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Muhammad Alì, l’interprete più bello di uno sport che ancora oggi in pochi capiscono foto

Se è vero che la boxe è sport dominato da atleti neri e che il ciclismo (come il nuoto, del resto) conta atleti di colore sulle dita di una mano, la storia (o la leggenda, chissà) ci viene incontro ricordando la nascita del Mito: Muhammad Alì e prima ancora Cassius Clay. Che non sarebbe forse diventato il più grande se un ladro di biciclette non gli avesse rubato, appunto, la bicicletta.

Muhammad Alì

Cassius Clay aveva 12 anni e promise al ladro una bella strapazzata, un poliziotto (che intuito, però!) gli offrì l’assist suggerendogli di andare in palestra a farsi i muscoli. Che evidentemente non erano adatti alla bicicletta, ma sembravano disegnati, o meglio scolpiti, per tirare di boxe.

Non si è mai capito a dir la verità perché venisse definita la “nobile arte”, fin dai primi anni del ‘700, quando a Londra nasceva la prima scuola di boxe: sport violento ma leale, costruito sul rispetto delle regole.

Ma certo lui, Cassius Clay, ne è stato l’interprete più bello. Perché anche chi non ha mai amato né capito uno sport come questo, dove vince chi fa più male all’avversario e non chi centra un bersaglio (che si chiami rete, canestro o altro), è rimasto affascinato da questo campione, che si è battuto sul ring come nella vita per i diritti umani.

I suoi pugni sembravano carezze (oddio, non ditelo a Sonny Liston, George Foreman o Joe Frazier, le sue vittime più illustri), sul ring danzava e più che dalle braccia eri colpito dal gioco di gambe, che ubriacavano l’avversario.

Cassius Clay aveva una magia dentro, per cui ogni suo match era qualcosa di speciale, che andava oltre lo sport. E se qualcuno ricorda di essersi svegliato all’alba per assistere allo sbarco sulla Luna o per seguire la leggendaria semifinale di Città del Messico tra Italia e Germania, forse avrà acceso la tivù in piena notte anche per seguire il Mito, Cassius Clay allora già Muhammad Alì, nel cuore dell’Africa a Kinshasa contro Foreman.

Lo stile, il carisma non si comprano al supermercato. E Muhammad Alì probabilmente sapeva irretire l’avversario con la sua tecnica sopraffina, più abilità che forza (“vola come una farfalla e punge come un’ape”, si diceva di lui), più cervello che muscoli. Quei colpi che, subìti, non si esclude gli abbiano provocato appena quarantenne il morbo di Parkinson, che l’ha accompagnato fino alla morte.

Muhammad Alì era nato nel 1942 e forse non è proprio un caso se nello stesso anno sono nati i “nostri” Felice Gimondi (leggenda del ciclismo), Giacomo Agostini (leggenda del motociclismo, di cui in questi giorni Lovere sta celebramdo i 50 anni dalla prima vittoria) e Giacinto Facchetti, leggenda del calcio, scomparso dieci anni fa. Tre campioni di stile, non solo nello sport, come il più grande Muhammad Alì.

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