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I giovani e la voglia di piazza: in Francia e non solo il malessere di una generazione

Savino Pezzotta analizza le manifestazioni contro la legge sul lavoro dei giovani francesi e allarga il discorso alle proteste d'Europa e del mondo e alle tensioni giovanili anche in Italia.

Savino Pezzotta analizza le manifestazioni contro la legge sul lavoro dei giovani francesi e allarga il discorso alle proteste d’Europa e del mondo e alle tensioni giovanili anche in Italia.

Le manifestazioni che attraversano le città francesi contro la legge Macron che modifica le norme sul lavoro pongono una serie di interrogativi e non possiamo soffermarci solo sullo scopo dichiarato o pensare che sia una questione puramente francese. Ogni cosa che accade in Europa ci riguarda direttamente, sopratutto quando certe manifestazioni assumo le caratteristiche di una postilla del malcontento giovanile paneuropeo.

Un malcontento che attraversa le nostre società e che trova le sue ragioni in quanto si è determinato, nel 2008 , la crisi economico finanziaria che ha messo in difficoltà non solo l’economia, ma una visione di società e di ordine e di progetti personali generando un clima di incertezza, di sfiducia e di paure.In questa situazione i giovani sono stati i protagonisti di una serie di mobilitazione da Occupy Wal Street a Ferguson negli Usa dalle primavere arabe agli Indignados in Spagna, e molte altre del mondo. E ora in Francia.

Non tutte queste mobilitazioni sono andate nel verso auspicato dai promotori, molte sono state represse o isolate, quando invece andavano interpretate e comprese. Ciò che succede in Francia è, a mio parere, un richiamo a essere maggiormente attenti a quello che si agita nel cuore delle giovani generazioni.

Mi pare di avvertire un grande senso di insoddisfazione rispetto al mondo degli adulti che oggi occupano i luoghi della politica e delle grandi organizzazioni sociali.

Guardando le foto e i filmati apparsi sui media abbiamo notato che i manifestanti sono in maggioranza giovani e che sono i maggiori protagonisti delle assemblee serali in piazza de la République e nelle varie piazze cittadine.

Nuit Debout è emersa dalle proteste contro la riforma del lavoro. Una riforma del lavoro che è stata presentata come la versione francese del Job’s Act, ma certamente con una impronta liberista più marcata in tema di facilitazione dei licenziamenti, di precarizzazione dei contratti di lavoro e la apertura a possibilità di riduzione dei salari. L’innesco della protesta è certamente stata la legge sul lavoro , ma le ragioni son ben più profonde e riguardano: la disoccupazione, la crisi sociale, la spersonalizzazione, l’impoverimento materiale, morale spirituale delle nostre società.

Ad essere sottoposto a critiche non è solo il modello liberista dell’economia e le forzature normative che tendono a farci uscire dall’economia di mercato per precipitarci nella società di mercato, ma la prospettiva di un mondo chiuso e di universo di vita che si spaccia per innovativo ma in cui tutto deve essere sottoposto a dominio dal denaro, del consumo e dell’uso pervasivo e dominante delle tecnologie sulla e dentro la vita di ognuno.

Queste mobilitazioni mettono in campo cose molte più profonde di quelle che appaiono.

Si cercherà miopamente di silenziarle invece che di interpretarle e comprenderle,ma comunque vada a finire semineranno molti nuovi elementi simbolici e reali che il discorso politico non potrà ignorare.

E’ successo negli Usa dove i tratti socio-culturali generati dalle proteste giovanili si sono condensati attorno alla candidatura del senatore Bernie Sanders che, probabilmente, non diventerà presidente degli Stati Uniti, ma che ha consentito a migliaia di giovani di sperimentare l’impegno politico e fatto entrare nel dibattito per l’elezione del Presidente una nuova attenzione alle problematiche e al disagio sociale.

Ci sono elementi simbolici che la mobilitazione de “La Nuit Debut”, come le sue consorelle spagnole, greche, arabe e americane, mette in campo e sono i luoghi dove si incontrano, discutono, propongono e protestano e sembra un fatto paradossale che, mentre il discorso pubblico tende a racchiudersi nella fredda comunicazione dei nuovi strumenti (la rete, twitter, facebook, la tv), loro scelgano un luogo caldo e fortemente relazionale come la piazza. Manifestando un bisogno di stare insieme, di vedere e toccare l’altro, di comunicare con gli occhi e il corpo . Mettendo così in luce un bisogno e una necessità umana che si contrappone alla privatizzazione del sociale, alla costante riduzione dei luoghi pubblici del dibattito politico e all’avanzata del decisionismo autoreferenziale e leaderistico.

La piazza come richiamo all’Agorà e esigenza di avere e costruire luoghi aperti per sviluppare il discorso politico e mettere in discussione la real politik e i modelli tradizionali dell’agire politico.

Viene messa in campo un idea di rinnovamento della democrazia che non vuole più affidarsi solo al voto, ma chiede spazi e luoghi di discussione, di confronto e di proposta e la possibilità di aprire sul terreno economico e tecnologico spazi più attenti all’umano e alla dignità delle persone.

I giovani che si riuniscono nelle piazze e che manifestano nelle strade e si radunano nelle piazze sognano una vita migliore, un altro modo di stare insieme. Alcuni di loro portano sulla schiena adesivi che reclamano un “Sogno Generale”. In breve , esigono nuove possibilità e di poter contare e avere voce nelle decisioni che li riguardano e che segneranno la loro vita.

Dentro questi elementi positivi c’è però un substrato di generalizzata sfiducia nelle istituzioni , nelle forze sociali tradizionali e nei partiti che oggi sono occupati dagli adulti, dagli anziani. Non è giovanilismo ma tensione intergenerazionale da assumere.

La situazione italiana sembra oggi diversa, ma sostanzialmente non sembra contraddire la presenza di un forte e generalizzato senso di sfiducia.

In una recente inchiesta sui giovani , il Censis, di Giuseppe De Rita, ha rilevato che sono otto milioni le persone che rifiutano di avere rapporti con persone di altra età. I giovani sono ridotti a minoranza sociale di fronte alla crescita dei bisnonni e dei grandi vecchi. La questione della sfiducia verso l’esistente che sottostà ai diversi movimenti giovanili è presente anche tra i giovani italiani.

Servirebbe una nuova tensione sociale capace di dare corpo alle speranze e ai bisogni ideali, morali, culturali e materiali dell’universo giovanile, compresi quelli che arrivano sui barconi. Personalmente ritengo una fortuna che molti giovani arrivino in Italia e in Europa, poiché una società di vecchi non va da nessuna parte e non sente il desiderio della partecipazione e dell’impegno politico, sociale e del rischio, elementi che da sempre generano innovazione e rapporti fiduciari e nuove relazioni nella vita quotidiana.

Per rispondere a tutto questo bisogna fare della nostra città e delle nostre comunità il luogo dell’intergenerazionalità e dell’interculturalità intesa come un “convivere normale” tra diversi in una società sempre più pluralista , multietnica , multireligiosa e multiculturale e, dunque, come cornice di connessione tesa a realizzare un arricchimento dei saperi, un ampliamento di orizzonti, un allargamento di confini, un’apertura di varchi e di codici culturali, un passaggio da ciò che è noto al non-ancora noto.

La dimensione dell’interculturalità se collegata a dinamiche d’intergenerazionalità contrasta la paura dell’altro, del diverso da chi viene da fuori. Questa prospettiva non comporta mai una perdita di aspetti identitari importanti, ma genera una visione dell’interculturalità come “nuova normalità” e fa da fondo integratore della convivenza.

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