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In Porsche al processo di Bossetti, le scelte di Marita nel mirino della stampa

Enrico Fedocci, giornalista, nella rubrica "Cronaca Criminale" del Tgcom, spiega perché ogni scelta di Marita viene messa in discussione, mentre la moglie di Bossetti ha dimostrato di essere accanto al suo uomo (accusato di aver ucciso Yara Gambirasio, la 13enne di Brembate Sopra) anche nei momenti più duri.

Qualcuno, magari tra le mie colleghe, ora dirà che questo articolo lo sto scrivendo perché “Marita è bella” e “perché me ne sono infatuato”, “crisi di mezza età”, le “scalmane”… etc, etc, etc.
Cose già lette all’indomani di altri miei articoli simili scritti a difesa di un principio di rispetto dei fatti e delle persone. Ho difeso Marita, sì. Ho difeso anche Bossetti, se è per questo, ma – soprattutto – ho voluto difendere la realtà, la verità.

Marita è bella e quindi per questo viene difesa? Opinioni. Forse ai malevoli fa comodo pensarla così. Io credo, piuttosto, che proprio questa avvenenza le procuri più danni che vantaggi: è diventata il bersaglio preferito di certa stampa che, pur di parlar di lei, di pubblicare le sue foto, le attribuisce di tutto. Anche cose assolutamente irrilevanti: come l’auto con cui è arrivata venerdì in udienza, una Porsche Panamera guidata dal consulente della difesa Ezio Denti.

Ho letto l’incredibile, ho sentito di peggio: “Marita arriva a bordo di una macchina di lusso”, addirittura ho udito con le mie orecchie lo stravolgimento della realtà, secondo cui “Marita è arrivata in tribunale alla guida di una macchina di lusso”. Ed ancora: “Abituata al furgone non le sarà sembrato vero cambiare mezzo di locomozione”. “Un’auto targata Principato di Monaco? Marita ora pensa alla bella vita…”

Una vergogna. Giornalismo ingenuo o proprio spazzatura – lascio decidere a voi – che associa due elementi senza interpretarli.

Allora, ricostruiamo: è pacifico che tutte le volte che Marita Comi è arrivata in udienza sia stata accompagnata da Ezio Denti. Una volta con la sua macchina, una volta con quella di Denti (una macchina più sobria, non la Porsche che era stata data in prestito da un amico) e questa volta, appunto, a bordo della sportiva quattro porte della casa di Stoccarda.
Immagino che Denti abbia detto a Marita, “Passo a prenderti” e non “Passo a prenderti con la Porsche”. Quindi, in una delle giornate più delicate per il processo al marito che rischia l’ergastolo, credo che Marita Comi sia salita a bordo dell’auto senza discutere. Probabilmente notando il lusso della stessa, o magari – come capita a tante donne che conosco – non riuscendo manco ad apprezzarne le differenze.

Forse sarebbe salita su un trattore con la stessa noncuranza.

Se proprio dobbiamo fare una critica, e la faccio volentieri, a sbagliare eventualmente è stato proprio l’investigatore privato Ezio Denti che non ha saputo – o non ha voluto – valutare le conseguenze a un simile gesto facilmente prevedibili. A chi scrive viene quasi il sospetto che Denti, magari in cerca di una ribalta e di visibilità, abbia voluto usare quell’auto proprio per far notizia, per farsi riprendere con Marita ed auto e finire così in tv e sui giornali. E questo mio sospetto deriva anche dal fatto che, questa volta, Denti non ha messo l’auto nel solito parcheggio distante dal tribunale, ma proprio davanti alla sede giudiziaria, quindi in bocca a giornalisti e ad operatori televisivi. Impossibile non notare quell’auto color bronzo. Impossibile non vedere Marita a bordo. Non facile resistere alla tentazione di trasformare questo episodio in una notizia forzata, ovvero “Marita che fa la bella vita, mentre il coniuge rischia l’ergastolo”.

Ma perché questa donna viene tanto attaccata dalla stampa?

In fondo è stata accanto al marito in ogni momento di questa vicenda giudiziaria. E non lo ha fatto per partito preso, solo perché aveva necessità di difendere il coniuge e padre dei suoi tre figli: sono le intercettazioni in carcere che lo dimostrano. Dubbi ne ha avuti e gli inquirenti se ne sono resi conto. Di domande ne ha fatte parecchie: per capire, per rendersi conto, per cercare di stanarlo e scorgere, magari da una risposta affrettata o dagli occhi che si abbassavano su una domanda più diretta, se davvero Massimo Giuseppe Bossetti potesse avere ucciso la 13enne Yara Gambirasio.
E lei, Marita Comi, che lo ha sposato nel 1999, che con lui ci sta da più di 20 anni è certa di avere trovato la verità nelle sue parole e nei suoi occhi: “Massi è innocente, lo avrei capito, lasciato, interrompendo il rapporto anche per proteggere i figli”.
Questa non è certamente una prova di innocenza, ma la dice lunga sulla buona fede di questa donna.

In molti si sono stupiti di vederla ancora in aula, se non altro per quelle lettere, piuttosto pesanti ed intime, scritte dal muratore di Mapello ad una detenuta del suo stesso carcere, tal Gina, con cui il 45enne scambiava effusioni epistolari.

Un duro colpo per Marita che – nonostante tutto e nonostante tutti – continua a rimanere accanto al proprio uomo, portando ogni settimana i figli in carcere, affinché il padre possa mantenere un legame forte con i suoi tre piccoli. A dire il vero, dopo la pubblicazione delle lettere, Marita Comi ai colloqui non ci sarebbe andata per due settimane di fila. Poi il buon senso ha prevalso, l’amore coniugale, anche se messo a dura prova dalle sbarre, si è ulteriormente rafforzato e lei ha ripreso ad essere moglie attenta e premurosa.

Un’impresa non facile. Forse più facile sarebbe scappare. Ma lei, per se stessa e per i suoi tre figli, non molla e resta nel posto più difficile: accanto al suo Massi.

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