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Grande Guerra, Pillola 79: lo shock francese per la caduta di Douaumont fotogallery

La possente fortezza di Douaumont cadde senza sparare un colpo e divenne un sicuro rifugio per i comandi germanici per gran parte della battaglia.

Dopo la disperata difesa di Driant e dei suoi cacciatori, l’attacco germanico dilagò verso la Mosa e verso la città, avvolgendo come un’onda di marea le due grandi fortezze di Douaumont e di Vaux, che rimasero come scogli circondati dai flutti: il 25 di febbraio, Douaumont cadde in maniera rocambolesca nelle mani del 24° Brandenburg.

La questione della conquista delle possente fortezza di Douaumont, considerata uno dei più moderni ed inespugnabili forti corazzati del mondo, è ancora fonte di polemiche: tanto per cominciare, la sua caduta dimostrò la reale vulnerabilità di simili giganti di cemento armato di fronte alle infiltrazioni di piccoli reparti di fanteria e, in secondo luogo, l’attribuzione del colpo di mano che portò alla resa dell’esigua guarnigione francese (56 fanti, qualche artigliere e nessun ufficiale) è ancora oggetto di polemiche.

All’interno della struttura, sfruttando un varco nelle casematte esterne, penetrò per primo un sergente del genio, tale Kunze, che raggiunse il gruppetto degli artiglieri, li catturò e li chiuse in un locale. Poco dopo, penetrò nel forte anche un altro drappello di brandenburghesi, comandato dal tenente Radtke, che catturò altri difensori e mise in sicurezza l’occupazione. Tempo dopo, affluirono altre colonne germaniche, al comando del capitano Haupt e del primo tenente von Brandis: Douaumont era caduto senza sparare un solo colpo di fucile. Proprio von Brandis, probabilmente in virtù del suo cognome aristocratico, fu colui che portò al comando del 3° CdA, da cui dipendeva il suo reggimento, la notizia dell’avvenuta conquista dell’importantissima posizione e, sempre per questo motivo, passò alla storia come “l’eroe di Verdun”, quando, viceversa, era stato l’ultimo ad entrare nel forte, già occupato.

Per l’impresa di Douaumont, von Brandis e, qualche trempo dopo, Haupt ricevettero la decorazione Pour le Mérite, mentre tanto Kunze che Radtke vennero del tutto dimenticati. Solo negli anni ’30, dopo che molti storici ebbero ricostruito la vera vicenda della conquista di Douaumont, questi ultimi ottennero, rispettivamente, una promozione ed una fotografia autografata dal Kronprinz: in compenso, nessuno si sognò mai di revocare la medaglia a Brandis e Haupt. Si tratta di un classico esempio di ingiustizia militare: episodi di questo tipo, in cui, per ragioni, diciamo così, sociali, le persone sbagliate ricevettero encomi e decorazioni al posto di chi li meritava veramente, furono, purtroppo, molto frequenti sui tutti i fronti.

Tornando a Douaumont, la notizia della caduta della gigantesca fortezza, soltanto 4 giorni dopo l’inizio della battaglia, rappresentò uno shock durissimo per l’opinione pubblica e per i comandi francesi. Il comandante in capo, e il suo stato maggiore avevano commesso un terribile errore, levando ai forti la maggior parte delle loro artiglierie, convinti che le strutture non avrebbero resistito al tiro dei giganteschi obici da 42 cm, che avevano distrutto le fortezze belghe: l’impressione suscitata da questi mostri d’acciaio fu tale da spingere a questa scelta catastrofica i generali francesi.

Viceversa, Douaumont divenne un sicuro rifugio per i comandi germanici per gran parte della battaglia. La sua riconquista, alla fine di ottobre del 1916, costò ai francesi decine di migliaia di morti e milioni di colpi d’artiglieria. La prima guerra mondiale fu anche questo: un enorme scontro di materiali e di uomini che, in taluni casi, ebbe svolte determinanti a causa dell’iniziativa di pochissimi, e, a volte, di un singolo, a dimostrazione dell’importanza del fattore umano, nonostante lo sviluppo della tecnologia militare.

Dopo Douaumont, Joffre adottò quella che sarebbe stata la tecnica comune per affrontare un rovescio nella prima guerra mondiale: il cosiddetto “siluramento”, con la minaccia di corte marziale per chi avesse abbandonato del terreno al nemico senza difenderlo fino all’ultimo uomo. Il comandante del settore di Verdun, Langle de Cary, che aveva proposto di abbandonare la Woevre e la riva orientale della Mosa, venne sbrigativamente rimosso e sostituito con colui che avrebbe incarnato la volontà di resistenza francese a Verdun, il generale Henri-Philippe Petain: l’autore del celebre bollettino che proclamava “On les aura!”, invitando i poilus ad una difesa ad oltranza. La scelta di Petain non poteva essere più azzeccata: imperturbabile e freddo, come Joffre, egli aveva in più una visione chiarissima della situazione.

Verdun andava difesa ad ogni costo e questo avrebbe significato un numero incalcolabile di perdite per i difensori, data la natura del terreno e lo schieramento: Petain intendeva difendersi infliggendo agli avversari perdite altrettanto terribili, in modo da logorarne la capacità offensiva. In pratica, lui e Falkenhayn la pensavano allo stesso modo, e questo produsse una battaglia di attrito senza precedenti, in cui le divisioni evaporavano come acqua sul metallo incandescente. In pratica, Verdun si stava avviando ad essere un’ecatombe pianificata a tavolino.

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