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Il ruolo degli Usa in Siria e le relazioni con Putin

Giancarlo Elia Valori, Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France, affronta il ruolo degli Usa in Siria.

Finora, Washington e la sua Coalizione hanno condotto 12.199 operazioni di bombardamento aereo su Siria e Iraq, precisamente 8.322 in Iraq e 3.877 in Siria. Inherent Resolve, l’operazione della suddetta coalizione diretta dagli USA in Siria e Iraq, non è quindi stata affatto irrilevante sul piano militare.

E’ stata casomai priva di un “fine della guerra” per dirla con Von Clausewitz.

Per ora, sono stati distrutti da Inherent Resolve 139 carri armati, 374 Humvee, i particolari semoventi armati prodotti proprio dagli americani e diffusisi poi tra tutte le fazioni in lotta, 1162 aree di Comando-Controllo, soprattutto dell’Isis e, più recentemente, del “fronte” Al Nusra, la “filiale” di Al Qaeda in Siria e nell’Iraq della “Zona Verde” sciita intorno a Baghdad, poi 5894 immobili, 7118 aree di combattimento dell’Isis, 1272 infrastrutture petrolifere, siano esse pozzi o linee di collegamento, con ben 6820 “altri obiettivi” non meglio specificati.

Ma la questione centrale della guerra siriana è ancora incentrata su Aleppo: la Turchia ha inviato nella città del Nord della Siria, vero “centro di gravità” di questa grande e originale guerra per procura, le sue Forze Speciali, il 7 di Maggio, al fine di identificare le posizioni dei lanciatori di missili dell’Isis.

E, naturalmente, visto che c’era, Ankara voleva anche osservare le linee dei movimenti curdi nelle zone ad est di Aleppo, per interdire ogni collaborazione del YPG con le forze della Coalizione diretta dagli USA e di quella coordinata dalla Federazione Russa.

Subito dopo il “cessate il fuoco”, come sempre accade, sono iniziati gli scontri intorno alla città, per il riposizionamento delle forze subito dopo gli equilibri diplomatico-politici che fotografano l’esistente.

Le forze collaterali all’Esercito Arabo Siriano di Assad, con sostegni da parte di iraniani e di Hezbollah, hanno cercato di conquistare, durante il “cessate il fuoco”, il distretto di Handarat, a nord di Aleppo, proprio mentre sia gli USA che i russi stavano per chiudere le trattative.

Trattative che servono ad entrambi per chiarire definitivamente i rapporti di forza nelle rispettive coalizioni, perfezionare la selezione dei futuri obiettivi, osservare meglio la strategia e la tattica degli avversari.

Handarat è l’ultima tessera dell’accerchiamento di Aleppo da parte di Bashar; e non bisogna affatto dimenticare che il regime alawita ha recentissimamente avuto l’appoggio di una nuova forza pro-Assad costituitasi tra i palestinesi, “ i leopardi di Homs”.

Già da prima, il movimento palestinese aveva indicato la sua nuova configurazione pro-alawita (e filoiraniana) con la creazione delle milizie “volontarie” per Bashar denominate “la Brigata di Khaybar” e il Quwat al-Ridha, “le forze di Ridha”, integrate nel dispositivo di Hezbollah in Siria.

Dove si fa il vuoto del sostegno saudita, non più interessato all’accerchiamento di Israele, arriva il “pieno” della nuova geopolitica iraniana, interessata a gestire una doppia guerra, quella contro l’”Entità Sionista” e l’altra, contro quella che potremmo definire l’Internazionale sunnita.

Ed è proprio il 7 Maggio che l’Iran annuncia di aver perso, in una imboscata da parte del “fronte Al Nusra” e di “berretti marrone” delle Forze Speciali turche, oltre 30 “consiglieri militari” uccisi, lo ricordiamo qui, da una batteria di missili anticarro MILAN comprati dai sauditi e distribuiti alla sezione di Al Qaeda in Siria dai Servizi turchi.

Da qui le difficoltà da parte dell’esercito di Assad di riprendere il pieno controllo di Aleppo, che è anche il punto di contatto tra la Siria e la Turchia, lo snodo dei commerci illegali dell’Isis, il punto di attrito tra i curdi e le altre fazioni in lotta e, quindi, il vero obiettivo, a Nord, dell’attuale guerra per procura siriana.

A questo si aggiunga la rivolta nelle carceri di Hama, altro scacco per l’Esercito Arabo Siriano.

Troppi fronti aperti sono il segno di una prossima sconfitta.
In sostanza, la Federazione Russa sta verificando che non può più sostenere da sola le operazioni nell’area senza un rapporto collaborativo con gli USA, mentre Mosca non ha alcun interesse a utilizzare fino in fondo Bashar el Assad e, soprattutto, gli iraniani, che potrebbero avere mire più grandi per la nuova Siria alawita e mettere in pericolo perfino l’autonomia delle basi russe a Latakia e a Tartus, circondandole di cellule di Pasdaran a sostegno del futuro regime assadista. Se mai ci sarà per tutta la Siria.

Né Mosca vuole aumentare i costi e gli impegni nel quadrante siriano, già troppo onerosi e comunque sovradimensionati rispetto ai reali interessi della Federazione Russa sul campo.

L’uccisione poi del comandante supremo del “partito di Dio” libanese in Siria, avvenuta il 13 maggio presso l’aeroporto internazionale di Damasco, dove Hezbollah aveva il suo comando supremo, è un ulteriore indizio della resilienza delle forze jihadiste sunnite in Siria, della debolezza strutturale dell’impegno iraniano nell’area, delle difficoltà che ha ancora Bashar el Assad nel controllare pienamente il suo territorio.

Hassan Nasrallah, il capo di Hezbollah in Libano, è certo che questa operazione sia il sigillo di una nuova unità di azione tra USA e Russia in Siria, mentre la vittima libanese stava però riprogrammando il dislocamento del “partito di Dio” al confine tra Siria e Libano, cosa che certo non può far piacere né ad Assad né, tantomeno, ai russi.
Le ultime sortite dell’aviazione russa, fino a pochi giorni fa, hanno colpito ad Est di Idlib, direttamente nella zona di Aleppo, poi a sud di Hama, nell’area ancora detenuta dai c.d. “ribelli” e infine a Deir el Zour, ad ovest.

Sia gli Stati Uniti che la Russia, su richiesta di Washington, hanno però inserito subito Aleppo nel quadrante della tregua in corso, il che significa che anche l’esercito di Assad ha deciso che non potrà non optare per un “regime di calma” intorno a quella città.

Ma sono però i russi a sottolineare che l’Esercito Arabo Siriano sta ancora combattendo “una vasta offensiva jihadista ad Aleppo”, implicitamente sostenuta dai turchi che, evidentemente, non vogliono un cambio di strategia degli americani e, soprattutto, non vogliono perdere l’asse strategico della città dove fu inventato il sapone, che è la loro vera porta di entrata nel sistema siriano e il loro punto di snodo con la grande costellazione del jihad sunnita.

Strano, ancora, che la Turchia, seconda forza armata per dimensioni della NATO, non abbia avuto nessun richiamo dall’Alleanza per il suo comportamento in Siria; ma probabilmente le forze atlantiche devono scontare due tratti geopolitici a lungo termine: lo sganciamento sempre più evidente degli USA dal Grande Medio Oriente nonché l’impossibilità, per il “pilone EU” dell’Alleanza, di prendere in carico da solo e militarmente la questione siriana.

Per cui, ci si limita al business as usual e alle belle parole umanitarie.

I ministri francese e tedesco degli esteri oggi vogliono una impossibile tregua lunga ad Aleppo, per rinnovare i “colloqui di pace” a Ginevra e a Vienna dell’International Syrian Support Group, una organizzazione diplomatica che finora si è riunita per l’ultima volta il 17 ultimo scorso (l’inizo dell’ofensiva USA) con la Lega Araba, l’Organizzazione della Cooperazione Islamica e l’ONU, sostenendo sempre la totale cessazione delle ostilità.

L’accordo, operativo e ancora tacito, tra USA e Russia potrebbe andare nella direzione non della totale e nazionale cessazione degli scontri, come vogliono a Vienna appunto dal 17 Maggio, ma di una nuova distribuzione dei costi e delle aree di influenza futura in Siria.

L’”accordo tacito” nel quadrante di una colossale proxy war tra Mosca e Washington è sostenuto, non si sa fino a quanto, perfino da Bashar el Assad.
Esso si baserebbe finora sul fatto che gli USA riconoscono alla Federazione Russa “una profonda e unica conoscenza del terreno”, cosa che a loro manca a tutt’oggi, mentre i russi dichiarano di voler ancora sostenere militarmente il “governo legittimo” alawita.

Ma la vera carta da giocare, in questo contesto, è quella israeliana.

Lunedì scorso Putin si è incontrato segretamente con il capo del governo di Gerusalemme Netanyahu, sia per uno “scambio di informazioni” sulla questione siriana che per un sostegno di Israele al contatto efficace e definitivo tra gli USA e la Russia.
Cadono quindi subito le accuse americane di “intervento militare” russo nell’area, ma aumentano le operazione segrete, anche con il brokeraggio dello Stato Ebraico, per unire le forze dei due maggiori Stati impegnati nel quadrante siriano.

E, d’altra parte, come abbiamo visto all’inizio, non si può sostenere nemmeno che la numerosissima coalizione diretta dagli USA sia stata con le mani in mano, per quanto riguarda le operazioni di guerra prima a favore dei “ribelli moderati”, una invenzione amena della propaganda di Washington, poi sempre più decisamente, e si potrebbe qui parlare come nel diritto italiano di “ravvedimento operoso”, contro Al Nusra e la quasi infinita costellazione jihadista sunnita.

Probabilmente, gli USA non si fidano nemmeno troppo della presenza saudita, autonoma e rilevante, in Siria; e non vogliono nemmeno favorire, tramite il peggioramento del quadrante siriano, l’occasione per uno scontro full scale tra Iran e sunniti, diretti da Riyadh. Obama ha ben verificato l’irrazionalità dell’attuale classe dirigente wahabita.
E’ questa la vera vittoria di Putin.

Quel capo del Cremlino che, anche nel caso del’aereo militare russo abbattuto dai turchi, ha mostrato un equilibrio e una razionalità strategica che, comunque, non sarà certo gratuita per Ankara quando le acque saranno ritornate tranquille.

E, soprattutto, Putin ha calcolato esattamente che l’impegno diretto e continuativo russo avrebbe richiamato subito un equipollente sostegno americano, il che avrebbe portato al vero obiettivo per Mosca della guerra in Siria: forzare Washington ad un colloquio alla pari che, con ogni probabilità, il Cremlino sposterà anche verso la questione ucraina e le azioni NATO e USA ai nuovi confini della vecchia guerra fredda in Europa.

La forza e la decisione di Vladimir Putin hanno bloccato le prime operazioni siriane degli USA, destinate a bloccare tacitamente l’espansione dell’impegno di Mosca.

Per Washington, in quella fase l’obiettivo era che i soldati russi potessero aumentare il peso della Federazione al tavolo delle trattative finali.
E, peraltro, gli USA hanno scoperto che non è possibile contenere parallelamente l’espansione della Russia in Siria occidentale e combattere contemporaneamente l’Isis, magari utilizzando i gruppi jihadisti autodenominatisi “moderati”, talvolta addestrati all’inizio delle ostilità dalla CIA prima che essi si trasferissero, armi e bagagli, nel califfato di Al Baghdadi.

Gli europei, quelli meno ingenui o incapaci, hanno peraltro sempre negato che ci fosse un piano realistico per diminuire il peso russo nel quadrante siriano, ed hanno anche affermato che il costo delle sanzioni (e delle contro-sanzioni di Mosca) è davvero troppo elevato, anche rispetto ad un accordo bilaterale filale ragionevole tra USA e Russia.
Non si uccide l’economia UE per modellare una trattativa bilaterale che, comunque, non potrà non avvenire.

Quindi, proprio dopo la fine del capo di Hezbollah in Siria, gli USA hanno deciso di aumentare il loro impegno militare in Siria e, per la prima volta, sempre il 17 scorso, gli F-16 americani hanno bombardato le forze jihadiste intorno ad Aleppo, senza peraltro colpire direttamente, per quanto se ne può sapere, le postazioni iraniane e del “partito di Dio” libanese, oltre che quelle dei “volontari” sciiti afghani e degli altri 13 gruppi non censiti che sostengono i Pasdaran di Teheran.

Gli obiettivi degli attacchi aerei di Washington, sempre dai dati forniti dalle nostri fonti di intelligence, sono state truppe, basi, infrastrutture di trasporto utilizzate dall’Isis e dal fronte Al Nusra, che, intuito il cambio di strategia USA, avevano già cominciato a combattere anche contro il famoso jihad “moderato”.

E’ un sostegno solido dagli USA anche per Bashar el Assad, ma ormai gli Stati Uniti ci hanno abituato a questi cambi repentini di strategia in Medio Oriente ed altrove.
Per Obama, qui, la questione primaria evidentemente è quella di chiudere rapidamente l’”affare” siriano riconoscendo il buon diritto della Russia ad essere presente a Tartus a Latakia e nell’intero sistema locale, almeno per evitare l’espansione iraniana e per stabilizzare la presenza, che anch’essa potrebbe divenire pericolosa, dell’Arabia Saudita a sud e a est dello stato che i colonizzatori francesi vollero diretto dalla minoranza alawita, divenuta ufficialmente sciita solo dopo la decisione dell’Imam libanese Mussa Sadr, che scomparve in Libia nel 1978.

Gli F-16 americani hanno preso il volo dalla base turca di Incirlik, il che ci potrebbe indurre a pensare che anche Ankara non è interessata ad una estremizzazione e radicalizzazione senza fine della “guerra per procura” siriana.

E, probabilmente, Washington ha garantito ad Erdogan un suo droit de regard sulla maggioranza sunnita in Siria, in concordia discorde con Riyadh.
Gli F-16 hanno colpito ad Aleppo e ad Idlib, altra postazione difficile per l’asse tra Assad e i russi.
Il droit turco sarà moderato dalla presenza russa sul territorio, per evitare avventure turche in Asia Centrale che farebbero molto male anche agli americani, richiamandoli nell’area per un confronto che non potrebbe non riguardare alla fine anche la Cina.

I colpi dell’aviazione Usa sono stati comunque sempre coordinati con il comando russo della base di Humaynim e “mediati” dalle informazioni a disposizione degli ufficiali russi e americani presenti in Giordania.

Oggi, i contendenti nei cieli siriani sono quindi dieci: USA, Russia, Israele, Gran Bretagna, Francia, Belgio, Germania, Siria, Turchia e Giordania.
Peraltro, il CENTCOM statunitense, la struttura che comanda tutta la presenza delle forze americane in Medio Oriente, ha riposizionato alcune formazioni dei Corpi Speciali presso la base di Remalan, nella Siria del Nord e vicino alla città curda di Hassakeh.

Si prevede, quindi, un sostegno delle Special Forces di Washington per la presa definitiva di Aleppo, che è e sarà il vero punto di svolta della guerra in Siria.
Ma dopo che accadrà?
Putin si siederà, con lo sguardo duro ma disteso del vincitore, al tavolo delle trattative, a Vienna o a Ginevra.
Egli potrà mantenere la sua vitale area mediterranea, contrappeso strategico sempre più inevitabile nei confronti della penetrazione occidentale in Ucraina nonché mezzo di scambio essenziale per una trattativa sia in Medio Oriente che nell’area del Don.

Obama avrà invece garantito un peso rilevante per gli USA in Siria, proprio nel momento in cui le forze della Coalizione diretta dagli americani divenivano strategicamente irrilevanti, malgrado l’alto numero di operazioni portate a segno; e potrà avere un diritto di brokeraggio strategico diretto anche con Bashar al Assad, come ai bei tempi di suo padre Hafez.

La Turchia potrà avere un controllato sistema di influenza sulle aree sunnite, con la garanzia, attentamente controllata, che romperà ogni rapporto con il jihad locale. I Sauditi poi non avranno modo di scontrarsi direttamente con l’Iran, proprio in un momento di difficoltà economiche per il Regno e di lenta destabilizzazione interna. L’Iran eviterà di radicalizzare lo scontro nel suo sistema sciita, che ha peraltro dimostrato di non poter controllare pienamente almeno in modo unicamente militare.

Israele, poi, avrà dimostrato il suo nuovo ruolo di grande tessitore nel Grande Medio Oriente; oltre che di vera potenza regionale e internazionale, equilibrandosi con Mosca e mantenendo i vecchi rapporti con Washington, creandosi un futuro di “battitore libero” strategico che nessuno, oggi, può prevedere fino in fondo.

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