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Come si muove l’Iran in Siria dopo le primavere arabe

Giancarlo Elia Valori, Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France, fa un'analisi sullo scenario del Medio Oriente, focalizzandosi sul ruolo dell'Iran sulla Siria.

Un recente articolo sulla russa Pravda, che non è certo solo frutto di grey propaganda, ovvero di quel tipo di operazioni di comunicazione “grigia” dove si mescola verità e menzogna, può essere utile per chiarire cosa è avvenuto davvero in Siria dal 2011, anno ferale e terribilis delle cosiddette “primavere arabe”.

E anche della destabilizzazione, contro l’ Iran e la Federazione Russa, del Grande Medio Oriente.

Intanto, e per chiarire, le suddette “primavere” erano state evidentemente elaborate secondo le tecniche di Gene Sharp e della sua “rivoluzione non-violenta”, con l’aggiunta di “ribelli” paracadutati da altri.

Ciò lo si è visto certamente con i ragazzi di Piazza Tahrir in Egitto, con il responsabile di Google al Cairo che fa sorpassare alla protesta i blocchi a Internet organizzati dal regime di Mukarak, mentre già allora le milizie dei Fratelli Musulmani proteggevano la folla dalle cariche della polizia del Rais.
Peraltro, allora, i libri di Gene Sharp erano esplicitamente consigliati sul sito della Fratellanza, in Egitto.

Detto con estrema semplicità, le teorie di Sharp e del suo Einstein Institute prevedono una serie di azioni di massa che facciano salire la temperatura politica e isolino progressivamente “il Tiranno”.
Già l’idea che esista solo un “tiranno” da far cadere la dice lunga sull’ingenuità di questi modelli, ma tant’è, i teorici Usa non escono mai dai loro miti sul “buon selvaggio”, il popolo, che sarebbe manipolato da un unico “cattivo”.
In primo luogo, per Sharp, vi è la “conversione” dei membri periferici del regime, poi la distruzione, sempre con le tecniche da lui raccomandate, dell’intero sistema di potere del solito “Tiranno”; soprattutto con la destabilizzazione pacifica dei collegamenti infrastrutturali e organizzativi che tengono in vita il suo potere, tramite soprattutto la comunicazione e l’informazione, o meglio la “disinformazione”.

Nel caso della Siria, visto che le ricette di Sharp non bastavano, come non sono bastate in Libia, c’è stata, come peraltro anche nella prima fase delle azioni franco-britanniche davanti alla costa di Bengazi, l’azione violenta dei “ribelli”, basata sulla formula: “infiltrazione militare+guerra psicologica”.

Le proteste del marzo 2011 si diffondono infatti subito in varie città siriane, grazie proprio al contagio delle “primavere arabe”; e la rivolta parte, guarda caso, da Deraa, una città vicinissima al confine giordano, dove operano già istruttori Usa oltre che britannici e sauditi.
L’avvio delle proteste inizia, lo ricordiamo tutti, con l’abbattimento della statua di Hafez al-Assad, come peraltro la fine del regime iraqeno aveva avuto inizio con l’abbattimento, sempre da parte delle psyops Usa collegate con alcuni “ribelli” locali, della statua di Saddam Hussein.

Parte la durissima repressione da parte del regime baathista siriano, naturalmente, mentre le grey operations creano, come sarà anche per il caso della rivolta in Libia, personaggi locali prima sconosciuti che operano con l’etichetta di “difensori dei diritti umani”, concetto del tutto sconosciuto nel mondo arabo, laico o religioso che sia.

Si enfatizzano le notizie sulle vittime della repressione (accadeva anche in Italia, durante gli “anni di piombo”) mentre si mobilitano le reti Al jazeera, di proprietà della famiglia dell’Emiro del Qatar, legato storicamente al funding per Al Qaeda, ed Al Arabija, rete satellitare posta negli Emirati ma di proprietà saudita.
A questa “bolla mediatica” di terra marca sharpiana si aggiungono, come ormai accade sempre, molte ONG, quali Human Rights Watch e Amnesty International, entrambe peraltro accusate, proprio da fonti USA, di aver raccolto fondi provenienti dai sauditi.

All’interno dei manifestanti siriani, come accade anche in Libia, vi sono già dei gruppi che creano ad arte conflitti a fuoco, come insegnano peraltro i manuali di campo statunitensi 3-05.30 e del Dipartimento di Stato, con la Joint Publication 3-132.

Re Abdallah di Giordania, poi, ha dichiarato ufficialmente che gli operatori britannici del SAS (Special Air Service) si erano organizzati, sul territorio giordano, per operare nel sud della Siria con un battaglione meccanizzato composto da non meglio identificati “ribelli”.
A questo punto, prosegue la Pravda, vi è stata la necessità di “frazionare le milizie” per impiegare e poi disperdere l’Esercito Arabo Siriano di Assad.
Le Forze di Damasco, però, non erano affatto adatte alla guerra asimmetrica del jihad, erano state invece pensate per uno scontro “finale” contro Israele; e quindi sono state facilmente messe in difficoltà dai “ribelli”, addestrati dai “berretti marrone” (le Forze Speciali turche) dai sauditi, dagli operatori britannici del SAS e, infine, dagli americani della Delta Force, proprio quella che un futuro capo del Sisde italiano fece accerchiare dai nostri Carabinieri, a Sigonella.

Ma torniamo, dopo questo peraltro utile détour, alle operazioni iraniane, e soprattutto dei Pasdaran, in Siria. Tra gli inviati di Teheran in Siria, oltre alle brigate di élite dei Pasdaran, vi erano peraltro i “volontari” afghani e altri gruppi sciiti non ufficialmente schedati come strutture combattenti, oltre agli Hezbollah libanesi.

E’ bene ricordare qui, peraltro, che il ministro degli esteri iraniano Javad Zarif ha sempre negato, ma solo alle irrilevanti autorità della UE, ogni tipo di boots on the ground iraniani sul suolo siriano.

Le brigate delle “Guardie Rivoluzionarie” di Teheran operanti in Siria sono, comunque, la Saberin e la più nota Forza Al Quds, entrambe parti dei Pasdaran, le “Guardie della Rivoluzione”.
La Saberin è, sostanzialmente, l’equivalente iraniano del già citato SAS britannico.
Ma molti dirigenti della Saberin sono già stati uccisi.

Si pensi qui a Farhad Hassounizadeh, ucciso nella Siria del Sud nel 2015, o a Abbas Abdollahi, ucciso proprio nella provincia di Deraa nel Febbraio 2015, oppure agli oltre 300 militari iraniani che sono stati uccisi, “diversi” a detta del governo di Teheran, oltre infine ai 13 “consiglieri militari” dei Pasdaran eliminati, ben più recentemente, a Khan Tuman, vicino ad Aleppo, da una alleanza di gruppi jihadisti legata a Jaish Al Nusra, il “fronte” che è il titolare di Al Qaeda in Siria, e Jaish Al Fatah, un’altra organizzazione jihadista sunnita che fa da “ombrello” per quasi tutti i “ribelli” jihadisti operanti intorno ad Aleppo.

In totale, sono stati uccisi, in Siria, oltre 700 soldati iraniani tra gli oltre 2000 elementi, senza contare i Saberin, che formano, nello Stato Siriano, il corpo di spedizione di Teheran.
Per non parlare del vecchio capo degli Hezbollah Badreddine, all’inizio di questo maggio, una “eliminazione” che gli iraniani imputano direttamente agli israeliani.
Inoltre, operano in Siria ben 13 “milizie” sciite, per un totale, tra queste e i Pasdaran, di oltre 3500 uomini.

Quindi, i caduti iraniani in Siria, compresi i 13 uccisi ad Aleppo recentemente, dovrebbero essere ben 693 nei soli ultimi tre anni.
Ora sarà, dopo la Brigata Al Quds, il momento dei Saberin, con ogni probabilità, una brigata della IRGC che è capace di fare azioni OPFOR, OPposing FORce, oltre che compiere operazioni di carattere “ibrido” e asimmetrico contro i jihadisti come quelle che hanno portato alla vittoria i russi in Crimea e nella parte dell’Ucraina da loro già de facto conquistata.

Sul caso dello scontro a Khan Touman, la battaglia del 6 maggio a pochi chilometri a sudovest di Aleppo sulla Strada 5, l’autostrada principale diretta a Damasco, è probabile che questa operazione cambierà, tra poco, il volto della guerra in Siria.

Più elementi iraniani nell’area, quindi, forse una collaborazione più forte tra Teheran e Mosca, ma una probabile vittoria dei jihadisti che potrebbe costare all’Esercito Arabo Siriano di Assad proprio Aleppo, il “centro di gravità” a Nord di tutto lo scontro.

Ed è anche la “porta della Turchia”.

I dati noti parlano di una imboscata organizzata, contro gli iraniani (Pasdaran e Hezbollah) da Jaysh Al Fatah, un gruppo di “ribelli” sunniti legato al “fronte” Al Nusra che, probabilmente, prenderà molte delle posizioni ISIS mentre il “califfato” si sta trasformando in una organizzazione che opera soprattutto fuori dai confini tradizionali di questa guerra, tra Yemen, Sinai e, in futuro, la Giordania.

I capi dei Pasdaran e di Hezbollah non conoscevano, grazie ai consueti “buchi” nell’intelligence sul terreno, che i “ribelli” sunniti avevano acquisito una fornitura di MILAN, i missili leggeri anticarro di fabbricazione europea, con gittata di 2 chilometri e una penetrazione delle corazze dei semoventi tra i 350 e i 900 mm.

I MILAN erano stati forniti e “passati” dalla Turchia ma pagati dall’Arabia Saudita.
Come, peraltro, si possa ancora accettare Ankara nella NATO senza farsi rendere conto, da parte del Segretario Generale dell’Alleanza nei confronti di Erdogan, delle operazioni turche nella guerra in Siria, è certamente un mistero doloroso.

E’ chiaro che la Turchia fa la guerra ai curdi, e nemmeno talvolta per procura, ma le operazioni; e la “pace in Siria” tanto declamata, sono anche in mano della Turchia, contro ogni grida manzoniana della Nato.

Gli iraniani hanno, in seguito, ammesso che sono stati uccisi, nella battaglia di Khan Touman, 17 dei loro militari, con altri 22 feriti, di cui 13 tra le vittime appartenenti alla 25° Divisione “Karbala”, solitamente di stanza in Iran.

Segno evidente di overstretching, di sovraccarico bellico, da parte di Teheran.

Tra i morti vi sono due generali di brigata delle forze di Teheran.
Almeno dieci tra i soldati della “Karbala” sono oggi prigionieri dei jihadisti sunniti.
Cinque dei sette soldati sono stati eliminati immediatamente, altri, non sappiamo quanti, sono stati portati via dall’area dello scontro verso destinazione ignota.
Hizballah afferma peraltro che nessuno dei suoi è stato ucciso o preso prigionero, ma altre fonti ci rivelano che almeno 15 elementi del “partito di Dio” libanese sono stati uccisi dai c.d. “ribelli”.
Altre fonti iraniane ci rivelano che, ormai, la tensione tra le gerarchie di Teheran per il costo, materiale e in vite umane, della loro partecipazione alla guerra in Siria è alle stelle, con molti dirigenti, anche all’interno dei Pasdaran, che vorrebbero limitare le azioni e la partecipazione iraniana in Siria.
Peraltro, non è ancora chiaro se Rezaei, un capo storico delle IGRC di Teheran, sostituirà o meno il gen. Qassam Soleimani, ucciso da qualche giorno, come comandante supremo delle operazioni iraniane in Siria,

Il fatto è che i “ribelli” jihadisti ricevono armi evolute e in notevoli quantità dai loro alleati regionali sunniti, mentre i Pasdaran e gli Hezbollah sono forze adatte più alla guerriglia e alla controguerriglia, non sono ancora preparate per uno scontro ad alti livelli tecnologici, di materiali, militari.
Anche il capo di Hezballah in Siria, Mustafa Badar ad-Din, è stato eliminato da un missile terra-terra vicino all’Aeroporto Internazionale di Damasco, il che prova ancora la penetrazione dei vari “fronti” dei ribelli nel tessuto politico-militare siriano.
Il capo del “partito di Dio” libanese, peraltro, ritiene fermamente che l’uccisione di Mustafa Bader ad-Din sia stata messa in atto dalle forze speciali USA, e caso piuttosto strano, russe.
La base vicina all’aeroporto di Damasco del “partito di Dio” era segretissima; e quindi è probabile che, nell’equilibrio dei fattori tra le varie forze in campo, Mosca stia tentando di favorire solo gli iraniani a scapito degli Hezbollah.

Un alleato forse indesiderato ma necessario per la qualità e la quantità dell’impegno di Teheran in Siria.
Peraltro, nessun carro militare, gruppo di persone od altro può entrare nell’aeroporto della capitale siriana senza un esplicito e attento riconoscimento o permesso delle Forze Speciali Russe, che peraltro non hanno riportato il fatto, all’inizio, né all’Esercito Arabo Siriano di Assad né, tantomeno, agli iraniani, per non parlare del “partito di Dio”, che è stato avvisato solamente da terzi.
Si deve ancora aggiungere che gli USA avevano, giorni prima, dislocato le loro Forze Speciali, con elicotteri d’attacco, nella base di Ramelan, nella Siria settentrionale e vicino alla città curda di Hasakah.

E’ una scelta che, forse in accordo con i russi, permette al Comando Centrale per le Operazioni in Medio Oriente USA, il CENTCOM, di colpire ovunque in Siria.
Che Mosca stia allora pensando ad un accordo sottobanco con Washington per finire presto “il lavoro” in Siria, dietro la garanzia da parte degli USA che l’Alawistan, con le loro basi di Tartus e Latakia, non sarà toccato?

Peraltro, il capo di Hezbollah in Siria partecipava regolarmente ai meetings con Bashar el Assad, pur essendo stato designato, infine proprio per il suo incarico in Siria ma fin dal 2013, come “terrorista internazionale” dagli USA e dalle organizzazioni internazionali ad essi correlate.

Che, ancora una ipotesi, Bashar, nel suo futuro di irrinunciabile “Grande Siria” in Libano, non voglia degli Hezbollah particolarmente potenti, ai quali dover pagare un pegno per la loro partecipazione alla “liberazione” della Siria dal jihad sunnita?

Il capo del “partito di Dio” libanese, Hassan Nasrallah, e qui forse egli pecca di qualche ingenuità, dava la base nell’aeroporto di Damasco come assolutamente top secret, dimenticandosi però che almeno tre servizi di intelligence collaboravano con Hezballah e che gli USA, esperti di Electronic Intelligence e di altre tecnologie similari, potevano facilmente, dopo alcune ricognizioni aeree, identificare il comando di Hizballah.

Ovviamente, e questo il capo supremo del “partito di Dio” lo sa bene, colpire il dirigente libanese vuol dire colpire al cuore anche le azioni dell’Esercito Arabo Siriano di Bashar el Assad.
Peraltro, il comandante ucciso Bader Ad-Din aveva già programmato di evacuare i miliziani di Hezballah dai vari fronti di guerra aperti all’interno della Siria, per concentrarli solo sul fronte sirio-libanese.

Una minaccia, evidentemente, che non è stata presa sottogamba da Assad, l’oculista formatosi a Londra che si sta rivelando più astuo perfino di suo padre Hafez.

Una azione, questa di Bader, che non poteva comunque certo piacere ad Assad; e che può aver favorito l’operazione di eliminazione, chiunque sia stato materialmente a compierla.

E ancora, vi sono notizie, non controllate, secondo le quali Muqtada Al-Sadr, il capo sciita iraqeno, si sarebbe riunito segretamente, poco prima dell’assassinio di Ad-Din, e ricordiamo qui che Muqtada controlla, con il supporto dell’Iran, la gran parte della “Zona verde” di Baghdad e molti dei miliziani che sono entrati da pochi giorni nel Parlamento della capitale iraqena, riunito dicevo con gli iraniani e i capi sciiti di Beirut (soprattutto lo stesso Nasrallah) per inviare forze di Hezballah direttamente in Iraq e, quindi, sguarnire inevitabilmente il fronte siriano vero e proprio.

Al funerale del generale del “partito di Dio”, a Beirut, i segnali per Teheran (e per i russi) sono stati chiari, nel senso che essi non possono tentare di cavarsela con la solita accusa contro gli USA.
Quindi, nel fronte filo-alawita, cominciano a manifestarsi crepe e difficoltà di comprensione che ci fanno capire come, ormai, ognuno faccia la “sua” guerra in Siria.

Bashar vuole riunire ancora il Paese, l’Iran ritiene di non poterne sostenere alcuni costi, anche in correlazione ai previsti benefici, la Russia vuole far presto, perché ha altri fronti aperti con l’Occidente e non ne vuole gestire troppi contemporaneamente, l’Iran vuole il suo universo sciita e non è interessato solo alla Siria, gli USA vogliono combattere insieme un po’ di jihad, sostenere i loro alleati sauditi nell’area contro Teheran, contenere al massimo i russi.

Peraltro, il “partito di Dio” ha affermato, dopo le esequie, che sono stati i “ribelli” siriani (non meglio identificati) ad uccidere Ad-Din, con una salva di artiglieria.

Una motivazione palesemente falsa, ma che indica come, per Hezballah, non vi sia alcun motivo strategico per rimanere ancora in Siria.
Una guerra, quindi, che sarà destinata, probabilmente, a creare un’area siriana sunnita, protetta dai sauditi, con un “cuscinetto” para-sciita costituito da Bashar El Assad, un Alawistan decisamente filorusso sul Mediterraneo, poi un Iran che costruisce, grazie a un minore carico operativo delle sue azioni in Siria, il grande impero sciita ai suoi confini; e infine gli USA che si rimettono, come al solito, ai desiderata (e ai soldi) dei sauditi, il loro unico vero alleato nell’area, proprio quando se ne stanno evidentemente andando dal Grande Medio Oriente.
L’Europa, come al solito, starà a vedere, senza nemmeno capire.

Commenti

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  1. Scritto da Riccardo Noury

    Sul portale “Bergamo News” del 17 maggio, Giancarlo Elia Valori dedica una lunga analisi alla situazione siriana e al ruolo giocato nel conflitto interno da vari attori internazionali. L’autore dedica una citazione ad Amnesty International accusata “proprio da fonti USA di aver raccolto fondi provenienti dai sauditi”.
    L’affermazione è del tutto infondata. Amnesty International, come è noto, non riceve fondi da governi. Sarebbe peraltro bizzarro se – nonostante questa organizzazione denunci anno dopo anno le centinaia di decapitazioni, porti avanti campagne per il rilascio di difensori dei diritti umani e blogger condannati a carcere e frustate, riveli al mondo i crimini di guerra compiuti in Yemen e contini a chiedere alle autorità di Riad che cessino di armare e finanziare i gruppi dell’opposizione armata siriana – i sauditi fossero disposti a dare soldi Amnesty International. Cui, peraltro, è fatto divieto di entrare nel paese.
    Riccardo Noury
    portavoce
    Amnesty International Italia