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La questione della Brexit e le sue conseguenze, non solo europee

Giancarlo Elia Valori, Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France. traccia un'analisi sulla possibile uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea.

I trasferimenti budgetari netti annuali della Gran Bretagna alla UE sono, oggi, di 13 miliardi di sterline.

L’Unione, da parte sua, inietta, in varie forme, 7 miliardi di Lire sterline nell’economia inglese ogni anno.

Se, quindi, Londra, con il Brexit, dovrà rinegoziare gli accordi commerciali con l’Unione Europea, dovrà simultaneamente rimodellare i suoi flussi commerciali anche con gli USA, il Giappone e la Cina. Per non parlare delle 60 nazioni del Commonwealth, che diventerebbero una nuova e immensa area di sostituzione per tutti quei settori economici nei quali l’UE ha maggiori difficoltà a favorire le imprese britanniche.

Si tratta di una grande trasformazione economica certo, ma anche di una rivoluzione strategica e geopolitica che, a Londra, molti stanno già analizzando.
Fra l’altro, oltre il 50% degli scambi commerciali inglesi attuali riguarda la UE; mentre gli equilibri commerciali con le altre nazioni si rifanno a trattati conclusi unicamente attraverso il frame, il quadro normativo europeo.

E non tutti i frame europei hanno favorito l’economia britannica. Come si possa poi immaginare una Unione di Paesi concorrenti tra di loro, con economie in gran parte sovrapponibili e in un contesto di espansione degli scambi internazionali, che usa una sola moneta (ma questo non è il caso di Londra) ma non ha una unica politica fiscale né mette in comune il debito pubblico, è un mistero doloroso.

Una eterna situazione da ladri di Pisa, litigiosi di giorno e attivi di notte. Ma, prima o poi, emergerà, come sempre accade nelle alleanze, un leader che crea una gerarchia.
Ecco, la Brexit è la dichiarazione, da parte di Londra, che essa non intende più accettare una UE a direzione tedesca.

La Gran Bretagna reagisce, quindi, ad una crisi della UE che è strutturale e ha fortissime radici geopolitiche e strategiche, oltre che meramente commerciali. L’idea di alcuni economisti britannici è infatti che riformulare i trattati con la stessa UE e, simultaneamente, con la Cina, la Federazione Russa, gli USA, nelle more del TTIP, sia più utile che lasciarsi andare ad una trattativa “di massa” tra la UE e queste aree commerciali esterne.

Una trattativa che favorirebbe inevitabilmente le economie continentali a scapito di quella britannica, che ha un’altra conformazione produttiva da quella, per esempio, tedesca o spagnola. Sul piano analitico, quindi i pro e i contro, il Brexit e il Bremain si equivalgono, e nessuno può valutare oggi il peso specifico di ogni scelta economica o politica. Rimanere nella EU significa, per Londra, evitare le barriere tariffarie e i costi di intermediazione commerciale che l’Unione ha abolito.

Uscire dal sistema europeo potrebbe essere quindi pericoloso. Ma, data la dimensione e l’importanza economica della Gran Bretagna, i sostenitori della Brexit pensano che sia sempre possibile trattare condizioni nuove e più favorevoli con la UE.

D’altra parte, fuori dall’Unione Londra potrà rinegoziare un nuovo sistema tariffario globale senza essere obbligata a subire le normative di Bruxelles.
Le nuove regole commerciali potrebbero certamente stimolare una ulteriore internazionalizzazione del sistema economico britannico, che avrebbe le porte aperte in Cina, in Giappone, a Mosca.

Il tutto mentre l’export globale della UE si restringe.

Con la Brexit, Londra potrebbe anche divertirsi a fare dumping nei mercati in crescita e a sostituire rapidamente le esportazioni di molti dei Paesi della UE, soprattutto di quelli più in crisi.

La Gran Bretagna, poi, paga di fatto 340 Sterline alla UE per ogni gruppo familiare, l’anno, mentre ne guadagna circa 3000, sempre per famiglia.

Se poi l’Inghilterra si ponesse fuori dalla Unione, non è che i costi medi diminuirebbero, perché ci sarebbero sempre dei meccanismi onerosi per l’accesso o al mercato europeo o agli altri sistemi geoeconomici.

Se invece Londra smettesse di fare trasferimenti alla UE, i 350 milioni di sterline alla settimana (la metà del budget scolastico inglese) che costa lo stare nelle regole di Bruxelles potrebbero essere spesi per creare nuove imprese e migliorare la formazione professionale e scientifica, un tema al quale Londra è particolarmente sensibile, come tutte le economie fortemente terziarizzate.
Inoltre, abbandonare la UE non significa affatto, come sostengono i nemici della Brexit, ridurre i flussi migratori verso l’Inghilterra ma, d’altro canto, Londra potrebbe rafforzare i controlli ai suoi confini evitando, come accade oggi, di differenziare l’immigrato che proviene dalla UE da quello che arriva da altri continenti.
Molti sostenitori della Brexit, poi, fanno notare che la Gran Bretagna conta ormai poco nell’Unione Europea e quindi è del tutto improbabile che questa situazione migliori, se gli elettori decideranno di rimanere nella UE.

Il Tesoro di Londra, duramente contrario all’uscita dall’Unione, fa notare poi che, a causa della Brexit, il PIL britannico potrebbe ridursi del 6% dal 2030, in caso di abbandono.
Non sappiamo come il Governo di Cameron abbia compiuto questi calcoli. Immaginiamo che si ipotizzi un aumento dei prezzi dei beni e dei servizi importati dalla UE, ma questo non è affatto detto.

Siamo in una fase di deflazione strutturale, e la concorrenza tra i membri della UE è tale che Londra potrebbe giocare tra un Paese e l’altro.
La rinegoziazione futura dei Trade Agreements, come sempre, porterà a favorire alcuni comparti e a sfavorire altri settori commerciali. Nessuno può prevedere, oggi, quali saranno le esportazioni di punta di Londra verso l’UE nei prossimi anni, e nemmeno la struttura dell’export europeo verso Londra.

Se quindi, ripete il Governo di Londra, avvenisse la Brexit, il PIL britannico diminuirebbe del 5%-6%.

E non si deve qui contare l’inevitabile espansione del commercio inglese nell’area del Commonwealth?
Anche in questo caso, non si possono fare previsioni razionali, tutto dipenderà dal meccanismo politico delle prossime trattative e da un contesto strategico e geoeconomico pieno di variabili più che di costanti.

Un contesto globale che, sia per quanto riguarda Londra che per quel che concerne la UE, è oggi in fase di rapidissima trasformazione. Imprevedibile. Non è poi affatto detto che la Sterlina, oggi al -5,6% sottovalutata oggirispetto al suo valore commerciale, debba rimanere sempre “bassa”, attirando capitali dall’estero.

Anzi, è probabile che, dopo la firma del TTIP tra Londra e Washington, vi sia un aumento della Sterlina a power purchasing parity e un parallelo aumento dell’Euro. Sempre tra i sostenitori della permanenza dell’Inghilterra nell’Unione, si riportano alcune valutazioni sui costi del Leave.

Aumenterebbero i costi dei trasporti (tra il 4 e il 7,5%) dato che gran parte dei mezzi utilizzati è prodotto in area UE.
Ma riattivare la grande industria britannica dell’automobile potrebbe diventare ragionevole, con un mercato ampio fuori dalla UE che chiede di essere motorizzato.
E si creerebbe una economia di sostituzione nei trasporti britannici che farebbe aumentare gli occupati.

Inoltre, i mezzi di trasporto hanno, come è ovvio, un rapido tempo di ammortamento, il che implica la diminuzione tendenziale, nel tempo, dei costi unitari. Aumenterebbero con la Brexit i prezzi degli alcoolici (sempre nella banda di oscillazione 4-7%) il che è certo una brutta notizia per tutti i frequentatori di pub. Ma quant’è la quota di importazioni di alcoli dalla UE, in Inghilterra?
I produttori e i mercanti british del settore ci dicono che stanno diminuendo stabilmente, dai 151 milioni circa di bottiglie del 2010 ai 142 milioni del 2014.
Il governo britannico impone poi accise rilevanti sugli alcoli, oltre alla tassazione unificata UE.

Come si vede, anche la struttura dei prezzi degli alcolici, in Inghilterra, è più complicata di quanto non si creda e, probabilmente, l’industria del settore saprà ricorrere a pratiche di sostituzione efficaci, per la gioia di tutti i barfly britannici.

I beni commestibili aumenterebbero di prezzo dal 3 al 5%, sempre secondo i sostenitori della Bremain. Ma come si fa a stabilire una valutazione statistica del genere, in uno dei mercati più diversificati che esistano?

Non sappiamo né possiamo sapere quale sia lo stile medio della nutrizione british, anche se tutti sanno che la cucina inglese non brilla certo per qualità.
Avete mai trovato un ristorante di cucina inglese all’estero?

E’ probabile che aumenteranno ancora, essendo già molto elevati, i prezzi del cibo selezionato e “alto di gamma”, quasi tutto di importazione e consumato dalle classi elevate inglesi. Ma, probabilmente, i prezzi del cibo lowbrow per i ceti popolari, tradizionalmente poco influenzato dalle importazioni, non aumenteranno molto. L’abbigliamento dovrebbe aumentare di prezzo tra il 2% e il 4% ma, lo ripetiamo, potrebbero aumentare di prezzo i beni di marca e di alta qualità importati da Francia e Italia.

Mentre, già oggi, le reti di vendita dei vestiti a basso prezzo sfuggono in gran parte alle normative e alle lavorazioni UE. Sempre secondo i teorici del Bremain, le entrate medie per ogni nucleo familiare cadrebbero, per il solo effetto della Brexit, di circa l’1,9% annuo nello scenario più ottimistico.

Nelle ipotesi meno felici, si tratterebbe di una perdita di potere di acquisto per famiglia e per anno di oltre il 4%. Ma come? E’ del tutto irragionevole immaginare che un paese come la Gran Bretagna debba per forza rinegoziare, con la UE o con il WTO, condizioni meno vantaggiose di quelle che sussistono appunto oggi con la UE.
Londra potrebbe, infatti, dopo la eventuale Brexit, fare come la Norvegia e la Svizzera, ed aderire all’Area Economica Europea, l’EFTA.
Oppure potrebbe rinegoziare i trade agreements con il solo WTO.

E allora? Siamo sicuri che le due trattative farebbero spuntare a Londra condizioni ben più draconiane di quelle della UE? E perché mai?
E’ invece probabile che la Gran Bretagna possa creare buone sinergie con la Confederazione Elvetica, che è peraltro uscita dall’EFTA nel 1993 e gli altri Paesi dell’Area Economica Europea, giocando con il peso della sua economia e del suo standing mondiale nel settore finanziario e borsistico.

E siamo poi certi che un secondo trattato commerciale con la UE sarebbe più duro di oggi per Londra, dopo che Bruxelles ha magari scoperto il peso dell’economia britannica fuori dai suoi regolamenti?

O la sua capacità di “fare del male” ai Paesi UE nei mercati globali?

Molti in quel caso, immagino, farebbero carte false, nella UE, per riprendersi la Gran Bretagna, dopo l’eventuale Brexit.
Sempre sul piano commerciale, e qui i teorici del Bremain mostrano di avere argomenti credibili, se Londra aderisse alla EEA vi sarebbero maggiori costi di transazione degli esportatori britannici verso quei Paesi, con la inevitabile reintroduzione delle quote e dei prezzi amministrati per i prodotti agricoli e della pesca.

E Londra, fuori dalla UE, dovrebbe rinegoziare, e non sempre da posizioni di forza, accordi commerciali sia con l’Unione Europea che con altri 50 Paesi, oltre a dover rinnovare accordi di scambio temporanei con altre 67 nazioni.

Una “nuvola di incertezza” economica che bloccherebbe le decisioni e gli investimenti delle imprese britanniche, oltre a allontanare molti capitali che potrebbero essere impiegati nel sistema produttivo inglese. E anche nella sua finanza innovativa.

Ma, direbbero i fautori della Brexit, i tempi potrebbero essere ridotti da una standardizzazione delle trattative. Scelta pericolosa, ma non impossibile.
Se poi la Gran Bretagna utilizzasse solo il WTO per il tariffs and trade, dovrebbe decidere da sola le proprie tariffe di importazione.
Ma se Londra decidesse di mantenere a zero le tariffe con i Paesi UE, il che è nel suo interesse, dovrebbe ridurre unilateralmente le sue tariffe per l’import verso tutti i membri del WTO, qualora non ci fossero con determinati Paesi accordi preferenziali e specifici.
E comunque il leverage, economico e politico dell’EU nei confronti della Gran Bretagna è ancora rilevantissimo: solo l’8% delle esportazioni della Unione Europea va verso l’Inghilterra, ma oltre il 50% delle esportazioni britanniche va verso l’area della UE.
Solo il 3,1% del PIL europeo è dipendente dalle esportazioni verso Londra, ma il 12,6% del PIL inglese dipende la commercio con l’Europa.

Ma non si vive di solo pane.

La Brexit è la materializzazione del sogno di un nuovo ruolo globale per la Gran Bretagna, la memoria di un passato imperiale, la verifica del fatto che gli inglesi non sono, e non lo saranno mai, del tutto europei, e viceversa.

Occorrerebbe, in questi casi, rivedere bene i trattati UE, ripensare la struttura della moneta unica europea, che fortunatamente Londra non ha adottato, creare un mito nuovo per tutto il Continente, compresa la Gran Bretagna.

E’ proprio questo che non accadrà mai, e il business as usual di Bruxelles ucciderà anche molto del buono che l’UE ha costruito in tutti questi anni.

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