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Grande Guerra, Pillola 80: cronaca di un’offensiva annunciata, la Strafexpedition fotogallery

L'offensiva di primavera austroungarica fu una spedizione punitiva contro l'Italia, rea di aver tradito la Triplice nel 1915: nonostante i tanti segnali premonitori gli italiani riuscirono a farsi trovare impreparati.

Ci sono dei meccanismi, nell’andamento della prima guerra mondiale, che, in qualche modo, richiamano l’andamento di certe attività sportive, dal tiro alla fune al pugilato, dal sollevamento pesi al salto con l’asta: se si dovesse utilizzare una metafora di questo tipo per spiegare l’atteggiamento dell’esercito italiano, almeno fino alla battaglia di Caporetto, bisognerebbe ricorrere al paragone con un pugile, irruento e disordinato, che stia costantemente all’attacco e che, anche quando l’avversario lo dovesse costringere alla difensiva, mantenga la mentalità aggressiva ed offensivista. Nessuna difesa elastica, nessun dispositivo di assorbimento in profondità dell’urto nemico, niente riserve.

Il risultato di questa mentalità, in parte resa obbligatoria dal carattere strategico della guerra italiana e, in parte, legata alla mitologia risorgimentale e garibaldina, che imperava tra i vertici del Regio Esercito, fu che, ogniqualvolta gli austroungarici sferrarono un’offensiva, interrompendo il ritmo incalzante delle spallate cadorniane, il colpo ottenne risultati clamorosi. Esattamente come se il nostro pugile, nel bel mezzo di un assalto furioso, avesse ricevuto un preciso e violento pugno sulla punta del mento, tale da farlo stramazzare a terra e contare dall’arbitro.

Fortunatamente, il conteggio, nel nostro caso, non è mai giunto fino all’“Out”, ma, in almeno due circostanze, ci è andato pericolosamente vicino. Uscendo di metafora, mentre sull’Isonzo e sul Carso gli italiani rifiatavano, tra la quinta e la sesta battaglia dell’Isonzo, e mentre sull’Adamello gli alpini si stavano aprendo la strada verso i fondivalle avversari, improvvisamente, in Trentino e sugli altipiani, il generale Conrad sferrò un poderoso colpo di maglio: quella che i comandi battezzarono asetticamente Frühjahrsoffensive, ossia offensiva di primavera, ma che tutti conoscono con il suo nome popolare di Strafexpedition, la spedizione punitiva contro l’Italia, rea di avere tradito la Triplice nel 1915.

Il 26 aprile, un disertore austroungarico indicò, per la prima volta, l’azione che stava per iniziare come Strafexpedition e, anche se ufficialmente questo nome non risulta da nessuna parte, esso veniva, di fatto utilizzato da ufficiali e truppa. Ad un anno dall’entrata in guerra dell’Italia al fianco dell’Intesa, dunque, gli austroungarici presero, dopo tanti mesi di difesa disperata, quasi sempre in inferiorità numerica e di mezzi, decisamente l’iniziativa: e lo fecero proprio dove gli italiani avrebbero dovuto aspettarselo e, anzi, dove Cadorna aveva certamente previsto, nello schierare le sue truppe all’inizio del conflitto.

La Strafexpedition

Un’operazione di quelle dimensioni, specialmente in territorio alpino, non può passare inosservata: i preparativi per il grande attacco erano iniziati fin dal gennaio precedente, e tutto congiurava a che gli italiani mangiassero la foglia. Il 22 marzo, Cadorna telegrafò a Brusati, che comandava la 1a armata, di organizzarsi a difesa, contraendo il fronte, a costo di qualche posizione precedentemente conquistata, per rendere molto più complesso l’accesso alla prima linea agli avversari. Brusati, per non abbandonare il terreno guadagnato a prezzo di sangue dai suoi soldati, in pratica disobbedì: e questo ebbe conseguenze catastrofiche.

Tanto per cominciare, Cadorna, a maggio, dopo un’ispezione alle linee, lo silurò per disobbedienza, denunciandolo alla corte marziale e sostituendolo con il più malleabile Pecori-Giraldi: così, l’armata italiana si ritrovò alla vigilia dell’attacco austriaco con un comandante affatto nuovo ed inesperto di quel settore. Inoltre, alla vigilia vera e propria dell’offensiva austroungarica, si vollero ignorare, Cadorna compreso, i numerosi segnali che, tradizionalmente, indicavano l’imminenza di un’azione, come il tiro d’aggiustamento dei grossi calibri o l’aumento esponenziale del numero di disertori nelle file degli attaccanti.

Nonostante tutti questi segnali premonitori, quando, il 15 maggio del 1916, improvvisamente la massa di artiglieria imperiale aprì il fuoco, possiamo dire che gli italiani furono colti pressochè di sorpresa o che, meglio, essi si trovavano nella condizione di quel pugile colto da un diretto al mento nel pieno di un attacco.

Nella notte sul 15 maggio, pezzi di tutti i calibri, fino ai mostruosi obici da 42 cm, scatenarono sulle linee italiane un autentico uragano di ferro e di fuoco, che sottopose, per la prima volta su quel fronte, i difensori agli effetti di un bombardamento di saturazione, e che devastò ed annichilì le prime linee.

L’artiglieria italiana, già molto inferiore a quella avversaria, tacque, per mancanza di ordini e di coordinamento e, quindi, la fanteria affrontò a piè fermo l’ondata di assalto di due armate austroungariche, la 3a e l’11a, che, in breve, soverchiando i difensori, dilagarono oltre le linee, gettando nel caos le retrovie, in cui non erano state previste contromisure di alcun genere. Durante l’attacco, il rapporto di forze era stato, in media, di un corpo d’armata austroungarico contro una divisione italiana e, in certi settori, anche più favorevole agli attaccanti: in materia di artiglierie, il rapporti era di oltre due a uno.

Appare, dunque, oggi, inevitabile l’esito di quel primo attacco, che, faticosamente e a prezzo di enormi sacrifici umani, sarebbe stato arginato, nei giorni successivi, in val Sugana, sul Coni Zugna, sul Pasubio e a Passo Buole. L’azione continuò con immutata violenza, invece, sull’altopiano dei Sette Comuni, con la conquista austroungarica di Asiago e con una progressiva ritirata degli italiani verso il margine sudorientale dell’acrocoro.

Nel frattempo, sia pur tardivamente, i comandi italiani, gravemente preoccupati per il pericolosissimo rovescio, cominciarono a prendere qualche contromisura: Cadorna affidò al generale Frugoni una nuova armata, la 5a, da schierare nella pianura vicentina per arginare un possibile sfondamento austroungarico sugli altipiani, venne arruolata in fretta e furia una nuova classe di leva e si crearono sette divisioni di riserva, con truppe spostate dall’Isonzo o rimpatriate da Libia ed Albania.

Alla fine, però, l’elemento che si rivelò determinante per l’esaurimento della spinta offensiva di Conrad fu quello delle operazioni interalleate di alleggerimento: gli italiani sollecitarono un attacco russo in Galizia, da parte delle truppe del generale Brusilov, e questo, come vedremo, colse a loro volta impreparate le forze austroungariche, costringendole ad una disastrosa ritirata.

Una volta di più, la guerra si stava rivelando uno scenario molto più vasto e complesso di quanto non fosse mai stato fino ad allora.

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