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All’ospedale si presenta “Opere di Luce”, dedicato ai 148 studenti massacrati a Garissa

Viaggi di speranza e carità per portare conforto, cure, cibo negli angoli più poveri del mondo: di questo tratta l’ultimo libro che Luigi Ginami, presidente della Fondazione Santina Onlus, ha scritto con Vania de Luca, vaticanista di Rainews 24.

I viaggi di Santina Zucchinelli sono diventati i viaggi del figlio, mons. Luigi Ginami e degli amici della Fondazione a lei intitolata. Viaggi di speranza e carità per portare conforto, cure, cibo negli angoli più poveri del mondo, perché mancano la pace o cure adeguate. Di questo tratta l’ultimo libro che Luigi Ginami, presidente della Fondazione Santina Onlus, ha scritto con Vania de Luca, vaticanista di Rainews 24. “Opere di luce” verrà presentato sabato 4 giugno alle 17 all’Ospedale Papa Giovanni XXIII nell’area della formazione (ingresso 55). L’ingresso è gratuito e aperto a tutti.

Con la prefazione dell’editorialista di Repubblica Stefano Folli e l’introduzione del vescovo di Bergamo Francesco Beschi, il libro è dedicato ai 148 studenti cristiani massacrati nell’aprile del 2015, nel campus universitario di Garissa in Kenya, e presenta “sette opere” di luce in altrettante periferie del mondo, da Gaza alle Ande, dal Perù al Vietnam, fino al Brasile.

L’Associazione Santina Onlus in passato e oggi la Fondazione seguono con particolare attenzione le malattie che colpiscono le popolazioni del Sud America. Da questa collaborazione è nato lo scorso anno all’Ospedale Papa Giovanni XXIII l’ambulatorio Chagas, con l’obiettivo primario di individuare le donne sudamericane fra i 17 e i 45 anni che hanno contratto il morbo di Chagas prima della gravidanza ed evitare così che trasmettano ai loro figli un’infezione che può provocare gravi complicanze cardiache o intestinali.

Realizzato con il contributo dell’Associazione Amici di Santina Zucchinelli onlus, e probabilmente unica realtà di questo genere esistente finora in un ospedale pubblico italiano, l’ambulatorio si avvale della collaborazione di infettivologi, cardiologi e microbiologi del Papa Giovanni XXIII con una formazione specifica, e grazie alla presenza di un’infettivologa spagnola, le utenti sono accolte nella loro lingua madre.

Dal 22 aprile 2015 al 30 aprile 2016 sono stati valutati 44 pazienti di nazionalità boliviana, ecuadoregna e colombiana, 31 dei quali risultati positivi al morbo. Inoltre 15 neonati che hanno contratto l’infezione in gravidanza sono stati indirizzati alla Patologia neonatale del Papa Giovanni XXIII.

Ecco l’introduzione del vescovo di Bergamo Francesco Beschi

Quando si lascia correre il racconto della missione è quasi impossibile non rimanere coinvolti. Dapprima la curiosità, poi il fascino e ancora la meraviglia, alla fine una serie infinita di domande che interrogano la vita e il suo presente, le scelte e il suo futuro. Qualcosa di sconvolgente che fa appello alla profondità di ciascuno. Si fa strada da subito una prima convinzione: la missione non è per i superficiali. Forse è proprio questa la provocazione più forte che oggi povertà, ingiustizia, violenza consegnano ad una realtà dove è difficile lasciare spazio al cuore, dove le preoccupazioni sociali ed economiche tentano di oscurare l’universo della convivenza e ridurre ogni relazione al profitto, al guadagno, alla soddisfazione personale. L’appello alla profondità conduce immediatamente a quella capacità del cuore che chiamiamo misericordia.
Proprio la misericordia è la porta della missione: questa seconda convinzione lascia spazio a tutto il “fare” la carità che non è immediatamente un’opera, una struttura, un progetto, ma una relazione autentica, libera e gratuita, connotata teologicamente nel mistero stesso di Dio come di colui che da un senso alla vita. Nulla allora è estraneo alla misericordia, perché tutto concorre a dare qualità alla vita dell’uomo indigente e ricco, capace e in disagio, sicuro e segnato dalla precarietà. Ogni riduzione o surrogato illude della possibilità di una salvezza umana che si affida a prove di forza e di coraggio destinate a consumarsi nel tempo.

La misericordia, può essere questa la terza convinzione, porta la persona a una fede matura. Da’ volto a quel “discepolo missionario” che papa Francesco continuamente evoca come figura del cristiano di sempre, come incarnazione del credente oggi. E quando un’opera di misericordia tocca la carne vince ogni resistenza, ogni pudore, e lascia dietro di sé il profumo stesso di Dio.

E’ dunque inscindibile il legame tra missione e misericordia; molto di più queste due dimensioni della vita rivelano il volto vero della comunità cristiana e la rendono capace di mettersi al servizio del Vangelo senza porre condizioni e oltre le proprie capacità. Noi apparteniamo alla missione. Quando i nostri occhi vedono, le nostre mani possono stringerne altre e i piedi percorrono i sentieri delle missioni, allora tutto questo produce un turbine e ci fa ritrovare la bellezza dell’umanità e della sua storia, la responsabilità che ci appartiene per custodire il bene comune, la vita degli ultimi che vince ogni tentazione di egoismo. Uno sguardo, un abbraccio, una parola diventano segni di responsabilità; un sorriso, una pacca sulle spalle, un tratto di strada insieme sono indiscussa ricchezza ovunque nel mondo. Noi siamo strumenti di misericordia. Nella misura in cui sappiamo ricevere il dono possiamo diventarne dispensatori, nella misura in cui siamo consapevoli del bisogno riusciamo a intercettare il grido di chi ci sta accanto. Ed è la misericordia che fa la differenza tra l’abbondanza della possibilità e l’offerta del necessario. L’icona di quella vecchietta del Vangelo che “ha dato tutto quello che aveva per vivere” non è un soprammobile di prestigio da guardare da lontano, ma appello ad una vita misericordiosa.

Questa la quarta convinzione che ci permette di balbettare l’esperienza di un “nuovo umanesimo”, per compiere l’esodo dalle opere di misericordia a un cuore misericordioso. Proprio il racconto ci affida questa possibilità. Il fatto che qualcuno viva sulla pelle le convinzioni che abbiamo elencato e le vesta di carne convince sempre di più che l’esperienza missionaria non può che arricchire ciascuno e le comunità. Non si tratta solo di realizzare progetti, di dare spazio a una solidarietà capace di alleviare le sofferenze umane, ma di abitare la domanda di senso che ogni tipo di povertà provoca rispetto alla pienezza della vita. In questo spazio la misericordia ha tutta la dinamica della missione.

Sostare in queste pagine diventerà una provocazione, qualcosa che allarga gli orizzonti, che rende il respiro della fede ancora più profondo. E’ una scommessa da giocare con sé stessi alla luce di un racconto che, nell’intreccio di esistenza e fede, riconsegna la vita a chi crede che valga la pena fare del prossimo una ragione di vita e a questa speranza affida il suo tempo.

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