BergamoNews.it - Bergamonews notizie in tempo reale da tutta Bergamo e provincia: cronaca, politica, eventi, sport ...

Grande Guerra, Pillola 81: mancò un soffio, la battaglia degli altipiani fotogallery

La battaglia che venne combattuta tra il maggio ed il giugno 1916 sugli altipiani ebbe notevoli conseguenze, soprattutto per gli italiani: per cominciare, segnò la fine del governo di Antonio Salandra, che, sfiduciato dal Parlamento, venne sostituito, il 10 giugno, da Boselli.

Ci sono circostanze, nella guerra, in cui il valore e la determinazione, qualora non siano accompagnati da opportune direttive tattiche e strategiche, possono trasformarsi in elementi negativi: questo fu il caso della fase iniziale dell’offensiva austroungarica sugli altipiani e in Trentino. Le fanterie italiane, dopo lo spaventoso tiro di demolizione dell’artiglieria avversaria, difesero a piè fermo la prima linea, facendovisi annientare: questo non permise né una ritirata strategica su linee prestabilite (che, peraltro, non esistevano) né la formazione di una massa di resistenza elastica e in profondità.

Per questa ragione, la 3a e la 11a armata imperiali avanzarono velocemente lungo le valli e sul vasto acrocoro, non dando il tempo agli italiani di riorganizzarsi, fino al raggiungimento della linea di massima resistenza. La ritirata del regio esercito in Valsugana scoprì, di fatto, il fianco settentrionale del fronte italiano e permise una penetrazione a fondo, con la conquista di Arsiero, Asiago, Gallio e il formidabile baluardo del monte Cengio: in pratica, le truppe italiane si stabilirono a difesa sul margine estremo dell’altopiano dei Sette Comuni, con alle spalle la ripida discesa verso la pianura vicentina.

A questo punto, ed eravamo ormai agli inizi di giugno, Cadorna ordinò al nuovo comandante della 1a armata, Pecori-Giraldi, di passare al contrattacco: gli italiani reagirono con orgoglio, contando sull’allungamento delle linee di rifornimento avversarie, dopo la rapidissima avanzata, ma questo primo tentativo di invertire l’inerzia dell’azione ebbe esiti scarsi, per l’endemica mancanza di artiglierie di medio e grosso calibro e per la felice distribuzione delle truppe imperiali nei punti chiave del nuovo fronte.

Il 4 giugno, però, Brusilov lanciò la sua offensiva in Galizia, contro linee sguarnite ed impreparate: le truppe russe penetrarono come un coltello nel burro, avanzando per molti chilometri ed obbligando il comando supremo austroungarico ad inviare rinforzi sul fronte orientale, prendendoli dall’unico settore in cui vi erano truppe disponibili, ossia il Tirolo. Questo costrinse il generale Conrad, il 15 giugno, a sospendere l’azione e a fare ritirare i propri uomini su posizioni meglio difendibili e meno esposte al rischio di aggiramenti da parte degli avversari, che, comunque, continuavano a premere con costanza sui fianchi dello schieramento imperiale. L’offensiva di primavera era stata un indubbio successo tattico ed aveva dato morale ai soldati e un po’ di tregua ai combattenti dell’Isonzo e del Carso, ma non aveva ottenuto quel successo strategico che era nei piani di Conrad: ora, inevitabilmente, ci sarebbe stata la reazione dell’avversario, che poteva contare su riserve pressochè inesauribili.

Bisogna aggiungere che, se le truppe austroungariche fossero riuscite a calare nella pianura veneta, sarebbe probabilmente scattata la trappola immaginata da Cadorna, con la creazione della 5a armata di Frugoni, che avrebbe potuto annientare l’intera massa d’urto avversaria, con conseguenze, forse, irreparabili.

Grande Guerra, pillola 81

Va, infine sottolineato lo straordinario sforzo logistico degli italiani, che, spostando le truppe per ferrovia e per linee interne, trasferirono grandi masse di uomini dal Friuli al Veneto, per tamponare l’emergenza, riportandole rapidamente in Friuli per l’imminente 6a battaglia dell’Isonzo: anche l’esercito italiano stava cominciando ad applicare efficacemente i dettami della guerra moderna. Mentre la controffensiva italiana si impantanava, in attesa delle artiglierie, l’arciduca Eugenio, comandante generale del fronte sud-occidentale, ordinò, per il 25 giugno, un arretramento a carattere permanente sulla nuova linea di difesa, che era di poco avanzata rispetto alle basi di partenza dell’operazione: il nuovo schieramento si attestava sulla linea Zugna, Pasubio, monte Majo, val Posina, Cimone, val d’Astico, val d’Assa fino a Roana, Mosciagh, Zebio, Colombara e Ortigara.

Due giorni dopo, anche gli italiani sospesero la loro controffensiva: come due lottatori rimasti senza fiato, entrambi gli eserciti dovevano riprendere le energie e riempire i varchi lasciati dalle pesantissime perdite (150.000 italiani e più di 80.000 austroungarici) subite. La battaglia che venne combattuta tra il maggio ed il giugno 1916 sugli altipiani ebbe notevoli conseguenze, soprattutto per gli italiani: per cominciare, segnò la fine del governo di Antonio Salandra, che, sfiduciato dal Parlamento, venne sostituito, il 10 giugno, da Boselli.

Inoltre, determinò, tanto tra i vertici militari quanto nel Paese, una traumatica presa di coscienza circa il valore e la capacità militare dell’esercito austroungarico: questo rese assai più guardinghi gli italiani, che cominciarono a porsi seriamente la questione difensiva, oltre che quella offensiva. Infine, in senso più generale, il sostanziale nulla di fatto della grande battaglia, insieme ai risultati analoghi delle colossali Materialschlachten del 1916, come la Somme o Verdun, iniziò ad erodere l’idea strategica del gigantismo (cannoni sempre più grandi, sempre più numerosi, masse d’attacco sempre più enormi), rivelatosi inutile, a favore di più moderne tattiche d’infiltrazione e di approccio: insomma, l’idea stessa di battaglia stava cominciando a cambiare.

Ci sarebbe voluto, tuttavia, ancora molto tempo, prima che gli italiani imparassero davvero la lezione.

Quanto ai loro avversari, dopo l’offensiva del 1916, non avrebbero più posseduto le energie per mettere seriamente in crisi il dispositivo difensivo italiano, se non con l’aiuto esterno di un alleato: la battaglia di Caporetto sarebbe stata la dimostrazione di come, solo grazie ad una Waffentreue, ad una fedeltà d’armi tra alleati, si sarebbe raggiunto un risultato efficace. E, non a caso, il nome in codice dello sfondamento dell’ottobre 1917 sull’Isonzo era proprio Waffentreue.

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.