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Usa e Iran nel quadrante siriano

Giancarlo Elia Valori, Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France, traccia un'analisi sulla situazione del Medio Oriente.

Anni fa, un dirigente delle Guardie della Rivoluzione iraniane affermò ironicamente alla TV di Teheran: “bisognerebbe ringraziare gli americani, ci hanno tolto di mezzo un grande nemico, Saddam Husseyn, e sono poi andati in Afghanistan, evitando che quel paese diventasse una zona controllata dai pakistani, e noi non siamo certo amici di Islamabad”.

Quindi, al netto dell’accordo JCPOA sul nucleare civile-militare raggiunto tra l’Iran e il P5+1, la relazione tra Washington e Teheran è oggi più complessa di quanto sembri. Certamente, le due guerre in Iraq degli USA hanno creato una zona-cuscinetto che ha protetto soprattutto l’Arabia Saudita, mentre ha circondato l’area sciita iraniana. Ma, d’altra parte, la gestione da parte degli americani dell’Iraq post-saddamita ha oggettivamente favorito la maggioranza sciita di quella popolazione. E quindi la penetrazione di Teheran in quell’area, a maggioranza sciita.

Si è così creata una stabile zona di penetrazione dell’Iran in Iraq e al confine afghano; e quindi il primo nucleo del suo progetto di grande “internazionale sciita” da contrapporre all’universo sunnita-fondamentalista che è incentrato su Riyadh e gli Emirati peninsulari. Senza peraltro dimenticare che proprio l’area dei pozzi petroliferi del Regno saudita ospita una rilevante minoranza sciita, così come il Bahrein. Due inneschi, quindi, per il confronto finale tra le due visioni imperiali, religiose, geopolitiche opposte dell’Islam contemporaneo.

Comunque, gli USA avevano progettato tempo fa di compiere un vasto attacco cyber alle infrastrutture civili, nucleari e militari dell’Iran, se fossero falliti i negoziati e se, quindi, fossero rapidamente aumentate le possibilità di uno scontro militare tra l’Iran e Israele. Che è una guerra che l’attuale situazione in Siria e la presenza decisiva dei russi rende oggi poco probabile.
Ma mai dire mai, in Medio Oriente.

Per gli USA si trattava del piano cyber denominato Nitro Zeus, considerato dai decisori di Washington un sostituto vero e proprio rispetto a un attacco convenzionale alle strutture militari iraniane. Il Piano consisteva nel “piantare” uno specifico hardware nei computer di Teheran per poi proseguire la disconessione con gli effetti distruttivi del vecchio virus informatico Stuxnet nelle apparecchiature del regime degli Ayatollah. Come ricordiamo, il virus Stuxnet, presente nelle reti iraniane fin dalla fabbricazione dei computer in Germania e in USA, aveva distrutto gran parte delle apparecchiature per l’arricchimento dell’Uranio a Natanz, nel 2009 e nel 2010.

Le trattative, inizialmente segrete, tra USA e Iran per la questione nucleare erano iniziate anni fa in Oman, mentre Washington lentamente sospendeva tutte le operazioni cyber inizialmente volte a minacciare le reti di Teheran. Man mano che aumentava la fiducia dei gestori della trattativa, il Nitro Zeus veniva progressivamente abbandonato.

Peraltro, il Piano Nitro Zeus presupponeva un attacco informatico sia alle reti del sistema nucleare iraniano che a quelle specificatamente militari, comprese quelle delle Guardie della Rivoluzione.
Naturalmente, Teheran, che probabilmente sospettava l’esistenza di questa operazione, avrebbe compreso perfettamente la motivazione e l’autore del cyberattack.

Ma non avrebbe potuto rispondere se non con un attacco molto limitato, cyber o, più probabilmente, convenzionale, su uno o più alleati sunniti regionali degli USA.
Oppure, e anche questa opzione venne presa in esame dai decisori sciiti, con una chiusura delle linee nel Golfo Persico. Ma, recentemente, la pressione USA nei confronti dell’Iran, che pure ha reagito in modo ambiguo e sottile, è ambiguamente ricominciata. Come abbiamo già scritto, il 12 Maggio u.s. un missile di fabbricazione americana ha colpito alcuni dirigenti dei Pasdaran e di Hezbollah nell’area segreta dell’aeroporto di Damasco che fungeva da comando centrale, per il “partito di Dio” libanese, di tutte le sue operazioni in Siria.
Nell’attacco è stato eliminato, lo ricordiamo, Mustafa Badr ad-Din, il leader di Hezbollah in Siria.

Nasrallah, il capo del “partito di Dio” in Libano, ha, abbiamo già notato anche questo, il forte sospetto che l’operazione sia stata messa in atto con il consenso delle forze russe e l’assenso dello stesso Bashar el Assad, a cui Badr ed-Din aveva anticipato la notizia di un ritiro di Hezbollah dalla Siria verso i confini tra essa e il Libano meridionale. In effetti, il missile è stato lanciato da un gruppo di ribelli siriani che è entrato nel Paese di Bashar attraverso la Giordania, base delle operazioni USA nell’area (soprattutto vicino Deraa). Il gruppo di siriani era stato addestrato da operatori dei Servizi USA. Il gruppo che è stato eliminato vicino all’aeroporto di Damasco, composto da dirigenti dei Pasdaran e di Hezbollah, aveva da poco incontrato il gen. Qassem Soleimani, il capo della Brigata Al Quds delle Guardie della Rivoluzione Iraniana, brigata che opera in forze tra Siria e Iraq.

La Al Quds (che vuol dire “Gerusalemme”) è la punta di diamante del dispositivo iraniano in Siria ed opera con tecniche evolute di guerriglia e di controguerriglia. La squadra di “ribelli” iraniani aveva riconosciuto il gen. Soleimani e aveva chiesto il permesso di eliminarlo direttamente a CENTCOM, il comando USA per il Medio Oriente. Gli è stato risposto di aspettare fino a che il militare iraniano non avesse abbandonato la postazione. Nessuno, a Washington, ha cercato lo scontro con Teheran in un contesto in cui gli iraniani e le forze di Mobilitazione Popolare sciite stanno per chiudere in assedio Fallujah e sono in marcia, insieme ad altri, USA compresi, verso Raqqa, la capitale del califfato di Al Baghdadi.

Le notizie sugli ultimi movimenti di Badr ad-Din sono state poi fornite agli USA dal Servizio giordano, il Direttorato Generale dell’Intelligence. E’ stato il Servizio di Amman, poi, a fornire alla CIA i dati per mettere in atto l’operazione Red Dawn del 2003, quella in cui fu catturato Saddam Husseyn, oltre alla segnalazione della reale posizione di Abu Musab Al Zarkawi, che portò alla sua eliminazione nel giugno 2006. Anche Israele ha dato una mano contro Badr ad-Din, sostenendo la rete degli operatori siriani che lo hanno eliminato e dando notizie aggiornate sulla sede segreta di Hezbollah, sulla sua organizzazione e sui suoi ritmi interni. Ma perché gli USA hanno deciso di eliminare Badr ad-Din dopo almeno sei anni di “autocontrollo strategico” nei confronti di Teheran; e dopo aver creato le relative confidence building measures tra americani e iraniani?

E, aggiungiamo, in una fase della guerra in Siria nella quale Washington dimostra di voler collaborare, con azioni parallele, allo sforzo russo-iraniano-alawita contro l’Isis?
Per due ordini di motivi:
a) Nei giorni scorsi, Teheran ha violato per la terza volta di seguito le risoluzioni ONU e il JCPOA.
L’Iran ha infatti testato, dall’ Ottobre al Novembre scorsi, un missile balistico con testata multipla (un MIRV, in gergo tecnico).

Ha inoltre testato un nuovo missile balistico, di gittata più piccola, lo scorso Marzo e, tre settimane fa, ha provato un altro nuovo missile di grande precisione, che colpisce l’obiettivo in un raggio di 25 piedi. L’operazione contro Badr ad- Din è quindi la risposta al riarmo di Teheran, che non può mai essere solo convenzionale.
Inoltre, con questa operazione all’aeroporto di Damasco la Presidenza USA ha segnalato a tutti coloro che operano nel quadrante siriano e in Medio Oriente che gli americani non intendono affatto lasciare quest’area ai loro alleati regionali e ai loro avversari.

Ovvero, la Presidenza americana non vuole delegare più solo ai sauditi o alle altre forze sunnite le operazioni di containment o di condizionamento della potenza sciita.
Infatti, il comandante di CENTCOM, gen. Votel, ha già pianificato una serie di attacchi combinati con le forze curde YPG verso la capitale siriana dell’Isis Raqqa.
Il fine di tali operazioni è quello di “punire” il califfato per l’azione terroristica contro il volo 804 della EgyptAir e per dissuadere l’Isis dal compiere tutti gli altri attentati terroristici in Europa già programmati.

Azioni che il califfato ha pianificato proprio all’interno della sua “cellula” operativa presente a Raqqa. L’Isis sa bene della pianificazione USA, infatti ha autorizzato la popolazione della sua capitale siriana a lasciare la città. L’attacco è oggi aereo, con mezzi USA, e da terra, soprattutto con le forze curde YPG, ma parteciperanno alle operazioni, con comandi ovviamente autonomi, gli iraniani, i militari di Assad e le forze sciite di Mobilitazione Popolare, organizzate dai Pasdaran.
Ecco una prova ulteriore dell’attenzione con cui Washington ha inviato il “segnale” dell’eliminazione di Badr ad-Din a Teheran, evitando di colpire anche il gen. Qassem Suleimani della Forza Al Quds. Un altro nesso va poi ricercato nelle comunicazioni strategiche tra USA e Egitto.

Se l’abbattimento del jet russo sul Sinai era, con ogni evidenza, la risposta del Daesh-Isis alle operazioni di Mosca in Siria, l’attentato al volo 804 di EgyptAir potrebbe infatti essere interpretata come la reazione del califfato all’entrata delle forze speciali egiziane in Libia per sostenere il gen. Haftar e contrastare direttamente l’Isis nella Sirte. Peraltro, forze di élite egiziane operano già insieme a quelle americane intorno a Tobruk, sempre contro obiettivi appartenenti al califfato.

Ma, come sempre, è Israele l’obiettivo della polemica iraniana (e del “partito di Dio” libanese) quando la tensione con gli USA raggiunge un punto di non ritorno.
E di non-soluzione. Hassan Nasrallah, il segretario generale di Hezbollah, ha infatti pronunciato un discorso, il 25 u.s., accusando lo Stato Ebraico di aver rapito a Beirut, addirittura nel lontano 1992, quattro diplomatici iraniani, dei quali si sarebbero perse le tracce.

Due giorni prima, il brig. gen. Hossein Deqan, ministro della Difesa di Teheran, aveva ricordato questa stessa storia in una sua intervista concessa ad un sito iraniano.
Il ministro iraniano ha detto che “sappiamo con prove certe che essi ( i quattro diplomatici, N.d.R) sono vivi e sono tenuti prigionieri dal regime sionista”. Gli israeliani, ha poi affermato Deqan, “sono responsabili della loro salute”. I quattro diplomatici sono, nell’ordine, Seyed Mohsen Mousavi, incaricato d’affari presso la legazione iraniana a Beirut, l’attachè militare Ahmad Motevaselian, il tecnico dell’ambasciata Taghi Rastegar Moghadam, il giornalista dell’Agenzia della Repubblica Islamica Kazzem Akhavan.

E’ ovvio che si tratta di ravvivare, in un momento in cui tutti gli sforzi sono concentrati sulla Siria e sull’Iraq, quello che Teheran chiama “l’asse della resistenza” Iran-Siria-Hezbollah il quale riguarda direttamente anche i palestinesi, orfani ormai dell’Arabia Saudita e addirittura presenti, con due piccole formazioni armate, in Siria, attive con le formazioni del “partito di Dio”. La lista dei territori occupati “illegalmente” da Israele, citati nel recente discorso è, secondo Nasrallah, lunga e determinante per la dislocazione e le operazioni di Hezbollah: le fattorie di Sheba, le colline di Kfar Shouba, ovvero Har Dov e il villaggio di Ghajar. Tutte postazioni di estremo interesse per il “partito” di Nasrallah, luoghi dai quali si può sia agire contro il califfato in Siria sia, soprattutto, contro lo stato di Israele, qualora il conflitto rallentasse o non ci fosse più bisogno del “partito di Dio” nel quadrante siriano.

Il leader sciita libanese ha poi aggiunto, come se si trattasse di una velata trattativa di scambio, ai prigionieri israeliani ancora detenuti da Hezbollah. E non è un affatto un caso che Nasrallah abbia definito il nuovo ministro degli Esteri israeliano Lieberman “un pazzo”. E’ una provocazione, certo, ma è un indice che il “partito di Dio”, emarginato dalle operazioni siriane, anche con il tacito accordo di Bashar el Assad e degli iraniani, vuole riattivare la tensione con Israele.

E vuole soprattutto egemonizzare, stavolta insieme a Teheran, la “resistenza” palestinese. La questione dei quattro diplomatici iraniani non è nuova ed è pure più complicata di quanto sembri.
Nel 2009, alcuni mediatori tedeschi furono invitati a gestire una trattativa tra lo Stato Ebraico e il “partito di Dio”.

I tedeschi ebbero indietro i cadaveri dei soldati israeliani Ehud Goldwasser e Eldad Regev, rapiti e assassinati da Hezbollah nel 2006, ma non verificarono alcuna presenza dei quattro diplomatici iraniani, che erano stati catturati e molto probabilmente uccisi non da Israele ma dai falangisti cristiani libanesi.
Un dato che Teheran non ha mai accettato.

E’ evidente che si sta preparando una azione militare e terroristica contro lo Stato Ebraico da parte del “partito di Dio”, per vendicare i quattro diplomatici e per rafforzare il suo legame con l’Iran.
Poi, è evidente che Hezbollah vuole provare le reazioni del ministro Lieberman, sia in funzione di una futura aggressione dal Libano meridionale contro Israele che per studiare la ridisposizione delle sue forze al confine con il Libano e la Siria, area elettiva del partito di Nasrallah. Ma, peraltro, lo stesso “partito di Dio” e gli iraniani hanno esplicitamente affermato che lo Stato Ebraico non ha niente a che fare con l’assassinio di Badr ad-Din, quindi devono trovare un altro casus belli propagandistico e operativo contro Israele.
Ed ecco che arrivano, a questo punto, proprio i quattro diplomatici e i “territori occupati”. E se, ipotizziamo, per sostenere il morale, certamente molto basso dopo l’operazione contro Badr ad-Din, Hezbollah e l’Iran decidessero di compiere alcune operazioni contro le postazioni israeliane e qualche atto terroristico all’interno dello Stato Ebraico?
E’ molto probabile.

La stessa minaccia vale anche per i sauditi e per la Giordania, il cui coinvolgimento nell’assassinio del capo di Hezbollah in Siria è ben noto.
Peraltro Nasrallah, nel suo discorso al funerale di Badr ad-Din, ha fatto capire che sa del coinvolgimento giordano e, soprattutto, dell’assenso di Bashar el Assad all’operazione. E quindi, come si muoverà Washington in questo nuovo spostamento a Sud del centro di gravità della guerra siriana?

Avrà il coraggio, che sembra oggi mancare, di sostenere nettamente Israele?

Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno evidentemente accettato la partecipazione delle forze iraniane all’accerchiamento e all’attacco contro Fallujah. Prima di questa fase, Washington era contraria alla partecipazione di Teheran, che opera nella zona di al Anbar con le Armate di Mobilitazione Popolare, dirette dal generale iraniano Abu Mahdi Al Muhandis e con la brigata Badr, parte della Forza Al Quds, diretta dal gen. Hadi Al Amiri. Il primo ministro iraqeno Haider Al Abadi ha poi annunciato che ha inviato, sempre per la liberazione di Fallujah, una forza di 35.000 uomini, evidentemente per “mettere il cappello” su tutta la provincia di Al Anbar.

Tutte le strutture iraniane nell’area sono poi sotto il diretto comando di Qassam Suleimani, quello scampato all’assassinio di Badr ad-Din e, comunque, l’aviazione americana sta sostenendo anche gli iraniani diretti a Fallujah. Qassem Soleimani utilizza carte USA per programmare le operazioni sul terreno.
Washington vuole porre Mosul sotto assedio e invece liberare rapidamente la capitale di Al Anbar, Fallujah, mentre l’aviazione russa tiene il suo territorio e fornisce intelligence tattica alle forze a terra.
Quale sarà allora il costo politico del sostegno USA all’Iran, in questo caso?

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