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Le morti sul lavoro sono una tragedia, ma non usate il termine “ennesima”

Fabio Mazzoleni, imprenditore, interviene sull'uso dei termini giornalistici per descrivere le morti sul lavoro.

Fabio Mazzoleni, imprenditore, interviene sull’uso dei termini giornalistici per descrivere le morti sul lavoro e puntualizza numeri e avvenimenti. 

Premessa: le morti bianche sono una tragedia e tutti gli sforzi devono essere fatti per evitare che esse si verifichino o peggio, si moltiplichino.

Ciò nonostante qualsiasi articolo di giornale che inizi con “ennesima tragedia sul lavoro” mi dà sui nervi, perché suggerisce immediatamente al lettore che il lavoro sia particolarmente pericoloso, che i “padroni” non mettano in atto tutte le misure idonee a scongiurarli e inibisce la percezione di quanto in verità sia stato fatto. Si tratta di un piccolo stratagemma psicologico, non so neppure quanto volontario, ma che accende nel cervello del lettore una “parola d’ordine” che ne influenza la percezione di tutta la successiva notizia.

Stando ai numeri il termine “ennesima” non è forzato né immeritato. In Italia muoiono annualmente circa 650 persone sul lavoro, più circa altrettante che muoiono nei cosiddetti incidenti “in itinere”, cioè nello spostamento da e verso i luoghi di lavoro. Numeri che fanno sicuramente impressione, come qualsiasi numero in valore assoluto se riferito a una popolazione di oltre 50.000.000 di persone.

Però guardiamo le cose da un altro punto di vista (Fonte ISTAT). In Italia sono morte nel 2015 599.698 persone. Di queste la stragrande maggioranza sono morte per malattie e/o invecchiamento. I decessi per “accidenti” sono stati 23.494. Se consideriamo la fascia di popolazione in età di lavoro, approssimando i 25 – 65 anni, il numero scende a 6.974. Di questi 1.954 avvengono per accidenti da trasporto, e tra questi ci sono anche i circa 600 morti “in itinere”. Tra i restanti 5020 decessi ci sono invece i circa 600 morti per incidente sul luogo di lavoro.

Consideriamo ora che una persona, mediamente, nel corso di una giornata passa sul luogo di lavoro circa 8 ore, altrettante ore sono dedicate al sonno e sempre 8 ore sono il tempo libero, pranzi, ecc.

Ipotizziamo ora che la morte nel sonno per persone di età compresa tra i 25 e i 65 anni sia un evento statisticamente trascurabile. Le restanti ore si dividono equamente tra lavoro e tempo libero.

Ecco allora che appare chiaro che è circa “otto volte più facile” morire nel tempo libero che al lavoro, il che significa che le precauzione prese dalla generalità dei datori di lavoro fanno sì che l’ambiente lavorativo sia “otto volte” più sicuro di “qualsiasi altro ambiente” in cui si passa la propria vita. Il che non è poco!

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