelli come Elena e Marco, iscritti alle liste di mobilità. I colloqui sono appena partiti. Per il momento hanno interessato l’area dell’information technology. Gli annunci pubblicati nell’intranet aziendale sarebbero già 75, ma contano di toccare quota 172 per coprire la forza lavoro interessata da questo possibile esodo collettivo.

Le risposte dei dipendenti Italcementi sono già quattro volte tanto: 308. Nel centro direzionale di Bergamo, storico quartier generale, gli esuberi sono più di quattrocento. Colletti bianchi.

Il 20 maggio i vertici aziendali e quelli sindacali hanno firmato per la prima volta un’ipotesi di accordo che immagina una «delocalizzazione» dei lavoratori. Il piano dovrà avere l’ok dei lavoratori previo referendum, ma l’esperimento è sicuramente interessante.

Forzando un po’ la mano potremmo affermare che può diventare un caso pilota anche per la neonata Anpal, l’agenzia per le politiche attive guidata da Maurizio Del Conte. Qui le politiche attive hanno le sembianze dei corsi di formazione. Settemila euro l’ammontare complessivo, a cui sono da aggiungere gli investimenti da parte della nuova proprietà.

Poi c’è la parte degli incentivi all’uscita. L’impianto dell’accordo prevede un massimale di 56 mila euro per chi aderisce alla mobilità volontaria. Quarantaduemila euro una tantum, 2 mila euro come dote di inserimento a favore degli operatori del mercato del lavoro (leggi le agenzie) che realizzano un inserimento a tempo indeterminato. Infine 12 mila euro di dote assunzione a favore di un nuovo datore di lavoro che perfeziona un’assunzione in pianta stabile di un esubero Italcementi.

Commenti

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  1. Scritto da Pekko

    L’articolo è bellissimo ma fornisce un quadro completamente fasullo. Conosco le due persone citate e posso dire che non sono rappresentative degli impiegati di Italcementi. La maggioranza degli impiegati ha una situazione personale completamente differente dalla loro e il possibile (ma quanto possibile?) trasferimento all’estero comporterebbe notevoli e a volte insormontabili problemi. Diciamolo chiaramente, il grande successo del job posting è dato dalla disperazione per la mancanza di lavoro in Italia, alla faccia della tanto sbandierata ripresa economica. Andare in Germania o in altre parti del mondo potrebbe essere un’opportunità: sicuramente sarebbe un’odiosa imposizione, e come tutte le imposizioni, peserebbe tremendamente.
    Invito il giornalista Fabio Savelli, e chi ha riportato su Bgnews l’articolo del Corriere, a ritornare sul problema verso il 2020, alla fine della mobilità, per fare la conta. Quanti all’estero a lavorare per Heidelberg? Quanti ricollocati dall’azienda? Quanti a casa senza un lavoro?
    Alla domanda irritante e bucolica del giornalista che chiede “Se il lavoro fugge altrove perché non immaginare che anche il dipendente possa trasferirsi all’estero opportunamente formato?”, potrei replicare con la domanda “Perché non immaginare che un dipendente che lavora da 24 anni presso un’azienda, ha 53 anni e una famiglia radicata sul territorio, possa continuare la sua carriera lavorativa con più dignità nel paese dove è nato e cresciuto? Perché non immaginare che possa non essere lasciato a casa o, nel migliore dei casi, forzatamente ricollocato?”. So già la risposta, il lavoro “fugge altrove”. Però di certe domande, poste da chi non vive sulla propria pelle situazioni critiche e parla con leggerezza del destino degli altri, noi dipendenti faremmo volentieri a meno.